NOTE:

[2463] Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.

[2464] Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.

[2465] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 18.

[2466] Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Vita Martin. V, P.

III, tom. 3 Rer. Ital.

[2467] Ammirato, Istor. Fiorentina, lib. 18.

[2468] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom.

eod.

[2469] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.

[2470] Sammarthan., Généal. de France, tom. 2.

[2471] Raynaldus, Annal. Eccles. ad ann. 1420.

[2472] Cribell., Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital. Corio, Istor. di

Milano.

[2473] Campanus, Vita Brachii, lib. 4. tom. 19 Rer. Ital.

[2474] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2475] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2476] Corio, Istor. di Milano.

[2477] Celestino, Istor. di Bergamo.

Anno di CRISTO MCCCCXX. Indiz XIII.

MARTINO V papa 4.

SIGISMONDO re de' Romani 11.

Le azioni fatte in quest'anno dal _pontefice Martino_ danno

assai a conoscere, che non era tanto difficile a mutar pensiero e

sistema[2479]. Odiava a morte _Braccio_ signor di Perugia; pure,

per maneggio de' Fiorentini, stretti amici di Braccio, s'indusse a

riceverlo in grazia, e a lasciargli in vicariato le città di Perugia,

Assisi, Jesi e Todi con altre non poche terre da lui occupate, purchè

restituisse al pontefice Narni, Terni, Orvieto ed Orta. Sul fine di

febbraio comparve a Firenze lo stesso Braccio con accompagnamento

magnifico, e fu accolto dal popolo fiorentino con tal plauso e

pompa, come se fosse stato un re ed imperadore. Prostrato a' piedi

del papa, non solamente riportò l'assoluzion delle censure e il

vicariato suddetto, ma divenne ancora campion dello stesso pontefice

per riacquistargli Bologna. Già dicemmo che esso papa avea con bei

capitoli e privilegii accordata la libertà ai Bolognesi. Nell'anno

precedente[2480] era stata in quella città una sedizione e rissa fra

_Antonio de' Bentivogli_ e la sua fazione, e _Matteo da Canedolo_

capo di un'altra fazione. Perchè toccò di soccombere all'ultima, fu

questa cacciata di città e mandata a' confini, restando il Bentivoglio

come padrone della città. Forse le preghiere di questi fuorusciti, e

l'udire le divisioni che tuttavia duravano in Bologna, fecero nascer

voglia e speranza al papa di sottomettere quella città. Braccio fu

scelto per tale impresa. Spedì il pontefice innanzi un arcivescovo ed

un abbate per suoi ambasciatori, che, nel dì 28 di febbraio entrati

in Bologna, esposero con ornate parole il desiderio di sua santità

d'aver egli il governo della città. La risposta poco favorevole fu

portata a Firenze dagli ambasciatori bolognesi spediti colà. Però si

venne all'interdetto, e poscia alla guerra contra di quel popolo. Anche

_Lodovico degli Alidosi_ signor d'Imola mandò la disfida a Bologna.

Scrive Matteo Griffoni[2481] che nel dì 5 di maggio venne in quella

città _Gabrino Fondolo, olim dominus Cremonae_, per generale delle armi

d'essi Bolognesi. Ciò è da notare, siccome dirò più abbasso, perchè,

secondo il Corio[2482], Gabrino non era per anche stato spogliato di

Cremona. Ci assicura anche il Campano[2483] che il Fondolo venne al

servigio de' Bolognesi. Ora nel dì 17 dello stesso maggio comparve

esso Braccio colle sue milizie sul territorio di Bologna, avendo seco

_Lodovico de' Migliorati_ signore di Fermo, ed _Angelo dalla Pergola_,

capitani al soldo del papa. A poco a poco si andarono rendendo le

castella de' Bolognesi; di modo che conoscendo quel popolo, benchè

provveduto di molta soldatesca, dopo alcune piccole svantaggiose

battaglie, l'impotenza a sostenersi, nel dì 15 di luglio vennero

nel consiglio generale di quella città alla risoluzione di darsi

liberamente al papa. Il che con patti onorevoli eseguito, vi entrò,

e ne prese il possesso _Gabriello Condolmieri cardinale_ di Siena, e

poscia vi venne per legato _Alfonso cardinale_ di Spagna.

