NOTE:

[2335] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2336] Theodericus de Niem, in Johanne XXIII Papa. Raynaldus, Annal.

Eccles.

[2337] Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di

Bologna, tom. eod.

[2338] Annal. Mediolan., tom. 22 Rer. Ital.

[2339] Vita Melandri V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[2340] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2341] Diar. Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.

[2342] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giornal.

Napol., tom. 21 Rer. Ital. Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.

[2343] Cronica di Siena, tom. 19 Rer. Ital.

[2344] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.

[2345] Gobelinus, Lang. Cuspinian., et alii.

[2346] Corio, Istoria di Milano.

[2347] Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXI. Indizione IV.

GIOVANNI XXIII papa 2.

SIGISMONDO re de' Romani 2.

Giunto a Bologna nel dì 16 di gennaio il _re Lodovico_ d'Angiò[2350],

non lasciò indietro esortazioni e ragioni per condurre a Roma il

pontefice _Giovanni XXIII_. Dopo averlo disposto a questo viaggio,

sul principio di marzo s'inviò egli innanzi a quella volta. Nel dì

ultimo di esso mese gli tenne dietro il papa, con lasciare al governo

di Bologna il cardinal di Napoli. Nel dì 11 d'aprile giunse nelle

vicinanze di Roma[2351], e fece dipoi la sua solenne entrata in San

Pietro col re Lodovico, che l'addestrava, nel sabbato santo. La festa

del popolo romano fu grande. Fatti i preparamenti dell'armata, e

benedette le bandiere, uscì il re Lodovico in campagna, incamminandosi

nel dì 28 d'aprile verso il regno di Napoli, accompagnato da insigni

condottieri d'armi, cioè da _Paolo Orsino_, _Sforza Attendolo_,

_Braccio da Montone_ Perugino, _Gentile da Monterano_, dal _conte

di Tagliacozzo_ e da una fiorita nobiltà. Circa dodici mila cavalli

e numerosa fanteria seco condusse[2352]. Sul principio del maggio

venne a mettersi a fronte di lui il _re Ladislao_ con esercito quasi

eguale a Roccasecca. Stettero guardandosi le due armate sino al dì

19 d'esso mese[2353], in cui, avendo innanzi il re Ladislao mandato

il guanto della disfida, si azzuffarono. Crudele fu la battaglia, e

piena in fine la sconfitta di Ladislao colla perdita delle bandiere,

tende e bagaglio, e con restar prigionieri il legato del deposto papa

_Gregorio XII_, _conte da Carrara_, i _conti d'Aquino_, _di Celano_,

_d'Alvito_, e molti altri de' principali baroni di Napoli. Si salvò

Ladislao, e con fatica, a piedi a Roccasecca, e come potè il meglio

attese a fortificarsi per impedire i progressi dell'armata vincitrice:

il che gli venne fatto. Fu creduto[2354] che l'aver egli guadagnato

sotto mano _Paolo Orsino_, questi andasse tanto tergiversando, che

il re si rimise in forze, e fece poi testa a' nemici. S'aggiunse un

altro fatto, per cui maggiormente venne calando la bella apparenza di

detronizzar Ladislao. Lo scrivo sulla fede di Bonincontro[2355], perchè

a me resta dubbio essere lo stesso che quel dell'anno antecedente.

Avea spedito il re Lodovico otto navi grosse e venti galee verso il

regno di Napoli, acciocchè per mare secondassero l'impresa della sua

armata di terra. Quasi nello stesso tempo che seguì la battaglia poco

fa narrata, furono anche assalite le dette navi angioine dalla flotta

di Ladislao, consistente in sette galee e sei navi, e furono prese.

Giunto questo doloroso avviso alle galee di Lodovico, se n'andarono

in Calabria per assistere a Niccolò Ruffo, che s'era in quelle parti

insignorito di varie castella, e nel cammino espugnarono Policastro. A

nulla poi si ridussero tali conquiste, perchè il re Ladislao, tornato

che fu in forze, mandò le sue genti in Calabria, che ricuperarono

Crotone e Catanzaro, con obbligare Niccolò Ruffo a salvarsi in

Provenza, da dove era venuto. Intanto il re Lodovico, trovati chiusi

i passi per inoltrarsi nel regno di Napoli, e mancandogli danaro e

viveri per mantenere l'armata, dolente la ricondusse a Roma nel dì 12

di luglio[2356], e poscia nel dì 5 d'agosto imbarcatosi, spiegò le vele

verso la Provenza. Fortunato senza dubbio fu in sì disastrosi tempi il

re Ladislao; ma molto contribuì a sostenersi contra di quel minaccioso

torrente, l'aver egli nell'anno precedente procurato di staccare

dalla lega del papa i Fiorentini, i quali stanchi erano omai di tante

spese[2357]. Infatti, nel gennaio del presente anno furono sottoscritti

i capitoli della pace fra loro, il più importante de' quali fu,

ch'egli per sessanta mila fiorini d'oro vendè a' Fiorentini la città

di Cortona: del che grande allegrezza fu fatta in Firenze per questo

accrescimento di potenza. Dopo aver papa Giovanni nel dì 5 di giugno

creati tredici cardinali, tutte persone di merito, grandi processi

fabbricò dipoi contra del re Ladislao[2358]; e nel dì 9 di settembre

il dichiarò scomunicato e privato di tutti i suoi titoli e dominii:

armi che contra d'un principe tale, poco curante della religione, si

trovarono affatto spuntate.

