NOTE:

[2518] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2519] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2520] Chronic. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.

[2521] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2522] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Cribell. Vit. Sfort., tom.

19 Rer. Ital.

[2523] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2524] Cronica di Sicilia, tom. 24 Rer. Ital.

[2525] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Cribellus, Vit. Sfortiae,

tom. 19 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2526] Campanus, Vit. Brachii, tom. 19 Rer. Ital.

[2527] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.

[2528] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2529] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Italic. Chron. Foroliviens.,

tom. 19 Rer. Ital.

[2530] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.

[2531] Billius, Hist., pag. 63, tom. 19 Rer. Ital.

[2532] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXIV. Indizione II.

MARTINO V papa 8.

SIGISMONDO re de' Romani 15.

Si sciolse in quest'anno il concilio generale, cominciato con poco

concorso in Siena, per varie difficoltà quivi insorte[2533]; laonde

_papa Martino_ determinò che il medesimo si avesse a celebrare da lì a

sette anni in Basilea. Nell'anno presente[2534] diede veramente fine al

suo vivere l'ostinato Pietro di Luna, cioè l'antipapa _Benedetto XIII_.

L'età di novant'anni, a cui era giunto, ci porge motivo di credere che

non da veleno, come corse voce, ma dai troppi anni procedesse la morte

sua. A lui fu da due soli anticardinali dato per successore Egidio

Mugnos o Mugnone, canonico; e costui, tutto che ridicolo pontefice,

non lasciò di crear nuovi cardinali, e di esercitar le funzioni da

papa: tutto per suggestione di _Alfonso re d'Aragona_, il quale,

col mantener quest'idolo, volea tenere in apprensione il pontefice

Martino V, e ricavarne a suo tempo dei vantaggi. Ma fra le cose che

maggiormente angustiavano l'animo d'esso pontefice, era il duro assedio

della città dell'Aquila, continuato già per più mesi da _Braccio_

suo nemico, temendosi oramai la caduta di quella città nelle di lui

mani. Se ciò succedeva, Roma sarebbe venuta a restar come bloccata da

Braccio, uomo non mai sazio d'acquisti, e padrone dall'una parte di

Perugia e d'altre città, e dall'altra di Capoa, dell'Aquila e di altri

luoghi. Pertanto papa Martino, oltre al sollecitare continuamente

la _regina Giovanna_ e _Sforza_ al soccorso, inviò anche ad esso

Sforza tutti gli aiuti di gente armata che egli potè raunare. Erasi

dunque mosso questo prode capitano coll'esercito suo verso la metà di

dicembre dell'anno precedente con ferma speranza di giugnere a tempo

alla liberazion dell'Aquila[2535]; e nel cammino avea sottoposti al

suo volere Lanzano ed Ortona, dove celebrò la festa del santo Natale.

Quivi, dato riposo alla armata, nel dì 4 del gennaio dell'anno presente

al dispetto del verno marciò con tutta la gente innanzi per passare

il fiume Pescara, là dove sbocca nel mare. Valicò egli intrepidamente

quelle acque insieme con _Francesco_ suo figliuolo, seguitato da

quattrocento cavalli, coi quali esso Francesco mise in rotta un corpo

di nemici posto alla riva opposta. Intanto, essendosi ingrossato il

fiume pel flusso del mare vicino, il resto dell'armata si fermò,

non osando passare. L'impaziente Sforza, dopo averli colla voce e

colla mano indarno chiamati, di nuovo spinse il cavallo nel fiume per

tornare di là, ed animar col suo esempio gli altri al passaggio. Ma

ritrovandosi in mezzo all'acqua, e veggendo uno dei suoi uomini di

armi, oppure un suo caro paggio, che nel voler passare s'affogava, si

indirizzò per dargli aiuto. E già l'avea preso colla man destra per

sollevarlo, quando al suo cavallo vennero meno i piedi di dietro, se

pur non cadde in un gorgo; e Sforza armato, come era, piombò al basso,

e quivi lasciò la vita, senza che mai più si trovasse il cadavero suo,

che probabilmente fu rotolato nel mare. E questo miserabil fine fece

_Sforza Attendolo_ da Cotignola, che da basso stato era salito pel

suo raro valore ad un'insigne potenza, e al credito d'uno dei primi

generali d'armi che s'avesse allora l'Italia. Lasciò dopo di sè molti

figliuoli, bastardi la maggior parte, fra' quali Francesco superò

col tempo di gran lunga la gloria del padre. Per la morte sua restò

scompigliato ogni disegno di quell'esercito. _Braccio_ stesso, che si

trovava allora a Chieti, e, inteso il passaggio di Sforza, già s'era

posto in viaggio senza volerlo aspettare, dacchè ricevè la nuova della

morte di lui, più che mai vigoroso tornò a strignere d'assedio la città

dell'Aquila.