Abbiam veduto nel precedente anno _papa Martino_ d'accordo colla

_regina Giovanna_: si mutò scena nel presente. Contra di lei cominciò

il papa a favorire gl'interessi di _Lodovico III_ duca d'Angiò e

conte di Provenza, giovane ch'era poco prima succeduto a _Lodovico

II_ suo padre defunto, che avea spediti i suoi ambasciatori a Firenze

per prestare ubbidienza a papa Martino[2484]. La cagione, per cui

il papa era disgustato colla regina, fu perchè tornato _Ser-Gianni

Caracciolo_ gran seniscalco a Napoli, pien di veleno contra di _Sforza_

gran contestabile, cominciò a nimicargli la regina, e la trattenne

dall'inviar soccorsi di gente e di danaro a Sforza nella guerra che

abbiam veduta poco fortunatamente da lui fatta a _Braccio_ nell'anno

antecedente, ancorchè il papa ne facesse calde e frequenti premure.

Chiamato a Firenze Sforza, il pontefice Martino gli comunicò in segreto

il suo disegno contra della regina; fors'anche vi fu maggiormente

acceso da Sforza per vendicarsi del Caracciolo. Venuta dunque la

state, si mosse Sforza con quanta gente potè raccogliere; e, passato

nel regno di Napoli[2485], andò, nel dì 18 di giugno, ad unirsi col

figliuolo _Francesco_, e con Michele e Foschino suoi parenti, che lo

aspettavano alla Cerra col resto de' suoi combattenti; ed, inalberate

le bandiere di _Lodovico d'Angiò_, si scoprì nemico della regina. Niun

danno fece, finchè, avvicinato a Napoli, non le ebbe inviato per due

trombetti il bastone e le insegne del contestabilato, e fatto esporre

che o trattasse d'accordo coll'Angioino, oppure che si aspettasse la

guerra. Manca il verisimile a ciò che scrive il vescovo Campano[2486],

cioè che Sforza entrasse in Napoli, e, fatta chiamare la regina ad una

finestra di Castello Nuovo, le rinunziasse le insegne, e caricato di

villanie da essa, l'obbligasse, con farle tirar contro alcune freccie,

a ritirarsi. Accampossi col suo esercito Sforza presso a Napoli nel

luogo del Formello, aspettando che giugnesse per mare la flotta di

Lodovico d'Angiò, per operar seco di concerto. Intanto precorsa la fama

di questo principe, il quale avea assunto il titolo di re di Sicilia,

che così continuavano ad intitolarsi i re di Napoli, chiunque era della

fazione angioina diede principio alle novità, e si ribellarono non

poche terre del regno. Ma prima che venisse Sforza, e si trovassero

in questa brutta apparenza di cose, e con timore di peggio, la regina

ed il Caracciolo, siccome informati de' preparamenti dell'Angioino,

aveano preso lo spediente d'inviar ambasciatori al papa per pregarlo

d'interporsi in questa briga, e d'impedire gl'ingiusti insulti che

si ammannivano contra di lei dal duca d'Angiò. Non avea peranche il

papa alzata la visiera, mostrandosi neutrale in sì fatta turbolenza;

ma l'ambasciatore, che fu _Antonio Caraffa_, soprannominato Malizia,

uomo accortissimo, non tardò a scandagliar ben l'animo pontificio,

e a scorgere che da quella parte non era da sperare alcun sussidio

ai bisogni della regina; e in fatti era menato a spasso con sole

belle parole. Ossia dunque che nascesse a lui in mente, come alcuni

vogliono, un altro ripiego[2487]; oppure che egli ne portasse seco da

Napoli l'ordine e la plenipotenza: certo è, che, avendo fatta vista

di tornarsene a Napoli, allorchè fu a Piombino, imbarcatosi in una

galea, andò a trovare il giovanetto _Alfonso re d'Aragona_, Sardegna e

Sicilia, per implorare l'aiuto suo in favore della regina.

