NOTE:

[2432] Labbe, Concil., tom. 12.

[2433] Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.

[2434] Campanus, Vit. Brachii, lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.

[2435] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.

[2436] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.

[2437] Campanus, Vita Brachii, lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.

[2438] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2439] Corio, Istoria di Milano.

[2440] Sanuto, Istor. Ven., tom 22 Rer. Ital.

[2441] Ripalta, Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital.

[2442] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2443] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 3.

[2444] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2445] Billius, Hist., tom. 19 Rer. Ital.

[2446] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.

Ital.

[2447] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXVIII. Indiz. XI.

MARTINO V papa 2.

SIGISMONDO re de' Romani 9.

Dopo avere _papa Martino V_ imposto fine al concilio di Costanza[2451],

nel dì 16 di maggio si mise in cammino alla volta di Sciafusa per

calare in Italia, accompagnato dal _re Sigismondo_, da varii principi

e da gran folla di gente per un tratto di strada. Arrivò nel dì 11

di luglio a Ginevra, dove gli ambasciatori d'Avignone gli prestarono

ubbidienza. Partitosi di là solamente nel dì 3 di settembre per Susa,

Torino e Pavia, passò a Milano nel dì 12 d'ottobre, dove il _duca

Filippo Maria_ l'avea invitato con gran premura. La magnifica sua

entrata in quella città vien descritta dal Corio[2452]. Messosi poi

nel dì 17 d'esso mese in viaggio, si trasferì a Brescia, ricevuto con

sommo onore da _Pandolfo Malatesta_, e di là marciò a Mantova. Quivi

si riposò il resto dell'anno, con attendere in lontananza a rimediare

ai disordini dello Stato ecclesiastico, nel quale trovò vacillante la

sua autorità. Bologna s'era già rimessa in libertà; Perugia con altre

città ubbidiva a _Braccio da Montone_; in Roma tuttavia regnava la

discordia, e vi teneva il piede la guarnigione della _regina Giovanna_;

in mano finalmente di varii signori era la Romagna e parte della Marca.

Per cagione di questo sì sconcertato sistema i vigilanti Fiorentini

gli esibirono per istanza di sua sicurezza la stessa città di Firenze

o Pisa; ed egli si mostrò disposto ad accettare l'offerta. Inviò

ambasciatori a Bologna, richiedendo il dominio temporale di quella

città[2453]. Altri ne inviarono a lui i Bolognesi, pregandolo di non

s'impicciare nel civile loro governo, e tanto seppero fare, che egli

si contentò di lasciarli come erano, con obbligo di pagare annualmente

alla camera apostolica il censo di otto mila fiorini d'oro. Non volle

per allora sentirsi parlare di Braccio, che pregava di ottenere in

vicariato le città da lui possedute. Fu questo l'anno ultimo della vita

di _Teodoro II marchese_ di Monferrato, principe rinomato. È riferita

dal Corio la sua morte all'anno precedente; ma Benvenuto da San

Giorgio[2454] la rapporta al presente; e, siccome più informato degli

avvenimenti della sua patria, merita qui maggior fede. Restò signore

di quegli Stati _Gian-Jacopo_ suo figliuolo. Diede molto da dire in

quest'anno agl'Italiani la morte violenta[2455] che _Filippo Maria

duca_ di Milano nel mese d'agosto inferì a _Beatrice Tenda_, già moglie

di Facino Cane, e poscia sua. Fu essa imputata di amicizia disonesta

con un certo suo familiare, epperò processata e tormentata. Ancorchè

ne' tormenti confessasse il fallo, lo negava dipoi al confessore. Ciò

non ostante, tagliata le fu la testa. Non si potè cavar di capo alla

gente ch'ella altro reato non avesse, se non quello d'aver preso per

marito il duca giovinetto, quando essa era d'età troppo disuguale, ed

incapace di dar figliuoli. Però universalmente venne detestata, oltre

alla crudeltà, l'ingratitudine del duca[2456], a cui questo matrimonio

avea portato immensi tesori ed era stato il principio d'ogni sua

fortuna. Fece in quest'anno gran guerra esso duca di Milano alla città

di Genova[2457], con avere inviato un potente soccorso di gente d'armi

agli Adorni, Montaldi, Guarchi ed altri fuorusciti di quella città,

tutti rivolti a detronizzare il doge _Tommaso da Campofregoso_. Passò

l'esercito loro fin sotto Genova; succederono moltissime zuffe coi

cittadini; e furono presi e ripresi varii luoghi forti e castella, ma

senza punto prevalere contro la possanza de' Campofregosi. Fu in questa

occasione che le armi del duca di Milano s'impadronirono di Gavi, e di

quasi tutte le terre e castella de' Genovesi situate di qua dal Giogo.

