[2533] Raynald., Annal. Eccles.
[2534] Vita Martini V, P. II, tom. 3 Rer Ital. Mariana, Histor., et
alii.
[2535] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2536] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2537] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2538] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2539] Corio, Istor. di Milano.
[2540] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital. Leonardus Aretin., Hist.,
tom. eod. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2541] Raynaldus, Annal. Eccles. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
S. Antoninus, et alii.
[2542] Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.
[2543] Ammirat., Istor. di Firenze, lib. 18. Chron. Foroliviens., tom.
19 Rer. Ital.
[2544] Billius, Hist., lib. 4, tom. eod.
[2545] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.
[2546] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXV. Indiz. III.
MARTINO V papa 9.
SIGISMONDO re de' Romani 16.
Degli affari di Napoli in questi tempi non ho scrittore antico che
ne parli; e certo nulla di rilevante occorse in quelle parti. Nè
il _pontefice Martino_ mi porge motivo di parlare d'alcuna azione
sua appartenente all'Italia. La sola guerra de' Fiorentini col
duca di Milano quella è che diede allora pascolo agli amatori delle
novelle[2549]. Aveano essi Fiorentini condotto al loro soldo _Oddo
Fortebraccio_ figliuolo del già defunto Braccio, e _Niccolò Piccinino_,
che aveano, col radunar le disperse milizie braccesche, messa insieme
una picciola armata. Correva il mese di gennaio, quando fu ordinato
a questi due condottieri di passar l'Apennino per venire in Romagna
ad unirsi colle altre soldatesche fiorentine. Eglino, benchè mal
volentieri, in tempo sì aspro si misero in viaggio; ma, giunti in
Val di Lamone nel dì primo di febbraio, parte dai paesani di Maradi
che presero le armi, e parte dalla gente del duca posta in aguati,
furono assaliti, sconfitti e i più fatti prigioni. Vi lasciò la vita
il suddetto figliuolo di Braccio valorosamente combattendo[2550], e
fra gli altri rimasero prigionieri il suddetto Niccolò Piccinino con
_Francesco_ suo figliuolo, _Niccolò da Tolentino_ e il _conte Niccola
Orsino_, che furono condotti a Faenza[2551], giacchè _Guidazzo de'
Manfredi_ signore di quella città era allora in buona armonia col duca
di Milano. Ma o sia, come alcuni vogliono[2552], che il Piccinino si
prevalesse di questa sua disgrazia in favore de' Fiorentini, oppure
che il _conte Guidantonio_ da Urbino, o, come vuole il Poggio[2553],
lo stesso _Carlo Malatesta_ gli facesse mutar animo: fuor di dubbio è
che il signor di Faenza in quest'anno, nel dì 29 di marzo, ripudiata
l'amicizia del duca di Milano, ed ottenute vantaggiose condizioni,
entrò in lega co' Fiorentini, che mandarono tosto a lui un rinforzo
di due mila persone. Mossero nello stesso tempo i Fiorentini contra
del duca di Milano _Tommaso da Campofregoso_ già doge di Genova,
e signore allora di Sarzana, ed inoltre lo stesso _Alfonso re di
Aragona_, il quale, disgustato di lui e dei Genovesi per la guerra
fattagli in Napoli, comandò che la sua flotta ostilmente procedesse
contra di Genova[2554]. Comparvero dunque ventiquattro galee catalane
nel dì 24 di aprile davanti a Genova, ad alta voce gridando le
ciurme: _Vivano i Campo Campofregosi_, credendo forse che la fazion
de' Fregosi facesse movimento. Nulla di ciò seguì; anzi fu in armi
tutto il popolo per la difesa, perchè il solo nome de' Catalani,
troppo odiati in essa città, bastava a concitar ciascuno contro di
quella nazione. Però fecero vela i Catalani alla volta di Porto-Fino,
e, saccheggiato quel luogo, andarono poi girando per quelle riviere
affin di secondare ed avvalorare i tentativi che nello stesso tempo
fece Tommaso da Campofregoso unito con altri fuorusciti di Genova,
a' quali riuscì di prendere Rapallo, Recco, Sestri, Moneglia,
Castiglione, Chiavari ed altri luoghi. Fece il duca armare in Genova
dieciotto galee ed otto grosse navi per opporle ai Catalani, e queste
nulla operarono. Gli convenne anche d'inviare cinque mila fanti,
comandati da _Niccolò Terzo_ a Sestri, per impedire i progressi del
Campofregoso aiutato da' Fiorentini. Ma questa gente, venuta alle mani
co' nemici, rimase sconfitta colla prigionia di più di mille persone,
e morte di circa settecento. Per tale disgrazia concepì il duca dei
sospetti contra di alcuni Genovesi, e li mandò a' confini. Intanto
_Guido Torello_ generale dell'armata ducale, ch'era in Romagna, passò
in Toscana su quello d'Arezzo, e portò la guerra in casa altrui.
Furono in campagna anche le milizie fiorentine; e, passato, nel dì 9
d'ottobre, in vicinanza della terra d'Anghiari, quivi ebbero una gran
rotta con perdita o prigionia di moltissimi cavalli e fanti[2555].