Ora Francesco figliuolo di Sforza dopo la perdita del padre volle

accorrere alla guardia delle città e terre già possedute da esso

suo genitore, e, lasciato un sufficiente presidio in Ortona,

frettolosamente col resto dell'esercito si portò a Benevento; e,

trovato che non v'era novità, andò ad Aversa. Quivi con tenerezza e

distinzione fu accolto dalla _regina Giovanna_, la quale, per tener

vivo il nome del padre, al cui valore ella era tanto obbligata, ordinò

ch'egli da lì innanzi s'intitolasse _Francesco Sforza_; e dopo avergli

confermati i dominii del padre, e datagli buona somma di danaro da

pagar le milizie, l'animò a proseguir le cominciate imprese in difesa

della sua corona. Intanto era giunta in quelle vicinanze in favore

d'essa regina la poderosa flotta genovese, ben provveduta di gente

brava e guerriera, che il Crivello[2536] fa consistere in quattordici

vascelli, ventitrè galee, tre galeotte, oltre ad altri legni minori.

La prima impresa[2537] fu di impadronirsi di Gaeta città ricchissima

in quei tempi, dove fecero gran bottino. Ebbero dipoi Procida,

Castello-a-mare, Vico, Sorrento, Massa ed altri luoghi. Ciò fatto, si

presentarono per mare davanti a Napoli; nel qual tempo anche Francesco

Sforza col _duca di Sessa_ e _Luigi da San Severino_, e con parte delle

soldatesche già militanti sotto Sforza suo padre, che volentieri si

ridussero sotto le bandiere del figliuolo, si accampò sotto la medesima

città. _Jacopo Caldora, Berardino dalla Corda_ degli Ubaldini, _Orso

Orsino_ ed altri capitani sotto l'infante _don Pietro_, fratello del

_re Alfonso_, valorosamente difendeano la città. Ma Berardino, preso

il pretesto che non correano le paghe, con licenza dell'infante se

ne ritornò a Braccio. La ritirata di questo condottier d'armi, e il

vedere che gli altri Italiani erano spesso a parlamento con quei di

fuori, fecero talmente montare in collera l'infante, che determinò di

bruciar Napoli. E l'avrebbe fatto, se Jacopo Caldora e Cola Sottile non

se gli fossero opposti colle buone e colle brusche, tanto che depose

quella crudel risoluzione. Da lì innanzi don Pietro non si fidò più

del Caldora, e questi, accortosi di essere in pericolo, segretamente

trattò accordo col _conte_ Guido Torello. Perciò nel dì 12 d'aprile,

aperta una porta di Napoli, vi entrarono le schiere genovesi e quelle

della regina Giovanna, facendo prigionieri non pochi Aragonesi e

Catalani, ma senza inferir danno ai Napoletani. Ciò fatto, misero

l'assedio al castello di Capuana, che pochi giorni si tenne e si

rendè con buoni patti. Passarono poi sotto Castello Nuovo, dove si era

ritirato l'infante don Pietro. Gran festa fu fatta per tale acquisto

da chiunque amava la regina; ed allora il giovine _Lodovico duca_

d'Angiò a nome di essa entrò in Napoli. Ma Guido Torello colla flotta

genovese, perchè la regina si trovava troppo sprovveduta di danaro da

soddisfare al soldo e mantenimento di essi Genovesi, se ne partì[2538],

e nel dì 26 di maggio con gran gloria pervenuto a Genova, quivi

disarmò. Fu nella suddetta occasione, che avendo il Torello conosciuto

di vista _Francesco Sforza_, giovane, che per tempo mostrava tutte le

disposizioni a riuscir quello che poscia divenne col darne vantaggiosa

relazione a _Filippo Maria duca_ di Milano, l'invogliò di prenderlo ai

suoi servigi, siccome più innanzi vedremo.

