NOTE:

[2303] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2304] Ser Cambi, Cronica di Lucca, tom. 18 Rer. Italic.

[2305] Annali di Siena, tom. 19 Rer. Ital.

[2306] Vita Gregorii Papae XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[2307] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18

Rer. Ital.

[2308] Theod. de Niem, Hist. Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17

Rer. Ital.

[2309] Vita Gregorii XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[2310] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.

[2311] Theodor. de Niem, lib. 3. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2312] Vita Gregorii XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[2313] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2314] Ser Cambi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.

[2315] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2316] Raynald., Annal. Eccles.

[2317] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2318] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2319] Ser Cambi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.

[2320] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2321] Corio, Istor. di Milano.

[2322] Delayto, Annal.

Anno di CRISTO MCCCCIX. Indizione II.

ALESSANDRO V papa 1.

ROBERTO RE de' Romani 10.

La principal novità di quest'anno fu il concilio tenuto in Pisa dai

cardinali dell'una e l'altra ubbidienza, quivi raunati contra dei due

contendenti del papato, cioè di _Gregorio e Benedetto_[2324]. Giacchè

si vide disperato il caso dell'unione di questi due personaggi, più

innamorati dello splendore della lor dignità che della Chiesa di

Dio, fu creduto spediente di abbatterli tutti e due, e di creare

un pontefice che fosse accettato da tutte le corone e potentati

cristiani. A quel concilio intervennero, oltre ai cardinali suddetti,

quattro patriarchi, dodici arcivescovi, ottanta vescovi, ottantasette

abbati, i procuratori di molte università, e gli ambasciatori di

Francia, Inghilterra, Polonia, Cipri, e di moltissimi duchi e principi

cristiani. Quei di _Roberto re de' Romani_ vi concorsero, ma per

sostenere i diritti di papa Gregorio, e quei d'Aragona per difendere

l'antipapa Benedetto. Furono tenute molte sessioni ne' mesi d'aprile,

maggio e giugno, citati i due pretendenti; e infine, dopo avere

esposto varii capi d'accusa contra di amendue per la loro pertinacia

in lasciar divisa la Chiesa con sì lungo e deplorabile scisma, e dopo

avere formato decreto che quello era concilio generale: nel dì 5 di

giugno furono dichiarati eretici, scomunicati e deposti da ogni dignità

ecclesiastica tanto Gregorio che Benedetto[2325]. Finalmente nel dì 15

d'esso mese, giacchè _Baldassare Cossa_ cardinale, principal motore di

quella macchina, perchè nemico di papa Gregorio, ricusò (non si sa il

perchè) d'essere eletto, e propose piuttosto il cardinal Pietro Filargo

da Candia, concorse appunto il concilio ad eleggere questo personaggio

papa. Era egli di nazione Greco, nativo dell'isola di Candia, e non

già di una terra del Novarese, come taluno ha preteso. Per molti

anni militò egli nell'ordine de' frati minori; dopo i vescovati di

Vicenza e Novara, fu creato arcivescovo di Milano, e poi cardinale,

finalmente papa; uomo di gran dottrina, di molta dolcezza e di non

minore liberalità, che prese il nome di _Alessandro V_, e fu coronato

nel dì 17 di giugno. Si credettero i padri del concilio pisano di

aver somministrato un efficace rimedio alle piaghe della Chiesa di Dio

con tale elezione, ed in fatti molto si tagliò della cancrena; ma non

perciò la cancrena si sradicò, anzi per altro verso essa crebbe. Prima

si miravano nella Chiesa due papi, da lì innanzi tre se ne videro nel

medesimo tempo. Si sa che Alessandro ebbe ubbidienza da buona parte

dell'Italia, dalla Francia, Inghilterra, Polonia e da altri paesi

del cristianesimo. Tuttavia seguitò papa Gregorio ad avere i suoi

fautori negli Stati de' Malatesti, nel regno di Napoli, nel Friuli,

in Baviera ed in altre contrade. E l'antipapa Benedetto continuò ad

essere riconosciuto papa nella Aragona e in altri luoghi della Spagna.

Inoltre papa Gregorio si trasferì nel maggio dell'anno presente nel

Friuli, e tenne in Cividale un concilio, ma di pochi prelati, perchè i

Veneziani da lui, benchè Veneto, si dipartirono, e diedero ubbidienza

ad Alessandro V. In esso concilio furono da lui riprovati tutti gli

atti di Pietro di Luna, ossia di Benedetto, e quei d'Alessandro,

condannate le loro persone, e intimato a tutti i fedeli di non ubbidire

se non allo stesso Gregorio. Altrettanto fece in Perpignano l'antipapa.