Dacchè il popolo di Bologna vide partito il papa, da cui in addietro,

quando era solamente cardinale, era stato governato con mano assai

pesante, sentì risorgere il desiderio dell'antica sua libertà. Scoppiò

questo tumore nel dì 12 di maggio[2359]. Corsero que' cittadini

all'armi, gridando: _Viva il popolo e le arti_; e il cardinale legato

si ritirò nel castello, oppur nella casa d'un mercatante, e fu dato il

sacco al suo palazzo. Assediato il castello, si tenne saldo sino al dì

28 del mese suddetto, in cui si rendè ai cittadini, salva la roba e le

persone, e fu poi disfatto. Sul principio di giugno _Carlo Malatesta_,

gran protettore di papa _Gregorio XII_, arrivò colle sue genti d'armi

a San Giovanni in Persiceto, terra da lui posseduta, ed assediata

inutilmente nel precedente aprile dai Bolognesi: il che inteso da essi,

tornarono nel dì 11 d'esso giugno a mettervi il campo. Ritrovato l'osso

duro, fu giudicato meglio di far pace col Malatesta, il quale non solo

restò padrone di San Giovanni, ma ancora si fece pagar trenta mila

lire da essi Bolognesi. Anche il popolo della città di Forlì, udita

la rivoluzion di Bologna, si levò a rumore, e, scacciati gli uffiziali

del papa, acclamò per suo signore _Niccolò marchese_ di Ferrara[2360],

il cui capitano Guido Torello ivi si trovava con un corpo d'armati. Ma

entrati in essa città _Giorgio_ ed _Antonio degli Ordelaffi_ nel dì 7

di giugno con due mila pedoni, ne presero il possesso, e dopo qualche

tempo costrinsero alla loro ubbidienza la rocca e la cittadella. Poco

profittò Antonio di tal acquisto, perchè macchinando di levare il

comando, e fors'anche la vita a Giorgio, scoperto il trattato (se pur

fu vero), nel dì 30 di agosto venne preso e confinato in prigione da

esso Giorgio, il quale restò solo padrone. Allora i Forlivesi per opera

di Carlo Malatesta si partirono dall'ubbidienza di papa Giovanni, e

aderirono a papa Gregorio. Nel dicembre ancora di quest'anno[2361] si

accese guerra fra _Sigismondo re de' Romani_, d'Ungheria e Boemia, e

i Veneziani, pretendendo il re che gli fosse restituita Zara colla

Dalmazia. Entrati gli Ungheri nel Friuli, presero Udine, Marano e

Porto Gruaro, talmente che il patriarca d'Aquileia scappò a Venezia.

Impadronitisi ancora di Cividal di Belluno, Feltro e Serravalle,

minacciavano di peggio; se non che i Veneziani, con incredibil

diligenza formato un copioso armamento, e tolto al loro servigio per

generale _Carlo Malatesta_, ruppero il corso alle conquiste di que'

Barbari. Nella state di quest'anno[2362] _Niccolò marchese_ d'Este,

signor di Ferrara, Modena, Reggio e Parma, essendo molestato da

_Orlando Pallavicino_, che tenea occupato Borgo San Donnino, spedì

colà il valoroso suo capitan _Uguccion de' Contrarii_ con due mila

cavalli e molta fanteria. Varie castella tolse Uguccione ad Orlando,

e il ridusse a tale che fu obbligato a cedere la nobil terra di Borgo

San Donnino al marchese, il qual, fattolo venire a Ferrara, il prese al

suo servigio con decorosa provvisione. Era già entrato Facino Cane in

Pavia[2363], nè altro più restava a _Filippo Maria Visconte_ che quel

fortissimo castello, dove s'era chiuso. Ma postovi l'assedio da Facino,

gli convenne capitolare e rendersi. Fra i capitoli vi fu che Filippo

Maria ritenesse il titolo di conte di Pavia, ma conte solo di nome,

perciocchè Facino mise sua gente nel castello, ed era padron di tutto,

dando al misero principe quanto gli bastava per vivere e mantenere

una scarsa corte. Dopo questo andò Facino a far guerra a _Pandolfo

Malatesta_ signore di Brescia, ma senza apparir sulle prime se fosse

guerra vera o da burla.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 159 / 216 题