[2576] Billius, Hist., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.
[2577] Sanuto, Istor. Ven., tom. 23 Rer. Ital.
[2578] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[2579] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.
[2580] Billius, Hist., lib. 6, tom. 19 Rer. Ital.
[2581] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.
[2582] Billius, Histor., lib. 6, tom. 19 Rer. Ital.
[2583] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.
Anno di CRISTO MCCCCXXVIII. Indiz. VI.
MARTINO V papa 12.
SIGISMONDO re de' Romani 19.
Non so se nel principio di questo anno, come pare che il Simonetta
abbia creduto[2587], oppure sul fine del precedente, fosse inviato il
conte _Francesco Sforza_ da _Filippo Maria duca_ di Milano alla volta
di Genova con alcune schiere d'uomini d'armi per li bisogni di quella
città, infestata da _Tommaso da Campofregoso_ e dagli altri fuorusciti.
Appena ebbe egli passato il giogo dell'Apennino, che si trovò in certi
siti stretti assalito dai contadini di quel paese; fors'anche vi era
con loro qualche gente d'essi fuorusciti. Fioccavano i verettoni in
maniera, che molti de' suoi vi furono morti o feriti, ed egli costretto
a retrocedere, finchè arrivato al castello di Ronco, ed, accolto da
Eliana Spinola, potè salvarsi. Si servirono di questa sua disgrazia
gli emuli alla corte del duca per iscreditarlo, e far nascere sospetti
nella sua fede; sicchè, secondo alcuni, fu messo in castello. Almeno
è certo[2588] che fu come relegato a Mortara, dove quasi per due anni
soggiornò con gravissimo patimento, perchè non correano le paghe, nè
gli mancavano altri aggravii, senza ch'egli potesse mai persuadere al
duca la sua innocenza. Dicono che se non era il _conte Guido Torello_,
da cui venne protetto sempre, due volte la vita corse pericolo. La
sua pazienza vinse poi tutto, perchè fece conoscere non aver egli mai
avuto animo di passare al servigio de' Veneziani o Fiorentini. Continuò
la guerra anche nei primi mesi di quest'anno, con avere il vittorioso
_conte Carmagnola_ prese non poche castella nel Bergamasco, e portato
il terrore sino a quella città. Intanto in Ferrara il _marchese
Niccolò_ unito col buon _cardinale Albergati_ vescovo di Bologna, si
studiava a tutto potere di condurre alla pace le potenze guerreggianti.
Erano alte le pretensioni del senato veneto, siccome quello che avea
favorevole il vento; e mostrandosi inesorabile, esigeva che il duca
cedesse, oltre alla già perduta città di Brescia, ancor quelle di
Bergamo e Cremona. Sì caldamente e fortunatamente il cardinale e il
marchese maneggiarono l'affare, che finalmente nel dì 18 d'aprile
(l'Ammirati[2589] dice nel dì 16) si conchiuse la pace. Il principale
articolo d'essa fu la cessione della città di Bergamo col suo
distretto, e di alcune terre e castella del Cremonese alla repubblica
veneta. I Fiorentini, che tanto aveano speso in questa guerra, non
guadagnarono un palmo di terra. Fu anche accordata la restituzione di
tutti i beni tolti dal duca al Carmagnola, con altri articoli e patti,
distesamente riferiti da Marino Sanuto nella sua Storia[2590]. E tale
fu il guadagno che ricavò in questa seconda guerra lo sconsigliato duca
di Milano. Egli ratificò ed eseguì puntualmente così fatto accordo, e
ritornò per un poco la quiete in Lombardia.
Ebbe in quest'anno _papa Martino V_ delle inquietudini[2591]. Nella
notte precedente al dì 2 di agosto gl'instabili Bolognesi, che s'erano
ingrossati forte in occasion della vicina guerra, sotto pretesto
d'essere mal governati e molto aggravati dai ministri pontificii, si
levarono a rumore, cioè la fazion di _Batista da Canedolo_, unita cogli
Zambeccari, Pepoli, Griffoni, Guidotti ed altri. Prese l'armi anche
la fazione di _Antonio Bentivoglio_, che allora dimorava in Roma, per
opporsi all'altra in favore della Chiesa; ma rinculata lasciò il campo
agli avversarii. Fu messo a sacco il palazzo del cardinale legato, il
quale se ne andò poi con Dio; e la città tornò ad essere governata
dagli anziani e confalonieri del popolo. Salvo castello San Pietro,
castello Bolognese, Cento e la Pieve, tutte le altre terre e castella
seguitarono o per amore o per forza l'esempio della città; e _Luigi da
San Severino_ venne per capitano de' Bolognesi. A questo avviso _Carlo
Malatesta_ signor di Rimini corse a sostenere castello San Pietro e
castello Bolognese. _Niccolò da Tolentino_ capitano di genti d'armi,
che in questi tempi, passando pel Bolognese, volle lasciar la briglia
ai suoi per saccheggiare il paese, restò sconfitto a Medicina dai
Bolognesi, con perdita di quattrocento cavalli e di molti carriaggi,
facendosi ascendere il danno suo a sessanta mila fiorini d'oro. Per
cagione di tal novità papa Martino condusse al suo soldo _Ladislao_
figliuolo di _Paolo Guinigi_ signore di Lucca con settecento cavalli,
i quali, giunti nel dì 15 di settembre sul Bolognese, si diedero
immantinente al saccheggio del territorio. Ma, perchè era troppo
poco al bisogno, il papa, con permissione della _regina Giovanna_,
ottenne che _Jacopo Caldora_, uno dei più sperti capitani del regno
di Napoli, venisse a quella danza con un grosso corpo di soldatesche.
Però nel dicembre arrivò l'esercito pontificio ad accamparsi in
vicinanza di Bologna, e, rotto il muro dalla parte del barbacane di
San Giacomo, tentò anche l'entrata nella città; ma ne fu respinto.
In questi tempi[2592] venuta a Napoli la regina Giovanna, conducendo
seco l'adottato suo figliuolo, cioè il _re Lodovico_ d'Angiò, perchè
_Ser-Gianni_ gran senescalco nol vedea volentieri in Napoli, tanto fece
che il mandò in Calabria, dove ridusse quasi tutte quelle contrade
all'ubbidienza della regina Giovanna. Oltre a ciò, esso senescalco,
perchè temeva della potenza di Jacopo Caldora, cercò la maniera di
obbligarselo, con dare per moglie ad _Antonio_ figliuolo di lui una
sua figliuola, siccome ancora nell'anno seguente una altra ne diede
a _Gabriello Orsino_ fratello di _Gian-Antonio Orsino_ principe di
Taranto, cioè dell'altro signore più potente nel regno di Napoli:
coi quali parentadi egli seguitò a sostenersi nella sua autorità,
benchè odiato quasi da tutti. Fecero nel dì 9 di maggio dell'anno
presente[2593] i Genovesi pace col re d'Aragona e Sicilia, per cura del
duca di Milano loro signore, il quale mandò al governo di quella città
_Bartolomeo Capra_ arcivescovo di Milano. Ma poco stette ad entrar colà
ancora la peste, che infierì non poco nel basso popolo. Fu essa anche
in Venezia. Nell'ottobre il duca di Milano celebrò le sue nozze con
_Maria di Savoia_, ma nozze che nol doveano arricchire di prole alcuna.