Successivamente presso alla Faggiuola rimase disfatto un altro lor
corpo d'armati con lasciarvi prigioni più di mille fanti. A queste
disavventure s'aggiunse la terza. Rimesso in libertà _Niccolò
Piccinino_, era ritornato al loro servigio; e perchè il tiravano in
lungo senza accordargli la sua riferma, come egli ne faceva istanza,
perduta la pazienza, all'improvviso si partì da loro colle sue truppe,
e si ritirò a Perugia sua patria (forse nella primavera dell'anno
seguente), e fu ingaggiato al suo servigio dal duca di Milano[2556].
Per questo, secondo l'uso di questi tempi, si vide dipinto esso
Piccinino nel palazzo pubblico di Firenze qual traditore appiccato
per un piede. La stessa pena, qualunque sia, patirono[2557] _Alberico
conte_ di Cunio, _Ardizzone da Carrara, Cristoforo da Lavello_ ed altri
capitani, che in quest'anno si ritirarono dal servigio dei Fiorentini.
Non però fra queste sciagure si avvilì punto l'animo grande di quel
popolo. Attesero essi a provvedersi altronde di gente; ma la maggior
loro speranza la misero nel soccorso de' Veneziani[2558]. Spedirono
dunque a Venezia nel novembre per ambasciatore _Lorenzo Ridolfi_,
oppure, come scrive il Poggio, _Palla Strozzi_ e _Giovanni de Medici_,
che rappresentarono lo stato vacillante della repubblica fiorentina:
caduta la quale, anche la Terra ferma de' Veneziani restava in
pericolo di perdersi. Pervennero anche colà gli ambasciatori del
duca a sostener le ragioni di lui[2559], e ad impedire il negoziato
de' Fiorentini. Mostrò quel saggio senato desiderio che il duca
s'acconciasse co' Fiorentini; e il duca non mancò di propor loro pace
o tregua; ma nè l'uno nè l'altro piacque ai Fiorentini, i quali co'
Veneziani pretendeano che il duca lasciasse Genova in libertà, nè
s'impacciasse negli affari della Romagna: al che il duca non seppe
acconsentire. Sicchè nell'anno appresso strinsero insieme lega Venezia
e Firenze, con obbligazione imposta a' Fiorentini di pagare la metà
della spesa, facendosi guerra col duca di Milano. Indubitata cosa è
poi che il principal promotore di questa guerra fu il _conte Francesco
Carmagnola_, insigne capitano di questi tempi: tanto seppe egli soffiar
nel fuoco, ed accendere l'animo de' Veneti contra del Visconte, i
quali già apprendevano che il duca senza freno era dietro ad ingoiare
chiunque gli era vicino. Disgustato, siccome dissi, del duca, per
colpa nondimeno de' mali arnesi ch'egli teneva in sua corte, arrivò il
Carmagnola per gli Svizzeri a Venezia nel dì 23 dì febbraio, travestito
con venti famigli e gran tesoro. Ebbe subito da' Veneziani la condotta
di trecento cavalli, e l'annua pensione di sei mila ducati. Si sa
ancora ch'egli rivelò a quella signoria non pochi segreti del duca: lo
che servì ad incoraggirli alla guerra. Mancò di vita per la pestilenza
nel luglio di quest'anno[2560] il fanciullo _Tebaldo Ordelaffi_ signore
di Forlì, per cagione di cui era insorta la guerra in Romagna. Dimorava
in questi tempi[2561] _Gabrino Fondolo_, già tiranno di Cremona, in
Castiglione, forte castello, poche miglia distante da quella città.
Entrò in sospetto il duca della sua fede per certi di lui andamenti,
e per aver trattato con de' Veneziani. Troppo difficil cosa era il
prendere questa volpe nella tana. Ne assunse la cura l'Oldrado suo
compadre e caro amico, il quale, condotti seco alquanti armati,
passando fuori di Castiglione e fingendo che si fosse sferrato un
cavallo, mandò a prendere un marescalco nella terra. Avvisato di
ciò Gabrino, mandò ad invitare il compadre, che mostrò d'avere gran
fretta e dispiacere di non poterlo vedere. Uscì fuori allora lo stesso
Gabrino, e mentre parla all'amico, attorniato dagli armati vien preso.
Entrò immantenente l'Oldrado nel castello, imprigionò due figliuoli di
Gabrino con tutta la sua famiglia, e s'impossessò, a nome del duca,
de' tesori di costui, che erano molti. Condotto Gabrino a Pavia, e
processato, fu poi trasferito a Milano, dove sopra un pubblico palco
lasciò la testa. Venne in quest'anno al soldo del duca suddetto il
giovane _Francesco Sforza_ con mille e cinquecento cavalli, gente
valorosa, che avea servito sotto _Sforza_ suo padre. Altrettanto
fece anche _Giovanni da Camerino_, _Ardiccion da Carrara_ ed altri
capitani, che aveano abbandonato il servigio de' Fiorentini. E nel
settembre[2562] fu assediata la città di Faenza dalle armi del duca, ma
senza profitto alcuno.