NOTE:

[2448] Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.

[2449] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2450] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.

[2451] Raynald., Annal. Eccles.

[2452] Corio, Istoria di Milano.

[2453] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2454] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.

Ital.

[2455] Corio, Istor. di Milano.

[2456] Billius, in Hist., tom. 19 Rer. Ital.

[2457] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2458] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[2459] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2460] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.

[2461] Campanus, in Vita Brachii, lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.

[2462] Annali Sanesi, tom. eod. Histor. Sanensis, tom. 20 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCCCCXIX. Indiz. XII.

MARTINO V papa 3.

SIGISMONDO re de' Romani 10.

Ottennero l'intento loro i saggi Fiorentini con indurre _papa Martino

V_ ad andarsene nell'anno presente alla lor città, e a fissar ivi la

sua residenza[2463]. Mossosi egli adunque da Mantova, arrivò a Ferrara

nel dì 8 di febbraio, e con sommo onore vi fu introdotto dal _marchese

Niccolò_ Estense. Quivi accordò la libertà e molti privilegii ai

Bolognesi; ma non si sa il perchè non volle poi passar per Bologna.

Probabilmente nudriva fin allora de' pensieri diversi contro quella

città; nè tarderemo a vederne gli effetti. Fece egli il viaggio per la

Romagna, e nel dì 18 del suddetto mese di febbraio entrò con gran pompa

in Forlì[2464], da dove poi si trasferì a Firenze. Nel dì 26 d'esso

mese fece egli la sua entrata in quella città. La magnificenza fu

grande, suntuosi i regali, tenendosi ben caro i Fiorentini, dopo tante

rotture colla santa Sede, d'avere in lor casa un papa, e papa che parea

risoluto di far quivi una lunga posata. E certamente non tardarono a

provare i buoni influssi di questo gran pianeta; perciocchè, nel dì 2

di maggio[2465], il papa onorò della dignità archiepiscopale la chiesa

di Firenze. Era fuggito dalle carceri di Germania Baldassare Cossa,

già _papa Giovanni XXIII_. Gli facea la caccia papa Martino, credendo

egli non mai sicuro il suo pontificato, finchè questo uomo si trovava

in libertà e in istato di far nuovi imbrogli[2466]. Scrivono altri

che per le raccomandazioni di papa Martino, e col danaro d'alcuni

mercatanti fiorentini, egli fu liberato. Ora il Cossa, o per consiglio

di saggia politica, o per ispirazione di Dio, oppure per concerto già

fatto, prese la risoluzione di umiliarsi al legittimo pontefice, e di

metter fine per conto suo ai guai della Chiesa. Ottenne per mezzo de'

Fiorentini, amici suoi, salvocondotto, e nel dì 13 di maggio venuto a

Firenze, si gittò a' piedi di Martino, riconoscendolo per vero ed unico

papa, e rinunziando liberamente ad ogni sua pretensione sul papato.

Questo atto, di cui mirabilmente si rallegrò il pontefice, servì a lui

di motivo per crear di nuovo cardinale, e primo tra' cardinali, esso

Cossa. Ma non terminò l'anno che anche venne meno la vita di questo

personaggio, famoso per la varietà della sua industria e fortuna,

essendo egli morto nel dì 22 di dicembre. Nè sussiste, per attestato

dell'Ammirati[2467], che _Giovanni de' Medici_, padre di _Cosimo il

Magnifico_, si arricchisse coi di lui tesori, perchè il suo testamento

chiaramente pruova esser egli morto piuttosto povero che ricco. Ebbe in

quest'anno[2468] esecuzione l'accordo e la lega, già conchiusa fra esso

papa Martino e _Giovanna Seconda_ regina di Napoli. Promise la regina

ai ministri pontificii di consegnare al papa castello Sant'Angelo,

Ostia e le altre fortezze di Roma, città in cui regnavano tuttavia

molte discordie fra i Savelli e gli Orsini. E nell'accordo suddetto non

dimenticò già il papa l'esaltazione della propria casa, secondo l'uso

de' suoi tempi. Avendo egli spedito a Napoli _Giordano Colonna_ suo

fratello, ed _Antonio_ suo nipote, si vide la regina profondere le sue

grazie sopra d'esso Antonio, con crearlo duca d'Amalfi e di Castello

a mare, e con donargli poscia il principato di Salerno: di modo che

pubblica credenza fu che vi fosse stato maneggio di far succedere

questo nipote del papa nel regno di Napoli, allorchè mancasse di vita

la regina.

