[2323] Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.
[2324] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2325] Theodoricus de Niem, Hist. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2326] Theodor. de Niem, Hist. S. Antonin., P. III, tit. 22.
[2327] Ammirato, Istor. Fiorentina, lib. 18.
[2328] Antonii Petri Diarii, tom. 24 Rer. Ital.
[2329] Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.
[2330] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, tom. eod.
[2331] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2332] Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.
[2333] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Italic.
[2334] Corio, Istoria di Milano. Bonincontrus, Annal. tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCX. Indizione III.
GIOVANNI XXIII papa 1.
SIGISMONDO re de' Romani 1.
Fu cagione la peste entrata in Pisa che _papa Alessandro V_ si
ritirasse a Prato verso il fine dell'anno precedente, e poscia a
Pistoia[2336]. Quivi ricevette la lieta nuova che Roma era liberata
dalle armi del _re Ladislao_. Fecero quanto poterono i Fiorentini per
indurlo a portarsi colà, rappresentando che sarebbe più vicino alla
guerra che si meditava di fare contra del re Ladislao nel regno di
Napoli; ma più forza ebbe l'eloquenza di _Baldassare Cossa_ cardinale
legato di Bologna, ai cui cenni ubbidiva il buon papa, quasi come
schiavo, perchè da lui principalmente riconosceva il pontificato.
Volle il Cossa che Alessandro seco venisse a Bologna, e gli convenne
nel furore del verno per montagne piene di ghiaccio e di neve passare
a quella città[2337], dove fece entrata nel giorno 12 di gennaio con
incredibil gioia del popolo bolognese, per vedere piantata nella
lor città la residenza d'un romano pontefice. Quivi nel giovedì
santo pubblicò un'ampia bolla contra ai due pretensori del papato
_Gregorio_ e _Benedetto_. Quivi ancora ricevette nel dì 12 di febbraio
una solenne ambasceria de' Romani; che gli portarono le chiavi della
città, e fecero grandi istanze, affinchè egli se ne andasse colà. Ma
al cardinal Cossa non parve bene ch'egli si partisse da Bologna. In
questo mentre, cioè nel giorno 18 di gennaio[2338], _Giorgio degli
Ordelaffi_, essendosi ribellato il popolo di Forlimpopoli al papa,
fu chiamato alla signoria di quella città, e nel dì 25 di esso mese
furtivamente ancora entrò in quella di Forlì; ma ne fu scacciato
da quel presidio. Andò poscia nel dì 8 d'aprile il cardinal Cossa a
mettere l'assedio a Forlimpopoli. Essendosi intanto infermato papa
Alessandro, ritornò esso cardinale a Bologna nel dì 28 di esso mese.
Sino al dì 3 di maggio durò la malattia del pontefice, e di essa morì
egli in quel giorno. Fu poi sparsa voce dai nemici del cardinal Cossa,
che per veleno fattogli dare da esso cardinale fosse abbreviata la vita
a quel degno pontefice; e tal voce maggiormente prese piede, allorchè,
siccome vedremo, questo cardinale divenuto papa restò abbattuto dal
concilio di Costanza. Dio solo può essere buon giudice di questi fatti.
Solea questo buon papa dire, che egli era stato ricco vescovo, povero
cardinale e mendico papa[2339]. Unironsi dunque in conclave sedici
cardinali, che si trovavano allora in Bologna, e per le raccomandazioni
fervorose fatte dagli ambasciatori del _re Lodovico_ duca d'Angiò, fu
nel dì 17 di maggio eletto papa lo stesso cardinale di Santo Eustachio
_Baldassare Cossa_, che prese il nome di _Giovanni XXIII_. Venne poscia
a Bologna a baciargli i piedi il suddetto re Lodovico nel dì 6 di
giugno, e seco concertò la guerra, giù destinata contra di Ladislao re
di Napoli. Dopo di che, nel dì 23 di esso mese s'inviò alla volta di
Firenze. Circa questi tempi _Paolo Orsino_ e _Malatesta_ capitano de'
Fiorentini ridussero all'ubbidienza del pontefice le città di Tivoli
e d'Ostia[2340]. Fece poi papa Giovanni XXIII nel dì 6 di giugno una
promozione di quattordici cardinali, tutti persone di merito o per la
loro nobiltà o per lo sapere. Fulminò le censure contro papa Gregorio
e contro l'antipapa Benedetto; e Gregorio, che s'era ridotto a Gaeta,
non mancò di fare altrettanto contra di lui. Ma si cominciarono ad
imbrogliar gli affari di papa Giovanni in Romagna; perciocchè _Giorgio
degli Ordelaffi_ nel dì 12 di giugno occupò il castello d'Oriolo, e
_Gian-Galeazzo de' Manfredi_, figliuolo del fu Astorre, nel dì 18 di
esso mese s'impadronì di Faenza[2341]. Varii altri tentativi fatti
dall'Ordelaffo per entrare in Forlì andarono tutti in fumo.
Grande sforzo di gente e di navi avea parimente in questi tempi
fatto in Provenza il suddetto re Lodovico duca d'Angiò per passare
ai danni del re Ladislao. Ma ancor questi pensò al riparo[2342].
Trovati i Genovesi, che per essersi sottratti al dominio franzese,
si erano inimicati con quella nazione, assai disposti ad assisterlo
contro del re Lodovico, fece armare in Genova cinque navi con suo
danaro, comandate da Ottobuon Giustiniani. Spedì ancora a quella volta
nove delle sue galee per vegliare agli andamenti de' Provenzali.