Ed ecco di nuovo flagellata da continuate gravi calamità la vigna del

Signore. Papa Gregorio fuggì dalle mani de' Veneziani con gran fatica,

e colle galee del re Ladislao si ritirò nel regno di Napoli. Scrive

Sozomeno ch'egli concedette a Ladislao Roma, la Marca, Bologna, Faenza,

Forlì ed altre terre della Chiesa, e ne ricavò venticinque mila fiorini

d'oro. Se ciò è vero, gran tradimento fece costui alla Chiesa.

Non era ignoto a _Lodovico II duca_ di Angiò, portante allora il

titolo di re di Sicilia, che il novello papa e tutto il sacro collegio

detestavano l'insolenza del re Ladislao, dappoichè avea usurpato il

dominio di Roma e d'altre terre della Chiesa romana[2326]. Per ciò

spontaneamente, o piuttosto chiamato, sen venne a Pisa, sperando

col braccio del papa nuovo di rientrare nel regno di Napoli, e di

abbattere la potenza di Ladislao. E veramente non mancò papa Alessandro

di processare esso Ladislao, e di pubblicar monitorii contra di lui;

anzi, dato di piglio alle armi temporali, le spedì alla ricuperazion

delle terre della Chiesa. Ora per conto d'esso Ladislao è da sapere

ch'egli ne' mesi innanzi, cioè nel giorno 12 di marzo era arrivato a

Roma con poderoso esercito di fanti e cavalli; poscia nel mese d'aprile

con _Paolo Orsino_ e col gran _contestabile Alberico_ da Barbiano

s'inviò alla volta della Toscana. Ma il gran contestabile nel dì

26 aprile finì i suoi giorni nel territorio di Perugia; e da ciò il

cardinal Cossa prese occasione d'impadronirsi di Barbiano e d'altre

terre, siccome abbiam detto. Per trattato de' cittadini anche il re

Ladislao s'insignorì di Cortona, il cui signore _Luigi dei Casali_

fu mandato prigione a Napoli. Inoltrossi poi sul Sanese, commettendo

ogni maggiore ostilità, e portò il terrore sino alle porte di quella

città e di Arezzo. Usava egli per sua divisa il molo: AVT CAESAR,

AVT NIHIL. Eransi ben preparati i Sanesi e Fiorentini per la difesa.

_Malatesta de' Malatesti_ signor di Pesaro fu il generale eletto

da essi Fiorentini. Ma in quelle parti niun fatto d'armi rilevante

accadde che sia degno di memoria, perchè Ladislao, sentendo che

Baldassar Cossa legato di Bologna, e braccio diritto del nuovamente

eletto pontefice, avea spedito genti di armi per la Marca alla volta

di Abruzzo, con parte de' suoi tornò ad accudire a' proprii affari nel

regno di Napoli, ne' quali tempi per far danari vendè la città di Zara

a' Veneziani per cento mila fiorini. Ora nel settembre il _re Luigi_,

cioè il duca d'Angiò, con cinquecento lancie condotte dalla Provenza,

e con quanta gente potè unir seco il cardinal Cossa e la repubblica

fiorentina[2327], si incamminò con esso cardinale verso lo Stato

pontificio. Si trovò ad Orvieto Paolo Orsino disposto ad impedire il

passo; ma siccome questi era uno di que' condottieri d'armi che usavano

di cangiar mantello, secondochè esigeva il tempo e il guadagno, essendo

a lui esibito dai Fiorentini molto danaro e più vantaggiosa condotta,

lasciò il servigio del re Ladislao, e si acconciò col re Luigi.

_Braccio da Montone_ Perugino, che riuscì poi sì gran capitano, militò

anche egli nell'armata d'essi collegati. Si arrenderono al cardinale

legato Orvieto, Montefiascone, Corneto, Sutri, Viterbo ed altri luoghi.

Con questo prospero vento l'esercito vittorioso senz'altra opposizione

arrivò fin sotto Roma[2328]; e nel dì primo d'ottobre il re Luigi e il

cardinal suddetto con Malatesta, con Paolo, Jacopo, Francesco ed altri

di casa Orsina, s'impadronirono di San Pietro e del palazzo papale;

ed appresso castello Santo Angelo, custodito finora a nome del sacro

collegio, prestò ubbidienza a papa Alessandro V. Era alla guardia di

Roma pel re Ladislao il conte di Troia coi Colonnesi. Varii tentativi

furono fatti, varii assalti dati a quella gran città dall'armi de'

collegati, ch'erano passate di là dal Tevere, ma senza trovare maniera

di entrarvi; e in questi badalucchi si consumarono i mesi di ottobre,

novembre e quasi tutto dicembre; di modo che come disperati il re Luigi

e il cardinal Cossa se ne tornarono a Pisa, lasciando il Malatesta con

un corpo di gente intorno a Roma, assistito da Paolo e dagli altri

baroni di casa Orsina. Ciò che non poterono far le armi, creduto fu

che lo facesse l'oro. Nella notte precedente al dì ultimo di dicembre,

festa di San Silvestro, si levò a rumore il popolo romano, fu aperta

una porta a Paolo Orsino, e le genti pontificie entrate, andarono a

poco a poco espugnando il Campidoglio e le altre fortezze tenute da

quei del re Ladislao, a riserva di porta Maggiore e di quella di San

Lorenzo.