Dacchè restò depresso _Jacopo di Borbone_ conte della Marca, marito

d'essa regina, se ne stette egli sempre malcontento. Ossia che fin

d'allora fosse custodito sempre dalle guardie, oppure che, volendo

fare delle novità, fosse messo in prigione: certo è che furono fatti

premurosi uffizii per la liberazione di lui da alcuni re e principi,

ma sempre indarno. All'autorità del pontefice riuscì di fargli

ricuperare la libertà, nel dì 15 di febbraio dell'anno presente, con

varii patti per la sicurezza e pel decoro suo. Parve rimessa la buona

armonia fra lui e la moglie regina; ma perchè ella non cacciava di

corte alcuni tristi, indispettito per vedersi poco prezzato, sul fine

di maggio[2469], imbarcatosi in una nave, all'improvviso se ne andò a

Taranto. Fu ivi assediato da _Maria regina_, già moglie di _Ladislao_,

che per _Gian-Antonio Orsino_ acquistò quel principato. Laonde Jacopo

per disperazione fuggì, e di là si ridusse a Trivigi, e poscia in

Francia, portando seco un immortale sdegno contro la regina e i

Napoletani. Fecesi poi frate francescano, e i Sammartani scrivono[2470]

ch'egli morì nel 1438. Spediti dal papa, nel mese di gennaio a Napoli

il _cardinal Morosino_ vescovo d'Arezzo ed _Angelo vescovo_ di Anagni,

questi solamente nel dì 28 di ottobre eseguirono la coronazion della

_regina Giovanna_; per la qual funzione due mesi continui il popolo

di Napoli fece feste e bagordi senza fine. Come possa stare che dopo

tali atti lo stesso papa sul fine di quest'anno[2471], per quanto

vogliono alcuni, con sua bolla riconoscesse i diritti di _Lodovico duca

d'Angiò_ sul regno di Napoli, non si sa bene intendere. Certo è che

_Ser-Gianni Caracciolo_, come esiliato, spedito dalla regina a Firenze,

maneggiò con vigore i di lei interessi, ed ottenne quanto dimandò. Ma

il Caracciolo era l'anima della regina Giovanna, di modo che i suoi

nemici sparlavano, attribuendo ad amendue un illecito commercio. Nè

potendo essa sofferire la di lui lontananza, voluta dallo _Sforza_,

tanto s'industriò, che, placato lo Sforza, fece ritornare il suo caro,

e riconciliollo con lui. Oltre al grado di gran contestabile del regno,

ebbe in quest'anno Sforza da _papa Martino_ quello di gonfaloniere

della Chiesa, giacchè di lui si volea il pontefice servire per far

guerra a _Braccio_, sommamente da lui odiato, perchè occupator di tante

terre dello Stato ecclesiastico. E volentieri la regina e i Caracciolo

diedero mano all'impresa, per allontanare Sforza da Napoli e dal

regno[2472]. Troppo mi dilungherei se volessi tener dietro ai passi di

questo valoroso capitano. Brevemente dirò ch'egli andò coll'esercito

suo ad accamparsi fra Viterbo e Montefiascone. Gli venne incontro il

non men prode Braccio, che poco prima s'era impadronito d'Assisi e

della città, ma non della rocca di Spoleti[2473]. Vennero alle mani

nel dì 20 di giugno, quando il _conte Niccolò Orsino_, il quale fu

poi imputato di segreta intelligenza con Braccio, essendo tenente

della cavalleria di Sforza, dato di sprone al cavallo, si ritirò in

Viterbo. L'esempio suo si trasse dietro il resto del campo sforzesco,

il quale, inseguito da Braccio sino alle porte della città, diede a

lui campo di far prigioni mille de' cavalli sforzeschi[2474]. Stando

in Viterbo Sforza, benchè mal ubbidito dai traditori, e colla peste

entrata fra i suoi, non lasciò per questo di far molte prodezze contro

al nemico Braccio, finchè giunse _Francesco_ suo figliuolo con un buon

rinforzo di gente. Allora, teso un aguato, fece assaltar dal figliuolo

i Bracceschi, e nel combattimento ebbe prigionieri più di cinquecento

cavalli. Per questo si ritirò Braccio indietro, e benchè seguissero

varii altri incontri, poco vantaggio ognuno d'essi ne riportò. Ma

singolar guadagno fece Sforza per altro verso, perchè riuscì alla

di lui industria, o piuttosto ai segreti maneggi e all'oro del

papa, di staccare _Tartaglia_ da Braccio; da Braccio, dissi, pel cui

ingrandimento tanto s'era fin qui affaticato esso Tartaglia. Mosse il

pontefice contra di lui anche _Guido Antonio da Montefeltro_, signore

d'Urbino e di Gubbio. Tolse questi bensì a Braccio la città d'Assisi,

ma non già il castello. Accorsevi Braccio, e colla morte e prigionia

