NOTE:

[2478] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2479] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 18. Campan., Vita Brachii.,

tom. 19 Rer. Ital. Cribellus, Vita Sfortiae, tom. eod.

[2480] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2481] Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Italic. Cronica

di Bologna, tom. eod.

[2482] Corio, Istoria di Milano.

[2483] Campanus, Vit. Brachii, tom. 19 Rer. Ital.

[2484] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.

[2485] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2486] Campanus, Vita Brachii, tom. 19 Rer. Ital.

[2487] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2488] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2489] Petrus Cyrnaeus, Histor. Corsic., tom. 24 Rer. Ital.

[2490] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.

[2491] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2492] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.

[2493] Billius, in Histor., tom. 19 Rer. Ital.

[2494] Sanuto, Ist. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2495] Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital.

[2496] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2497] Leonardus Aretinus, Hist., tom. 19 Rer. Ital.

[2498] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.

Anno di CRISTO MCCCCXXI. Indiz. XIV.

MARTINO V papa 5.

SIGISMONDO re de' Romani 12.

Gran copia di aderenti avea _Lodovico III_ duca d'Angiò nel regno di

Napoli[2499]. Spezialmente prevaleva la sua autorità nella Calabria,

dove pendevano dai suoi cenni le città di Cosenza, Bisignano, Rossano,

Santa Severina, San Marco, Crotone, Policastro ed altre terre, al

governo delle quali inviò _Francesco_ figliuolo di _Sforza_. Non

erano molte le forze della _regina Giovanna_ e del _re Alfonso_ per

resistere a questo avversario, sostenuto dal papa e dall'invitto

Sforza. E quand'anche avessero potuto resistere, ne mancavano loro per

cacciarlo fuori del regno. Durante dunque il verno fra le maniere di

fortificare la lor fazione, fu creduta la migliore e più spedita di

chiamare in loro aiuto _Braccio_, la cui riputazion nel mestier delle

armi era celebre in questi tempi per tutta l'Italia. Pertanto gli

spedirono l'invito con ingorde promesse di ricompensa[2500]. Braccio,

dopo aver fatto il ritroso per maggiormente avvantaggiar le sue cose,

finalmente condiscese a condizione che la regina lo investisse e

metesse in possesso della città di Capoa e del suo principato, boccone

da principe; e che il creasse contestabile del regno[2501]. Tutto gli

fu accordato; e dacchè egli ebbe spedita gente a prendere il possesso

di Capoa, (benchè il Campano sembri credere ciò seguito più tardi)

tutto allegro cominciò a mettere in ordine e ad accrescere le sue

genti, colle quali in fine si inviò in persona alla volta del regno

di Napoli, avendo prima voluto sicurezza dalla regina di ducento mila

fiorini d'oro per pagare le truppe. Essa parte ne fece sborsare, parte

diede per mallevadori i mercatanti fiorentini[2502]. Mentre queste cose

si trattavano, il re Alfonso, nel mese di febbraio diede una scorsa

al suo regno di Sicilia, ch'egli non avea peranche veduto. Sbarcò

a Palermo, e poscia andò visitando Messina e le altre città di quel

fiorito regno: il che fatto, se ne tornò a Napoli per assistere alla

regina contro gli sforzi di Lodovico d'Angiò e di Sforza. Entrò ancora

nel regno colle sue forze il prode Braccio, e sulle prime s'impadronì

di Solmona, di Sangro e d'altre terre. Poscia speditamente marciò ad

Aversa per sorprender ivi, se potea, l'Angioino, sapendo che Sforza col

meglio dei suoi era lungi di là. Ma non gli andò fatta. Sforza corse

ad Aversa, ed, assicurata con buon presidio la città, rendè inutili i

disegni dell'avversario. In questi tempi _Jacopo Caldora_, uno di quei

baroni che avea prese l'armi contro la regina Giovanna, ed abbondava di

coraggio e di soldatesche, allorchè Sforza si credeva di avere in lui

il più fedel collegato, venne a scoprirsi di fede instabile, guadagnato

da Braccio, con cui unì in fine le forze sue: colpo che sconcertò non

poco gl'interessi di Lodovico d'Angiò e di Sforza. Braccio intanto

col Caldora se n'andò a Napoli, e vi giunse nel punto che anche il re

Alfonso con bella flotta e buon rinforzo d'armati nel dì 26 di giugno

sbarcò in quel porto. Incredibile fu in Napoli l'allegrezza per la

venuta di questi campioni, e favoritissimo fu l'accoglimento fatto a

Braccio dalla regina e dal re.

