NOTE:

[2547] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2548] Billius, Hist., lib. 4. tom. 19 Rer. Ital.

[2549] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 19.

[2550] Matth. de Griffonib., Chron., tom. 18 Rer. Italic.

[2551] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2552] Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.

[2553] Poggius, Hist., lib. 5, tom. 20 Rer. Ital.

[2554] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2555] Billius, Hist., lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.

[2556] Gino Capponi, Coment., tom. 18 Rer. Ital.

[2557] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2558] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.

[2559] Billius, Histor., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.

[2560] Annales Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.

[2561] Billius, lib. 4 Hist., tom. 19 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXVI. Indiz. IV.

MARTINO V papa 10.

SIGISMONDO re de' Romani 17.

Siamo ora ad un gran fuoco, fuoco acceso nel presente anno in Lombardia

contra di _Filippo Maria duca_ di Milano dai Veneziani e Fiorentini

collegati ai di lui danni. Dimorava in Venezia _Francesco Carmagnola_,

dimentico affatto delle liberalità a lui usate da esso duca, e del

cognome di Visconte a lui conferito, solamente pensando alle maniere

di vendicarsi dei torti a lui fatti[2563]. La fama del suo valore

e della sua maestria nell'arte della guerra perorava in suo favore.

Si aggiunsero i progetti vantaggiosi ch'egli fece a quell'illustre

senato, di modo che nel dì 11 di febbraio fu presa la risoluzione di

crearlo capitan generale dell'armata di terra con provvigione di mille

ducati d'oro al mese per la sua persona. Era egli assai pratico di

Brescia, siccome città da lui già conquistata; dentro anche vi avea non

pochi nobili amici e dei più potenti Guelfi, fra' quali spezialmente

si distinsero gli Avogadri. Dispose egli tutto per involar questa

città al duca di Milano, e gliene fu anche facilitata l'impresa dai

ministri, che malamente servivano il duca, perchè si lasciava quella

città, benchè frontiera, con iscarsa guarnigione, e poco provveduta

di vettovaglie, e fin mancando di strame per soli trecento cavalli.

All'improvviso dunque con otto mila persone si presentò il Carmagnola

davanti a Brescia nel dì 17 di marzo dell'anno presente[2564], ed,

essendogli aperta una porta, v'entrò con tre mila e cinquecento

cavalli. Ritirossi nella cittadella la gente del duca. Grande fu la

letizia del popolo bresciano, perchè era mal soddisfatto del governo

e delle gravezze del duca di Milano. Maggior festa di tale acquisto

fu fatta in Venezia: nel qual tempo anche _Gian-Francesco da Gonzaga_

marchese di Mantova si dichiarò collegato co' Veneziani, e con circa

tre mila cavalli entrò anch'egli nel Bresciano per sottomettere quelle

castella. Non andò molto che la maggior parte del territorio di Brescia

o spontaneamente inalberò le bandiere di Venezia, o per forza le

ricevè. Oltre a ciò, sul fine di marzo spinsero i Veneziani un'armata

navale per Po fino a Cremona, dove bruciarono il ponte, e recarono

altri danni, per impegnare in quelle parti le milizie duchesche, alle

quali ancora diedero una rotta presso la suddetta città di Cremona.

Per l'importante ed impensata perdita della città di Brescia restò

sbalordito il duca Filippo Maria, accorgendosi allora, ma troppo

tardi, dello sconcio errore commesso in dar occasione al Carmagnola

di diventargli nemico. Tuttavia, giacchè in mano de' suoi restava la

cittadella nuova e la vecchia di Brescia coi borghi e con altri luoghi

forti, si diede al riparo. Vuole il Sanuto che _Francesco Sforza_ si

trovasse in Brescia allorchè essa fu presa. Il Corio ed altri fanno

in questi tempi lui in Milano, e le sue genti a Monte Chiaro e in

altri luoghi del Bresciano. Quel che è certo, egli corse coi suoi

e con _Niccolò Piccinino_ a sostenere le preservate cittadelle, e

fece quanta guerra potè all'armata veneta, che ogni giorno più andò

crescendo nella città, la quale dalla parte del monte restò in potere

dei Milanesi, e il resto di essa in mano de' Veneziani, laonde furono

fatte di molte barricate e tagliate. Allora fu che il duca richiamò

dalla Romagna _Angelo dalla Pergola_ colle sue milizie, e consegnò

nel dì 12 di maggio[2565] al legato pontificio le città di Forlì,

d'Imola e di Forlimpopoli. Secondo il concerto fatto dai Veneziani

col _marchese Niccolò_ di Ferrara, dovea questi impedire il passaggio

delle soldatesche ducali, siccome unito in lega coi Fiorentini e

Veneziani; e fece in fatti non poca opposizione alle medesime al fiume

Panaro. Ma perchè esse in fine trovarono maniera di passare a Vignola,

fu creduto ch'egli tenesse segreta intelligenza col duca di Milano.