di molti Urbinati la ricuperò. Non andò così pel castello di Spoleti

assediato da un corpo di gente di Braccio, già divenuto padrone della

città. Essendovi stato spedito da Sforza un rinforzo, che si unì colla

guarnigion del castello, restarono sconfitti i Bracciani, e quella

città tornò all'ubbidienza del papa. Intanto Braccio, per vendicarsi di

Tartaglia, fece che gli Orvietani trattassero con lui di dargli quella

città. Portossi colà Tartaglia con trecento cavalli ed altrettanti

fanti, credendosi di avere fra le unghie la preda; ma, assalito da

Braccio, vi lasciò quasi tutti i suoi prigioni, ed egli con pochi

appena si salvò mercè del buon cavallo e degli sproni.

Niuna memoria ci resta sotto questo anno degli affari di Genova negli

Annali di quella città. Ma si raccoglie abbastanza dal Sanuto[2475] e

dal Corio[2476] che _Tommaso da Campofregoso_ doge altra maniera non

seppe trovare per liberarsi dalla persecuzion del duca di Milano e

de' suoi emuli, che di comperare a caro prezzo la pace dal medesimo

duca nel mese di febbraio. Si convenne dunque di pagargli cinquanta

mila fiorini d'oro presentemente, e nel termine di anni quattro altri

cento cinquanta mila; siccome ancora di deporre il titolo di doge,

assumendo quello di governatore; e di lasciar entrare in città i

fuorusciti, eccettochè tre casate. Ciò fatto, _Filippo Maria_ ordinò al

_Carmagnola_ di rivolgere l'armi contra di _Gabrino Fondolo_ tiranno

di Cremona. V'andò, e prese la maggior parte delle castella di quel

territorio. Avea il _pontefice Martino_, fin quando era in Mantova,

conchiuso un accordo fra il duca di Milano e _Pandolfo Malatesta_,

signore di Brescia e di Bergamo, in vigore del quale doveano ricadere

al duca quelle due città dopo la morte d'esso Pandolfo, che non avea

figliuoli, con altri patti, e con lega offensiva e difensiva fra loro.

Ma Pandolfo, al vedere l'amico Gabrino in pericolo, e temendo dopo la

rovina di lui la propria, fingendo che Gabrino avesse a lui venduta

Cremona, prese le armi per aiutarlo; con che impedì la caduta di

Cremona. Allora il Carmagnola marciò coll'esercito suo a Martinengo

nel dì 20 di giugno, e collo sborso di dodici mila fiorini vi mise

dentro il piede, e poscia imprese l'assedio di Bergamo. Si sostenne

quella città sino alla notte precedente al dì 24 di luglio, festa di

san Jacopo apostolo. Quei che poterono, della guarnigion di Pandolfo,

si salvarono nella cittadella; ma con poco frutto, perchè nel dì 26

si renderono a discrezione. Cita il padre Celestino[2477] la conferma

fatta in quest'anno dal duca della capitolazione e de' privilegii

della città di Bergamo. Dopo tale acquisto l'infaticabil Carmagnola

continuò il corso della vittoria sul distretto di Brescia, portando

seco il terrore, ma più il credito d'essere uomo osservator della

parola, e di tenere in freno la licenza dei suoi soldati. Occupò gli

Orci nuovi e vecchi, Palazzuolo, Pontoglio, Rovatto e molte altre

castella: colle quali imprese gloriosamente terminò la campagna. Anche

i Veneziani continuarono in quest'anno[2478] la guerra nel Friuli

contra di _Lodovico_ patriarca d'Aquileia, senza lasciarsi muovere

dal loro proponimento per l'interposizione del papa che mandò apposta

a Venezia il cardinale di Spagna con titolo di legato per trattare

d'accordo. Aveano il vento in poppa. Filippo Arcelli, già signor

di Piacenza, creato lor generale, sapea eccellentemente il mestier

della guerra; ogni dì più facea progressi nel paese nemico. Tanto

egli operò che Cividal di Belluno si arrendè alla reppublica nel dì

7 d'aprile. Anche Sacile venne all'ubbidienza de' Veneziani verso la

metà di agosto. Così fecero anche Prata, Serravalle ed altri luoghi.

Nel medesimo tempo faceano i Veneziani guerra in Dalmazia alle città di

Traù e di Spalatro, che erano occupate da _Sigismondo re_ dei Romani

e d'Ungheria, il quale, per la morte di Venceslao suo fratello, già

re de' Romani, era divenuto padrone anche della Boemia, e per mezzo

di _Pippo_, ossia _Filippo degli Scolari_ Fiorentino, suo generale,

riportò in quest'anno una mirabil vittoria contra di trecento mila

Turchi.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 168 / 216 题