Attendeva in questi tempi _papa Martino V_, già restituito a Roma, a

dar sesto a quella città. Ma non sapeva egli digerire, che la _regina

Giovanna_, senza farne consapevole il romano pontefice suo sovrano,

non che senza chiederne il consenso, avesse adottato in figliuolo il

re _Alfonso_, la cui mente e potenza già gli facea paura. Molto più

si accese di sdegno allorchè vide _Braccio_ suo vassallo impugnar le

armi contra del duca d'Angiò da sè favorito, e cominciar la fabbrica

di maggiore ingrandimento, che potea essere un dì troppo pregiudiziale

agli Stati della Chiesa. In questi tempi venne il duca di Angiò

a Roma, per rappresentare al papa lo stato assai dubbioso, se non

anche pericoloso, de' suoi affari, e per chiedere aiuto. Gli diede il

pontefice quel rinforzo che potè di denaro; ed ordinò a _Tartaglia_,

che era al suo soldo, di andarsi ad unire a _Sforza_ con cinquecento

cavalli e qualche fanteria di sua condotta. Scrisse ancora un breve

nel dì 29 di giugno[2503] ai signori sì ecclesiastici che secolari del

regno di Napoli, comandando loro di non pagare alla regina i tributi,

e di non ubbidire ai di lei ministri; ma non tralasciò intanto di

procurare aggiustamento fra le parti[2504]. A questo fine inviò a

Napoli nel settembre i cardinali di Sant'Angelo e del Fiesco, che

trovarono l'osso troppo duro; e pare che se ne andassero senza aver

nulla fatto. Il bello era che ne' medesimi tempi cominciò la regina a

pentirsi di aver chiamato ed adottato il re Alfonso[2505], e per via di

Bernardo Arcamone cominciò a trattar segretamente con Lodovico d'Angiò

e Sforza: il che penetrato dal re Alfonso, gli diede un'incredibil

gelosia. Per questa dubbietà di animi nulla di riguardevole succedette

nel resto dell'anno fra le due nemiche armate, le quali, dopo

varii movimenti, saccheggi e scaramuccie, si ridussero ai quartieri

d'inverno. Si credeva ognuno di goder ivi la quiete[2506], quando

all'improvviso il re Alfonso e Braccio, per levarsi l'impaccio della

Cerra, luogo già occupato da Sforza, otto miglia lungi da Napoli, vi

andarono a mettere l'assedio, e cominciarono colle bombarde ed altre

macchine a bersagliar quella terra. Accorsovi Sforza con cinquecento

cavalli, vi spinse dentro Santoparente ed altri dei suoi bravi parenti

Cotignolesi con ottanta cavalli, i quali fecero tal difesa, che,

disperando il re di vincere la pugna, ascoltò volentieri proposizioni

d'accordo. Per onor suo fu ritrovato il ripiego che gli assediati

esponessero la bandiera del papa, per la cui riverenza il re mostrò

di ritirarsi. Scrive bensì il Campano[2507] che Cerra gli si rendè, ma

verisimilmente in ciò egli prese abbaglio. Soggiornando intanto il duca

d'Angiò e Sforza in Aversa, e trovandosi con esso loro _Tartaglia_,

antico nemico, e poco fa divenuto amico di Sforza, insorsero sospetti

di mala fede contro di lui, e che egli avesse tenuto intelligenza di un

tradimento con Braccio. Se fossero veri o falsi cotali sospetti, nol

saprei dire. Sappiamo di certo ch'egli fu preso, e posto ai tormenti,

nei quali dicono che confessò il delitto; laonde gli fu tagliata la

testa. Confessa il Campano che Braccio trattava male qualunque dei

soldati di Sforza che restasse prigioniere; regalava all'incontro

e rimandava quei di Tartaglia: stratagemma forse usato da lui per

metterlo in diffidenza col duca d'Angiò e con Sforza, siccome infatti

avvenne. Ma costò caro al duca, perchè la maggior parte de' soldati di

Tartaglia, credendo ucciso a torto il lor condottiere, a poco a poco

desertando, si andarono ad arrolare nel campo di Braccio.