Comparvero infatti sette navi grosse con assai altre minori del re
Lodovico in quei mari nel dì 16 di maggio, conducendo circa otto
mila persone; e i Genovesi, senza aspettar le galee di Ladislao che
erano indietro, non tardò ad essere ricuperata; e i Genovesi appresso
s'impadronirono di cinque delle navi grosse nemiche. Delle restanti
due, l'una fuggì, l'altra andò a fondo con tutti gli uomini. Questo
colpo sconcertò di molto le misure del re Lodovico. Tuttavia tredici
sue galee si lasciarono vedere nel mese d'agosto sulla riviera di
Genova, e seguì anche battaglia fra esse e quelle di Genova e di
Napoli, ma con restare indecisa la vittoria. Secondati intanto i
Genovesi dalla flotta napoletana, fecero tornare alla loro ubbidienza
la città di Ventimiglia, che pagò col saccheggio la resistenza sua.
Presero anche il porto di Telamone ai Sanesi per tradimento del
castellano[2343], ma questo fu ricuperato nel dì 6 di ottobre. Si
trasferì a Roma il re Lodovico, e vi fu ricevuto con grande onore
nel dì 20 di settembre[2344]. Perchè era scarso di danari, non trovò
maniera di danneggiar le terre del re Ladislao; sicchè, dopo essersi
trattenuto sino all'ultimo giorno dell'anno, allora prese il cammino
alla volta di Bologna, acciocchè la sua presenza desse più calore alle
meditate imprese. Mancò di vita in quest'anno sul fine di maggio[2345]
_Roberto di Baviera_ re de' Romani, principe eminente nella pietà e
clemenza; ma non altrettanto nel valore. Era tuttavia vivente l'inetto
_Venceslao_; pure gli elettori, senza far conto di lui, si unirono in
Francoforte per dargli un successore. Entrata fra loro la discordia,
alcuni elessero nel mese di settembre _Sigismondo re_ d'Ungheria
fratello d'esso Venceslao, ed altri _Giodoco marchese_ di Moravia,
principe, che, per essere in età di novant'anni, poco godè di questo
onore, perchè da lì a tre mesi, senza essere stato coronato, terminò
la sua vita, ed aprì la strada a Sigismondo, per esser nel seguente
anno ricevuto e riconosciuto da tutti per re de' Romani e di Germania.
Era ben egli per le sue singolari virtù dignissimo di sì alto grado.
Questi, abbandonato il partito di _papa Gregorio XII_, dianzi avea
abbracciato quello di _papa Giovanni XXIII_, il quale volentieri
l'accolse, e il favorì per farlo promuovere dagli elettori suddetti.
Per la ritirata di _Bucicaldo_ da Milano e per avere i Genovesi scosso
il di lui giogo nell'anno precedente, il credito e la forza di _Facino
Cane_ era cresciuta a dismisura[2346]. Parve dunque ai consiglieri di
_Giovanni Maria Visconte_ duca di Milano che il braccio di costui quel
solo potesse essere che mettesse a terra i di lui nemici e ribelli,
e restituisse la tranquillità alla città di Milano afflitta da tutte
le bande. Si conchiuse dunque con esso una tregua nell'antecedente
settembre, e questa diventò poi pace nel dì 3 di novembre: del che gran
festa fu fatta in Milano, e Facino dipoi colle sue genti d'armi entrò
in Milano. Ma nell'aprile di quest'anno si rivoltarono contra di lui
le genti dello sconsigliato duca, di maniera che Facino ebbe fatica
a salvarsi alla terra di Rosate. Di nuovo seguì concordia fra loro,
e nel dì 7 di maggio rientrò egli in Milano, e gli fu accordato il
titolo di governatore per tre anni avvenire con plauso di quel popolo.
E perciocchè il duca e Facino erano disgustati forte di _Filippo Maria_
conte di Pavia, contra di lui mossero le armi; ed avendo intelligenza
con _Castellino_ ed altri signori della casa Beccaria, il costrinsero
a cedere la rocchetta del ponte di Ticino. Fu in questa occasione che,
rotto il muro della città di Pavia, v'entrarono le milizie di Facino,
ed avendo facoltà di dare il sacco alle case de' Guelfi, menarono del
pari ancor quelle de' Ghibellini con grave sterminio di essa città. Che
inquieto, che misero stato fosse allora quel dell'Italia, ognun sel
vede. Filippo Maria si tenne ristretto in quel fortissimo castello.
Questo fatto, secondo il Diario Ferrarese[2347], succedette nel
principio dell'anno seguente. Per la morte di _Martino re d'Aragona_
padre di _Martino re di Sicilia_ premorto[2348], si cominciarono
dei rumori in Sicilia, perchè Bernardo da Caprera s'impadronì della
città di Catania. E non fu quieto il regno di Napoli[2349], essendosi
ribellati contra del re Ladislao _Gentile da Monterano_ e il _conte di
Tagliacozzo_ di casa Orsina. Mandò il re gente ad assediar la Padula,
che era di Gentile, e questo esercito vi stette lungo tempo a campo,
tanto che Gentile fu cacciato dal regno. Quanto al suddetto conte di
Tagliacozzo, egli andò ad unirsi con Lodovico d'Angiò. Fece anche
Ladislao incarcerare in Napoli i fratelli di _papa Giovanni_ della
famiglia Cossa.