Durò in tutto quest'anno sì fatta guerra sul Genovesato. Se l'intendeva

coi Genovesi _Pandolfo Malatesta_ signore di Brescia, e per fare una

diversione, uscì in campagna colle sue genti; ma essendosi arrischiato

a voler passare l'Adda, quivi restò spelazzato dalle squadre del

duca di Milano. In questi tempi _Giovanna regina_ di Napoli procurò

di guadagnarsi la grazia del _pontefice Martino_, e strinse lega con

lui per mantenerlo nel dominio di Roma, e delle altre terre della

Chiesa[2458]. In ricompensa il papa promise di darle la corona del

regno.

Ma perciocchè gran discordia insorse fra i ministri d'essa

regina[2459], aspirando ciascuno al primato, di grandi turbolenze

patì in quest'anno la città di Napoli. Il gran siniscalco _Ser-Gianni

Caracciolo_, che era allora il primo nobile di quella corte e

regno[2460], quantunque Chiara, sorella di Foschino e di Marco

Attendoli parenti di _Sforza_, fosse promessa in moglie a _Marino

conte_ di Santo Angelo suo fratello, pure cominciò a mirar di mal

occhio l'esaltazione di Sforza gran contestabile, massimamente dopo

avergli la regina dato in feudo Benevento, non posseduto allora

dalla Chiesa romana, e la terza parte delle rendite di Manfredonia.

Maritò inoltre esso Sforza il figliuolo _Francesco_ con _Polissena_

della Ruffa, che gli portò in dote la città di Montalto, Cariate e

molte altre belle terre in Calabria. Di altri nobili parentadi fecero

parimente in quel regno gli altri Cotignolesi parenti di Sforza, che

in copia erano già iti a militare sotto sì gran capitano, e tutti

godevano distinti gradi nella milizia. Ora crescendo la nemicizia di

Ser-Gianni verso del medesimo Sforza, e non potendo questi ottener

giustizia di molti torti a lui fatti, anzi udendo che la regina l'avea

dichiarato nemico, perduta la pazienza, mise in armi tutti i suoi;

ed alzate le insegne, marciò a dirittura alla volta di Napoli, con

accamparsi nel borgo delle Corregge, credendosi di riportar colla

forza ciò ch'era negato alle giuste istanze sue. Si lasciò egli

addormentare dalle lusinghe di Francesco Orsino, a lui spedito dal

Caracciolo, perchè promise a bocca larga un amichevol accordo; ma

mentre, su queste speranze, se ne sta Sforza poco in guardia, il popolo

di Napoli, incitato dal Caracciolo alle armi, furiosamente nel dì 28

di settembre uscì di una porta, e diede addosso alle di lui genti, che

disordinate non si aspettavano un tale incontro. Fecero, come poterono,

testa, e il combattimento fu aspro, ed in fine fu obbligato Sforza

a ritirarsi colla peggio e in rotta a Chiaia, perduto l'equipaggio

e gran quantità di cavalli. Servì questa superchieria degli emuli, e

il suo sfregio e la perdita patita, a maggiormente attizzarlo contra

di che aggirava a suo modo la regina e la città; e però unito coi

conti di Caiazzo e della Cerra, si diede a far correre le sue genti

sino a Napoli con gravissimo danno e grida dei cittadini. Il perchè

tanto i nobili che il popolo, preso il governo della città, nel dì

9 d'ottobre trattarono di pace col nemico Sforza. Egli ottenne la

restituzion della roba a lui tolta, la liberazion dei prigioni, e che

il gran siniscalco Caracciolo si partisse da Napoli. Il che eseguito,

pace vi fu, e Sforza tornò a servir la regina. _Braccio da Montone_

signor di Perugia, che, non diverso da quei capitani de' masnadieri

da noi veduti nel precedente secolo, sapea mantener alle spese altrui

l'esercito suo[2461], arrivò all'improvviso in quest'anno sul Sanese,

e tale paura fece alle castella de' Salimbeni, che ne smunse quattro

mila fiorini. Non avrebbono mai sognato i Lucchesi di vedere sul loro

territorio Braccio, con cui niuna nemicizia aveano[2462]; ma nel dì 10

di maggio, eccolo comparire colà, mettere a sacco tutta la campagna,

con prendere un'infinità di bestiame. Era fuori di quella città _Paolo

Guinigi_ signore o tiranno di essa. Giunse a tempo per prepararsi a

qualche difesa; nulladimeno, giudicando meglio di chiedere accordo,

spedì ambasciatori a Braccio, e fu convenuto di pagargli cinquanta

mila fiorini d'oro, parte in contanti, e parte in lettere di cambio ai

banchieri fiorentini. Se queste sieno gloriose prodezze di Braccio, lo

diranno i lettori. Portatosi anche a Norcia, e minacciata quella città

d'assedio, fu d'uopo che quel popolo si riscattasse con quattordici

mila fiorini d'oro. Finalmente, dopo avere presa la terra della

Pergola, condusse la sua armata ai quartieri d'inverno.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 167 / 216 题