Così andavano gli affari di Napoli; nel qual tempo _Filippo Maria_

duca di Milano andava stendendo le ali. La prima sua impresa nell'anno

presente fu contra di _Pandolfo Malatesta_ signore di Brescia. Già

molte castella di quel distretto erano in mano del duca, e il _conte

Carmagnola_ con oste poderosa si preparava a fare del resto. Però,

trovandosi troppo inferiore di forze il Malatesta, e stando come

bloccato e privo di vettovaglie, capitolò col duca la cessione di

quella potente città[2508] per trentaquattro mila fiorini d'oro, che

gli furono sborsati. Entrò in Brescia il vittorioso Carmagnola nel

dì 16 di marzo, e Pandolfo colla testa bassa se ne tornò a casa sua.

Aveano i maggiori del Visconte signoreggiata la città di Genova. A

Filippo Maria premeva di non essere da meno; e però in quest'anno si

diede più che mai a far pratiche per mettervi il piede; e soprattutto

l'animavano all'impresa i fuorusciti che erano ricorsi a lui. Tra

le speranze dategli da questi, e il trovarsi non pochi degli stessi

abitanti in Genova o per malevolenza o per invidia contrarii al governo

di _Tommaso da Campofregoso_, buona disposizione apparve per ottenere

l'intento. Ordinato dunque un convenevol esercito sotto il comando del

Carmagnola, venuta la state[2509], lo spedì nel Genovesato, premessa

la sfida contra del Campofregoso. Non tardò Albenga con altre terre a

rendersi. Passò dipoi l'armata sotto Genova, e ne formò da ogni parte

l'assedio; ed affinchè non le venisse soccorso per mare, condusse il

duca al suo soldo sette galee di Catalani[2510]. Il Campofregoso,

che per l'imminente bisogno nel dì 27 di giugno, col consenso de'

Genovesi, avea venduto Livorno ai Fiorentini per cento mila fiorini

d'oro, non omise diligenza per difendere il suo Stato. Armate ancora

sette galee, comandate da Batista suo fratello, le spedì incontro ai

Catalani. Ma venuti a battaglia questi legni, ne rimasero sconfitti i

Genovesi, e prigione lo stesso Batista: colpo che mise la falce alla

radice, e condusse Tommaso a trattar di composizione col Carmagnola,

e per mezzo suo col duca. Non ebbe difficoltà il duca di lasciare

al Campofregoso il dominio di Sarzana, purchè consegnasse Genova

alle sue mani, perchè col tempo non mancano ragioni o pretesti ai

conquistatori di ritorsi quello che per misericordia han lasciato

sul principio. Promise ancora il duca a Tommaso trenta mila fiorini

d'oro, e quindici mila a Spineta Campofregoso altro di lui fratello,

acciocchè rendesse la città di Savona, di cui era in possesso. Così nel

dì 2 di novembre il Campofregoso non senza lagrime uscì di Genova, e

vi fece la sua entrata il conte Carmagnola, che ne prese il possesso

a nome del duca, e rimise in casa tutti i fuorusciti e banditi. Di

questo passo camminava la fortuna del duca di Milano. Men prosperosa

non era quella de' Veneziani[2511]. Essi in quest'anno ricuperarono

Drivasto, Antivari, Dulcigno, e quasi tutto il resto dell'Albania.

Presero ancora nel Friuli alcune poche castella che avevano resistito

fin ora: nella qual congiuntura Filippo degli Arcelli Piacentino,

valente lor generale, restò colpito da un verrettone, per cui diede

fine ai suoi giorni. E perciocchè il papa fece nuove istanze in favore

del patriarca d'Aquileia per la restituzione del Friuli, quel saggio

senato rispose che lo renderebbe ogni qual volta fosse rimborsato delle

spese della guerra, a cui erano stati forzati dall'inquieto patriarca.

Ascendevano queste spese a milioni. Però si venne ad un accordo, per

cui fu solamente lasciata allo stesso patriarca la città di Aquileia

colle castella di San Daniello e di San Vito. Tutto il rimanente fu,

ed è tuttavia, della repubblica veneta, con essere cessata tutta la

potenza temporale del patriarca d'Aquileia, il quale in addietro, dopo

il romano pontefice, era il più ricco prelato d'Italia.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 171 / 216 题