Più che mai si trovò confuso in questo anno il governo di Milano[2329].

Lega fu fatta da quel duca col re di Francia per mezzo di _Bucicaldo_,

coi principi di Savoia, col conte di Pavia, e con _Bernardone_

governator d'Asti pel duca d'Orleans. Già si vedea che Bucicaldo e i

Franzesi aveano delle mire sullo Stato di Milano. Per cagion di questa

lega adirato _Facino Cane_ si diede a bloccar Milano. _Pandolfo_ e

_Carlo de' Malatesti_, che regolavano dianzi quegli affari, prevalendo

presso il viziosissimo duca gli adulatori e il partito de' Guelfi,

l'un dietro l'altro disgustati si ritirarono anch'essi da Milano. E

però Pandolfo in Brescia sua città, fatta una gran massa di gente, per

vendicarsi di chi l'avea forzato ad abbandonar Milano, e passato il

fiume Adda, s'inoltrò ne' monti di Brianza e nella Martesana. Ma ecco

venir contra di lui Facino Cane, già dichiarato conte di Biandrate,

_Teodoro marchese_ di Monferrato ed _Astorre Visconte_ con esercito

poderoso. Fecesi un caldo fatto d'armi fra loro nel dì 7 d'aprile,

giorno di Pasqua, nella valle di Ravagnate, senza che la vittoria

si dichiarasse per alcun d'essi[2330]. Trattatosi poi di concordia,

fu conchiuso che unitamente attendessero a scacciare i consiglieri

del duca, e a mettere due governatori in Milano, l'uno per Facino

e l'altro per Pandolfo. Fu dunque assediato da amendue Milano, e

si venne dipoi ad una capitolazione, per cui Facino e Pandolfo si

accordarono col duca, e i consiglieri fuggirono. Ma poco durò questo

accordo, perchè Facino pretendea dal duca cinquanta mila fiorini d'oro

con altre sconcie dimande, e si partì sdegnato da lui. Allora fu che

_Bucicaldo_ governatore di Genova, mirando sì sconvolto lo Stato di

Milano, sì giovani e deboli i due fratelli Visconti, e figurandosi,

siccome uom pieno di ambizione e di grandi idee, non difficile

lo insignorirsi di Milano, procurò d'essere ammesso al governo di

quella città dal duca, con impiegar sotto mano gran somma di danaro,

presa ad usura dai Genovesi[2331]. Partitosi da Genova nell'ultimo

dì di luglio, andò a prendere il possesso dell'ottenuta carica in

Milano[2332]. Seco menò circa cinque mila cavalli, oltre a molti

balestrieri e fanti, e, secondo il suo costume, cominciò a fare delle

novità. Nulla diffidava egli de' Genovesi, ridotti, a suo credere,

colla forza ed altura sua come tanti conigli; ma il popolo di Genova,

benchè mostrasse una piena suggezione, manteneva nondimeno vivi gli

antichi suoi spiriti, ed odiava a morte il di lui borioso governo. Ora,

trovandosi alcuni Genovesi fuorusciti con Facino Cane e con Teodoro

marchese di Monferrato, persuasero loro di levare a Bucicaldo la; città

di Genova; e perciò sul fine d'agosto mossero le lor genti a quella

volta. L'avvicinamento di queste armi diede impulso ai cittadini di

Genova tanto guelfi che ghibellini nel dì 3 di settembre dì levarsi

a rumore contra del luogotenente di Bucicaldo, che restò ucciso nel

volersi ritirar nel castelletto. Molti parimente de' Franzesi rimasero

vittima del furor popolare. Levossi dunque Genova dalla signoria del re

di Francia, e Facino Cane, contento d'essersi vendicato di Bucicaldo

suo nemico, e di un regalo di trenta mila genovine, se ne tornò in

Lombardia per assistere a' proprii interessi, ed occupò nel ritorno

Novi, ch'era d'essi Genovesi. Ma per conto del marchese di Monferrato,

in ricompensa del servigio prestato, fu egli eletto capitano di Genova

cogli emolumenti soliti a darsi una volta ai dogi. Il castelletto

colle altre fortezze a forza d'armi venne poi tolto ai Franzesi; laonde

Genova restò in pace e in somma allegria. Questo fu il guadagno fatto

da Bucicaldo; egli non solamente perdè Genova, ma anche il governo di

Milano. Perciocchè, quantunque, all'avviso della sollevazion di Genova,

corresse con alcune migliaia di cavalli e fanti sino a Gavi, pure,

conoscendo l'impossibilità di ritornare nella perduta città, si ritirò

in Piemonte, giacchè temeva di sua vita, se compariva in Milano. Tentò

poscia di torre Novi a Facino; ma ne rimase sconfitto, di modo che

svergognato si ridusse in Francia a raccontar le sue tante prodezze.