Qui è da sapere che il re Alfonso, in cui non so se maggior fosse

l'elevatezza della mente o il desiderio della gloria, un gran valore

e una mirabile attività, avea già pensato a segnalarsi per tempo

coll'acquisto della Corsica. Perciò nel precedente anno con una

flotta di trenta galee e quattordici navi passò nel suo regno di

Sardegna[2488], e finalmente piombò sopra il porto di Bonifazio,

luogo fortissimo e il più caro che si avessero i Genovesi. Stupendo,

ostinato fu quell'assedio, di cui ci lasciò una descrizione Pietro

Cirneo[2489], e durò ben nove mesi. Era già ridotto quel castello

all'agonia, quando _Tommaso da Campofregoso_ doge o governatore di

Genova, armate sette navi sotto il comando di Batista suo fratello,

le spinse in Corsica, per salvare un sito di tanta importanza. Fecero

delle maraviglie i valorosi Genovesi, e dopo fiero combattimento riuscì

loro, non ostante la terribile resistenza de' Catalani, d'introdurre,

sul principio di gennaio, un bastevol soccorso in Bonifazio, in guisa

che fu costretto il re Alfonso a ritirarsi da quell'assedio. Non so

dire s'egli fosse tuttavia in Corsica, oppure altrove, allorchè se gli

presentò il Caraffa per impegnarlo al soccorso della regina, qualora

il duca d'Angiò movesse l'armi contra di lei. Fece sulle prime Alfonso

lo schivo; ma pensando che il regno di Napoli sarebbe una bella giunta

al suo regno di Sicilia e agli altri suoi Stati, per consiglio ancora

de' suoi cortigiani si lasciò vincere, e diede mano al trattato.

Passò qualche mese per digerirlo in lontananza, e per istabilir le

condizioni, non essendosi dimenticato Alfonso di richiederle ben

vantaggiose alla sua corona. Restò dunque convenuto che egli fosse

adottato per figliuolo dalla _regina Giovanna_, affine di succedere

dopo la di lei morte; e che intanto egli fosse dichiarato duca di

Calabria, e per sicurtà de' patti mettesse presidio in Castello Nuovo

e Castello dell'Uovo. Ora mentre queste cose si trattavano, _Lodovico

d'Angiò_, fatte armare in Genova sei navi comandate da Batista da

Campofregoso, unì con esse sette sue galee, e ben provveduto di

viveri e di gente, nel dì 15 d'agosto, felicemente arrivò al porto

di Napoli[2490]; pagò circa quaranta mila fiorini d'oro alle truppe

di _Sforza_, al quale si diede, in questi tempi, la città d'Aversa,

conquista di gran momento per la guerra. Maggiormente allora fu da lui

e da Sforza stretta d'assedio Napoli, ed in essa furono anche una notte

vicini ad entrare per tradimento; ma eccoti comparire al lido, nel dì

6 di settembre[2491], dodici galee e tre galeotte del _re Alfonso_;

dicono altri che egli si trasferì colà in persona. Per trovarsi

inferiori i legni de' Genovesi, prima che egli giugnesse, se n'erano

tornati a casa. Sforza col duca d'Angiò gran battaglia diede per

impedire lo sbarco de' Catalani; ma in fine fu astretto a battere la

ritirata e condursi ad Aversa. Sbarcato Alfonso, la regina il riconobbe

per suo figliuolo adottivo, gli consegnò Castello Nuovo, il creò duca

di Calabria. Così terminò l'anno presente nel regno di Napoli, ma con

essersi molte terre e baroni levati dall'ubbidienza della regina.

Quali imprese facesse in quest'anno _Filippo Maria Visconte_ duca

di Milano, non bisogna chiederlo al Corio. Egli poco ne seppe.

Differisce questo scrittore all'anno 1422 la conquista di Cremona;

ed essa succedette nel presente anno, ciò ricavandosi da Matteo

Griffonio[2492], e insieme da Andrea Biglia[2493] e da Marino

Sanuto[2494]. _Gabrino Fondolo_ tiranno di quella città, veduta già

perduta la maggior parte delle sue castella, e che poco capitale potea

farsi del soccorso degli alleati, non si volle aspettare addosso,

all'aprirsi della campagna, l'esercito del Carmagnola. Perciò nel

gennaio di quest'anno prese accordo col duca di Milano, lasciandogli

Cremona per trentacinque mila fiorini d'oro, e con patto di ritenere

per sè Castiglione, e di poter godere di quanti beni egli possedea. Non

gli mancavano dei tesori, e certo li vagheggiava con gran cupidità il

duca; pur questi la fece per ora da galantuomo, e gli osservò la parola

della franchigia a lui accordata, aspettando di fare il resto ad altro

tempo. Andò poscia costui, siccome dicemmo, al servigio de' Bolognesi.