Per lo contrario, liberati i Fiorentini dalla guerra in Toscana, non

tardarono ad inviare _Niccolò da Tolentino_ con quattro mila cavalli

e tre mila fanti a Brescia[2566]; con che s'ingrossò forte l'esercito

del Carmagnola. Credesi che fosse parere d'esso Niccolò che si facesse

un profondo fosso intorno alle cittadelle di Brescia, affinchè non vi

potessero penetrare altri aiuti del duca di Milano; e il pensiero fu

eseguito. Però andò bensì, sul fine di maggio, _Guido Torello_, spedito

dal duca con quattro mila cavalli, tre mila e cinquecento pedoni, ed

assaissimi balestrieri genovesi, menando gran copia di vettovaglie per

provvedere al bisogno delle cittadelle. Ma se gli fecero incontro il

Carmagnola e il marchese di Mantova con isforzo non inferiore di gente,

talmentechè egli, non osando di tentare il passo, si ridusse a Monte

Chiaro. Crebbero intanto le forze de' Veneziani, perchè in loro aiuto

marciò il _signor di Faenza_ con mille e ducento cavalli, _Lorenzo

da Cotignola_ con novecento cavalli, e _Giorgio Benzone_ signor di

Crema con quattrocento lance e trecento fanti. In oltre condussero

i Veneziani nella lor lega, sul principio di luglio, _Amedeo duca di

Savoia_, al quale, secondo il Guichenone[2567], accordarono tutte le

conquiste ch'egli facesse dalla parte sua dello Stato di Milano. Che

anche _Gian-Giacomo marchese_ di Monferrato si collegasse contra del

duca, l'abbiamo dal Corio e da Benvenuto da San Giorgio. Sicchè da

tutte le parti restò assediato e battuto dai nemici il duca di Milano.

Chi vuol vedere l'Italia provveduta d'insigni capitani e condottieri

d'armi, non ha che da fissar l'occhio nel secolo di cui ora trattiamo.

Intanto ogni di più andavano guadagnando in Brescia le armi venete.

Nell'agosto ebbero la porta delle Pile[2568]; nel settembre quella

della Garzetta con altri serragli e borghi. Dopo di che si diedero a

bersagliar colle bombarde le cittadelle. Nel dì 21 d'esso settembre

comparvero circa otto mila combattenti del duca per tentare il

soccorso, ma furono con loro non lieve perdita respinti. Si rendè poi

la cittadella nuova di Brescia; ed essendosi sostenuta la vecchia sino

al dì 10 di novembre, capitolò anch'essa la resa, qualora per tutto

il dì 20 d'esso mese non fosse soccorsa. Però, venuto quel giorno,

entrarono in possesso d'essa l'armi venete, dopo una espugnazione

delle più memorande che succedessero in Italia, minutamente descritta

da Andrea Biglia e dal Redusio[2569]. Era in pena il _pontefice

Martino_[2570] per questa rabbiosa guerra, non tanto pel suo paterno

amore per tutti i cristiani, quanto per benevolenza particolare

che egli professava al duca, da cui riconosceva molti benefizii, e

massimamente la liberazione di Napoli. Il perchè, secondo il Sanuto,

mandò per suo legato a Venezia _Giordano Orsino_ cardinale e vescovo

d'Albano, con ordine di maneggiar pace fra i potenti nemici. Ma il

Sanuto falla. _Niccolò Albergati_ cardinale di Santa Croce, e vescovo

di Bologna, quegli fu che, spedito dal papa, vi andò[2571]. Trattossi

per più mesi di questa pace[2572], e finalmente fu essa conchiusa nel

dì 30 di dicembre dell'anno presente con varii capitoli favorevoli

ad ognuno de' principi collegati; e spezialmente fu accordato che

Brescia con tutto il suo territorio restasse in potere e dominio

della repubblica veneta. Abbiamo da Giovanni Stella[2573] che nel dì 9

d'aprile dell'anno presente il duca di Milano stabilì pace con _Alfonso

re d'Aragona_, e gli diede in deposito, ossia pegno per sicurezza di

sua parola, le castella di Porto Venere e di Lerice; il che dispiacque

non poco al popolo di Genova nemicissimo de' Catalani. Ebbero ancora

essi Genovesi guerra in mare coi Fiorentini; ed, essendo entrati

nel mese di settembre in quella città i fuorusciti coll'eccitare una

sedizione, furono valorosamente respinti e ricacciati fuori da quei

cittadini. Quiete si godè in quest'anno nel regno di Napoli[2574]; se

non che la _regina Giovanna_ con dei pretesti mandò il campo addosso

al conte di Sarno, e gli tolse Sarno, Palma ed altri luoghi: tutto ciò

per compiacere al papa, che desiderava di accomodar di quelle terre

_Alberto conte_ di Nola di casa Orsina, acciocchè egli rilasciasse

Nettuno ed Astura ad _Antonio Colonna_ suo nipote, principe di Salerno,

siccome avvenne. Procurò in oltre esso pontefice una maggior fortuna

ad esso suo nipote, accasandolo con _Polissena_ Ruffa, la quale doveva

ereditare il marchesato di Crotone e la contea di Catanzaro, con assai

altre terre. Fece il medesimo papa in quest'anno, a dì 24 di maggio,

una promozione di dodici cardinali[2575], persone tutte degne della

sacra porpora.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 176 / 216 题