Correva già il tredicesimo mese che durava l'assedio dell'Aquila,

assedio famoso e minutamente descritto da un rozzo sì, ma veridico

poeta di quella città, ch'io ho dato alla luce nel tomo VI delle mie

Antichità Italiane, sostenendosi con valore e costanza memoranda,

non ostante la fame, da que' cittadini contro tutti gli sforzi di

Braccio da Montone. Il _conte Antoniuccio dall'Aquila_ fece delle

maraviglie in difesa della patria. Tanto il pontefice _Martino_, quanto

la regina premevano forte per soccorrere quell'afflitta città; ed

amendue, avendo unite quante forze poterono, le spedirono alla volta

dell'Aquila. Generale di questa armata fu scelto _Jacopo Caldora_;

sotto di lui militavano _Francesco Sforza_ colle milizie sforzesche,

_Lodovico Colonna_ colle pontificie, _Luigi da San Severino, Niccolò

da Tolentino_ ed altri capitani assai rinomati. Arrivò il Caldora con

tutti i suoi alla cima della montagna, da dove si scopriva l'assediata

città dell'Aquila e il campo nemico. _Braccio_, a cui era giunto

con grosso rinforzo di gente _Niccolò Piccinino_, o perchè superbo

si facesse beffe dell'esercito nemico, oppure perchè si figurasse,

lasciandoli calar tutti al piano, d'averli come in pugno, non volle

che si facesse un passo per assalirli nella scesa del monte, ancorchè

i suoi capitani gli rappresentassero la facilità di sbaragliarli nelle

vie strette di essa montagna. A chi Dio vuol male gli leva il senno.

Disposta la fanteria in certi siti con ordine di non muoversi, s'egli

non ne dava il segno, colla cavalleria si fece incontro all'armata

nemica, già pervenuta al piano[2539]. Attaccatasi la terribil battaglia

nel dì 2 di giugno, per più ore si combattè con vicendevole strage di

uomini e cavalli. Era stato lasciato il Piccinino con alcune squadre

alla guardia della città, affinchè gli Aquilani non uscissero; ma

veggendo egli i suoi o piegare o stanchi pel tanto menar delle mani,

non si potè contenere, ed, abbandonato il posto, entrò anch'egli colla

sua gente nel fiero conflitto. Fu questo la rovina dell'esercito di

Braccio; imperocchè il popolo dell'Aquila (e fin le donne, se dice

vero il Campano), scorgendo libero il varco, e il soccorso vicino,

furiosamente uscì della città, e girando per le colline, si scagliò

anche esso addosso al nemico con immense grida, che atterrirono i

Bracceschi ed accrebbero il coraggio agli amici. Queste grida e il

polverio alzato furono cagione che la fanteria di Braccio, la quale

anche s'era perduta in parte a bottinare, non vide e non intese il

segnale per muoversi; e però andò in rotta la di lui cavalleria, e

_Braccio_ stesso, mortalmente ferito, fu preso con gran copia dei

suoi. Andò tutto il bagaglio in preda ai vincitori; la città restò

liberata, e Braccio portato mezzo morto nell'Aquila, tardò poco a

spirar l'anima, scomunicato com'era[2540]. Fu creduto che la sua ferita

venisse dai fuorusciti Perugini, che la volevano sol contra di lui. In

questa maniera terminò la vita e la potenza di _Braccio Fortebraccio_

Perugino, personaggio diffamato da alcuni scrittori[2541] per uomo

di poca religione, di molta crudeltà e di ambizione smoderata, che in

questi ultimi tempi era anche peggiorato nei costumi, col divenire più

aspro del solito e sprezzatore d'ogni consiglio. Ma certo non gli si

può negar la gloria di essere stato insigne nel mestier della guerra,

e forse il maggior generale di armata che allora avesse l'Italia.

Da _Lodovico Colonna_ fu portato a Roma il cadavero suo, e vilmente

seppellito fuori di luogo sacro. Nè si può esprimere la festa che

di tal vittoria fecero i Romani, e massimamente il pontefice, che

non solamente si vide libero da un formidabil nemico, ma anche nel

giorno 29 di luglio ricuperò Perugia, Assisi e le altre città da lui

usurpate, con essere anche tornato in potere della _regina Giovanna_ il

principato di Capoa. Giunse poi nel dì 20 di giugno a Napoli la flotta

di 25 galee del re d'Aragona, che con alte grida si andò accostando

alle mura, e diede in più volte molti assalti al molo picciolo, che

bravamente fu difeso dai Napoletani colla morte di assaissimi Catalani.

Altro dunque far non potendo quel comandante, nel secondo giorno di

agosto cavò di Castello Nuovo l'infante don Pietro fratello del _re

Alfonso_, lasciando in sua vece alla custodia di quella fortezza messer

Dalmeo[2542]; e, dopo aver danneggiata la marina, arrivò circa la

metà di esso mese insieme coll'infante a Messina. Vi ha chi riferisce

all'anno seguente questo fatto. Venuto poi il settembre, esso _don

Pietro_ e _don Federigo_ suo fratello fecero vela colla flotta verso

l'Africa, per bottinare addosso ai Mori. In una rotta che diedero ad

essi ne fecero prigioni più di tre mila.