Era in collera esso duca con _Pandolfo Malatesta_ per l'aiuto dato in

addietro a Gabrino, pretendendo rotta ingiustamente da lui la tregua

o pace stabilita da papa Martino. Infatti, essendo ricorso Pandolfo al

papa per aiuto, non ne riportò se non de' rimproveri, per avere mancato

ai patti. Nè i Fiorentini si vollero mischiare ne' fatti di lui. Vi

restavano i Veneziani, creduti protettori del Malatesta. Ma, oltre al

trovarsi eglino impegnati in questi tempi nella guerra del Friuli,

erano essi disgustati per la morte data dai Malatesti a Martino da

Faenza lor capitano, come accennammo all'anno 1416. Laonde l'accorto

duca seppe così ben fare, che gl'indusse nel febbraio dell'anno

seguente ad una tregua vicendevole per anni dieci, con promettere i

Veneziani di non impacciarsi negli affari di Pandolfo. Altro dunque

non vi fu che _Carlo Malatesta_ signor di Rimini, e fratello d'esso

Pandolfo, che gl'inviò in quest'anno un poderoso aiuto di tre mila

cavalli e di molta fanteria, sotto la condotta di _Lodovico Migliorati_

signore di Fermo; cosicchè Pandolfo giunse a formare un'armata di

circa otto mila combattenti. Già il _conte Francesco Carmagnola_ colle

milizie duchesche era in campagna sul territorio di Brescia, quando

nel dì 8 di ottobre si azzuffarono gli eserciti nemici. Il valore e la

fortuna del Carmagnola furono superiori, e vi restò con altri nobili

di conto prigioniere lo stesso signor di Fermo, al quale poco appresso

il duca non solamente restituì la libertà, ma vi aggiunse ancora

di molti regali. Fu particolare in _Filippo Maria Visconte_ una tal

magnanimità, e ne vedremo degli altri esempli. Questa vittoria e la

tanto cresciuta potenza del duca fecero oramai conoscere al _marchese

Niccolò_ d'Este signor di Ferrara, Modena, Reggio e Parma che il duca,

voglioso di ricuperar tutto ciò che aveano posseduto i suoi maggiori,

e massimamente il _duca Gian-Galeazzo_ suo padre, per le due ultime

città gli avrebbe mossa guerra[2495]. Per ischivarla mosse da saggio

un trattato di accordo, per cui si convenne nel mese di novembre

che il marchese, cedendo al duca per sette mila fiorini d'oro Parma,

riterrebbe in suo dominio la città di Reggio; e fu eseguita questa

convenzione. Durarono poi le ostilità del Carmagnola sul Bresciano, e

restò maggiormente bloccata Brescia dalle armi del Visconte; ma niuna

importante impresa ne seguì nell'anno presente.

Intanto più che mai felicemente procedeva la guerra de' Veneziani in

Dalmazia, in Friuli e nelle vicinanze[2496]. Conquistarono essi Cataro,

Traù, Spalatro ed altri luoghi in Dalmazia; si rendè loro la città di

Feltro, Spilimbergo, Valvasone ed altre terre in Friuli. Ma ciò che

maggiore risalto diede all'armi loro fu l'acquisto della città d'Udine,

dove il valoroso lor generale Filippo degli Arcelli fece la sua entrata

nel dì 7 di giugno. Tralascio altri progressi dei Veneziani, che in

così poco tempo ricuperarono quasi tutta la Dalmazia, e divennero

per la prima volta padroni della bella provincia del Friuli. Allora

il patriarca Lodovico, trovandosi per le sue sconsigliate bravure

spogliato di quel nobile Stato, ricorse a papa Martino, il quale

spedì a Venezia legati per sostenere gl'interessi del patriarcato. Ma

quei legati non erano cannoni, e però non fecero breccia alcuna nello

animo de' veneti vittoriosi, che si teneano ben cara un'estensione

sì rilevante della loro signoria. Fin qui era dimorato in Firenze il

romano pontefice, onorato e servito da tutti[2497]. Accadde, che quando

Braccio venne in quella città, alcuni suoi fautori attaccarono in

diversi canti delle strade alcuni versi in lode di Braccio e disprezzo

del papa. V'era fra le altre cose:

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 169 / 216 题