Fece ancora grande strepito in questo anno il fine di _Ottobuono de'

Terzi_, tiranno di Parma e Reggio[2333]. Andava continuando contra

di lui la guerra _Niccolò Estense marchese_ di Ferrara, collegato

col _cardinal Cossa_ e coi Malatesti. Il suo infaticabile e valoroso

generale _Sforza da Cotignuola_ con una irruzione dietro all'altra

sul Reggiano e Parmigiano teneva il nemico assai ristretto. Il perchè

Ottobuono mosse parola di pace. Si convenne che presso a Rubiera

seguisse un abboccamento fra lui e il marchese d'Este. Infatti si

portò esso Ottobuono con cavalli novanta a quel congresso. Vi giunse

ancora il marchese Niccolò con cento cavalli, seco avendo il suddetto

Sforza ed Uguccion de' Contrarii suo favorito. Dopo i complimenti e

gli abbracciamenti, fattosi avanti Sforza, con uno stocco passò da

banda a banda Ottobuono. Altri scrivono[2334] che fu Michele Attendolo,

parente dello Sforza, che fece il colpo in vendetta de' crudeli

strazii da lui contra le leggi della guerra patiti nelle carceri di

esso Ottobuono. Il Delaito vuole che per essersi scoperto il disegno

di Ottobuono di levar di vita il marchese d'Este, Sforza prevenisse

l'iniqua di lui risoluzione. Comunque sia, quand'anche si creda (il

che pare più verisimile) che contro la pubblica fede seguisse la morte

di quel tiranno, certo è tanto essere stato l'odio universale contra

di lui per le sue crudeltà ed infami azioni, che ognun benedisse la

mano di chi avea liberato il mondo da quel mostro, senza far caso

della maniera con cui s'era ottenuto questo gran bene. Accadde il

fatto nel dì 27 di maggio. Condotto a Modena il cadavere dell'estinto

Ottobuono, dal popolo in furia fu messo in brani, e trovossi insino

chi mangiò delle carni di costui, come se si trattasse d'una fiera.

Successivamente poi il marchese Niccolò, ottenuto soccorso dal

cardinal Cossa, uscì in campagna sul principio di giugno, e dopo aver

preso le castella d'Arceto, Casalgrande, Dinazzano e Salvaterra, che

erano di Carlo Fogliano, ostilmente passò sul Parmigiano. Dopo varii

acquisti e piccioli fatti d'armi, nel dì 26 di giugno il popolo di

Parma, commosso dai nobili Sanvitali, si sollevò contra de' Terzi,

ed, acclamato per suo signore il marchese d'Este, uscì fuori con

gran festa a riceverlo. Fu egli introdotto fra gl'immensi viva della

città, e datogli il dominio d'essa, fuorchè della cittadella, che

assediata finalmente si rendè nel dì 27 di luglio. Parimente nel dì 28

di giugno si levò a rumore il popolo di Reggio, e fatto intender al

marchese che il sospiravano per loro signore, Uguccion de' Contrarli

volò a prenderne il possesso, e questi sforzò dipoi a rendersi quella

cittadella nel dì 22 di luglio. Per così prosperosi successi il

marchese, dopo aver donato al prode Sforza Attendolo la bella terra

di Montecchio, gli permise di passare al servigio de' Fiorentini con

secento lancie ed alcune schiere di fanteria; di modo che anch'egli

si trovò nell'esercito inviato da essi, siccome vedemmo, alla volta

di Roma. Restò poi quasi messa in camicia la famiglia de' Terzi, che

tuttavia occupava Borgo San Donnino, Castelnuovo, Fiorenzuola, la rocca

di Guardasone ed altri luoghi. Da Orlando Pallavicino fu loro tolto

Borgo, e da Alberto Scotti Fiorenzuola. Anche i Veneziani[2335], benchè

protettori de' Terzi, si impadronirono di Casal Maggiore, Brescello,

Guastalla e Colorno. Resta nondimeno anche oggidì essa famiglia in

Parma con isplendore e comodi di nobiltà.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 157 / 216 题