Mentre queste cose si faceano nel regno di Napoli, si andò sempre

più riscaldando la guerra in Romagna tra _Filippo Maria Visconte_ e

i _Fiorentini_[2543]. Troppo di mal occhio miravano questi entrate

le armi duchesche in Forlì; perchè l'avere ai confini un principe

di tanta potenza, giusta gelosia facea nascere nel cuore di quel

molto avveduto popolo. Crebbero maggiormente i dissapori e sospetti,

dappoichè le armi del medesimo duca per tradimento misero nel dì

primo di febbraio il piede in Imola, e fecero prigione _Lodovico degli

Alidosi_ signore di essa città[2544], che fu mandato a Milano. Questi,

dopo essere stato parecchi mesi nelle carceri, rilasciato, si fece

frate dell'osservanza di San Francesco. Spedirono perciò i Fiorentini

_Carlo_ e _Pandolfo Malatesti_ signori di Rimini[2545], e circa dieci

mila tra cavalli e fanti in Romagna. Dopo avere l'esercito duchesco,

comandato da _Angelo dalla Pergola_, ridotto in angustia il castello

di Zagonara[2546], Carlo de' Malatesti per soccorrerlo s'inviò verso

quelle parti. Però si venne ad un fatto di armi nel dì 27 oppure

28 di luglio, in cui sbaragliato restò prigioniere lo stesso Carlo

Malatesta, e lasciaronvi la vita _Lodovico degli Obizzi_ da Lucca,

_Orso degli Orsini_ da Monte Ritondo ed altri assaissimi. Tre mila e

ducento cavalli furono presi, oltre alla perdita del bagaglio. Dopo

questo prosperoso avvenimento passò l'armata duchesca all'assedio di

Forlimpopoli, e nel dì 13 d'agosto se ne impadronì. Lo stesso fece di

Bertinoro, Savignano e d'altre castella di que' contorni. Tolse anche

ai Fiorentini Bagno, Dovadola e d'altre terre, e quattro castella

nel territorio di Pesaro, ed altre in quello di Rimini. Leggesi

minutamente descritta questa guerra da Andrea Biglia scrittore di

questi tempi. Fu condotto prigioniere a Milano _Carlo Malatesta_; ma

in vece di trovare nel duca un nemico, vi trovò un magnanimo amico.

Tosto fu messo in libertà, accolto con onore ed amorevolezza dal duca,

e dopo essere stato ben trattato, nel gennaio dell'anno seguente,

caricato anche di regali, se ne tornò libero a casa. Fecegli inoltre

restituire il duca tutte le castella a lui prese, con grave danno

non di meno di coloro che le aveano rendute, perchè come colpevoli

furono ben pelati da esso Malatesta. Con questa generosità trasse il

duca nel suo partito i Malatesti. Voce comune fu, che se nel bollore

di questa fortuna il duca spigneva le sue armi in Toscana, avrebbe

ridotto a mal termine i Fiorentini, perchè Cortona, Arezzo ed altre

terre stavano colle mani giunte aspettando chi loro porgesse aiuto per

sottrarsi al dominio di Firenze. Ma nulla di più si tentò nell'anno

presente, e nel susseguente mutarono faccia le cose. Mandò il duca

Filippo Maria nel novembre di quest'anno per governatore di Genova il

_cardinal Jacopo Isolani_[2547]: dal che si avvide il conte _Francesco

Carmagnola_ di essere chiaramente decaduto dalla grazia del duca.

Portatosi ad Abbiate per avere udienza dal duca, non potè averla, e

però indispettito si ritirò ad Ivrea in Piemonte[2548]. Ebbe il duca

fra non molto tempo a far gran penitenza di questa sua sconsigliata

risoluzione. Perdè egli un gran capitano, ed uno ne provvide ai nemici

suoi per propria rovina. Occupò bensì il duca i beni sì feudali che

allodiali di esso Carmagnola, i quali il Biglia fa ascendere a quaranta

mila fiorini di rendita: guadagno nondimeno da nulla, dacchè in breve

vedremo ciò che gli costasse l'aver per nemico un generale di sì gran

vaglia. I motivi poi dell'alienato animo del duca a me sono ignoti.

Forse l'incontentabilità dei generali d'allora, fattasi conoscere nel

Carmagnola, stancò il duca; se pur non volesse talun sospettare che le

stesse facoltà sì abbondantemente a lui donate gli facessero guerra

nell'animo del duca, siccome fecero una volta a Seneca in quel di

Nerone.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 174 / 216 题