[2211] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2212] Corio, Istoria di Milano.
[2213] Billius, in Histor., tom. 19 Rer. Ital.
[2214] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 17.
[2215] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2216] Billius, Hist., tom. 19 Rer. Ital.
[2217] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Italic.
[2218] Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom 18 Rer. Ital. Cronica di
Bologna, tom. eod.
[2219] Histor. Senensis, tom. 20 Rer. Ital.
[2220] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom.
18 Rer. Ital.
[2221] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.
[2222] Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19
Rer. Ital.
[2223] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2224] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom.
21 Rer. Ital.
[2225] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2226] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCIV. Indiz. XII.
INNOCENZO VII papa 1.
ROBERTO re de' Romani 5.
Era stato rimesso in libertà nel precedente anno _l'antipapa
Benedetto_, e dacchè fu rientrato in pacifico possesso di Avignone,
tanto seppe girar gli affari col far credere a chi non per anche
assai il conosceva la sua prontezza a dimettere il papato[2227], se si
fosse convenuto con _papa Bonifazio_, dipinto da lui come ostinato in
mantenere lo scisma, che gli fu restituita l'ubbidienza da' Franzesi.
Ora il furbo Spagnuolo, per maggiormente accreditarsi fra quei del suo
partito, e dar ad intendere la sua buona volontà per la riunion della
Chiesa, spedì in quest'anno verso il fin di settembre due vescovi con
tre altri suoi ambasciatori a Roma per proporre a papa Bonifazio, non
già, come andò spacciando, la vicendevol cessione del pontificato, ma
bensì un abboccamento fra loro in un luogo determinato. Teodorico da
Niem, autore molto sospetto agli annalisti pontifizii, scrive[2228]
che Bonifazio ricusò ogni partito, con sostenere ch'egli era vero
papa, nè dover egli mettere in dubbio la legittima sua dignità. Al
che risposero gli ambasciatori che il loro papa non era simoniaco,
quasi tacitamente accusando Bonifazio di questo reato: del che egli
molto si offese, ed eccessivamente montò in collera. Tale agitazion
d'animo, e il mal di pietra, per cui era gravemente da qualche tempo
afflitto esso pontefice, accrebbe sì fattamente i suoi incomodi,
che nel dì primo d'ottobre diede fine alla sua vita. Non mancavano
a Bonifazio delle belle doti, che il faceano degno del sublime suo
ministero; ma i tempi disastrosi, ne' quali egli si trovò, cagion
furono ch'egli piuttosto distrusse, che edificò. Il bisogno di far
fronte all'antipapa, e di difendersi dagli aderenti di lui avversarli
suoi, e di ricuperar le terre della Chiesa, l'obbligò a cercar danaro
per tutte le vie. Ne' primi anni del suo pontificato, perchè vi erano
cardinali zelanti e nemici delle cose mal fatte, andò con qualche
riguardo; ma infine si diede a vendere tutte le grazie, tornò in
campo, dilatò e stabilì maggiormente il pagamento delle annate per
chi voleva vescovati ed altri benefizii. Allora furono in corso le
espettative, date talvolta a più persone dello stesso benefizio, e
talvolta rivocate per cavar danaro da altri; allora si videro in grande
uso le unioni de' benefizii, le dispense anche per li regolari, ed
altre invenzioni per raccoglier moneta, delle quali parla Teodorico
da Niem, accordandosi con lui anche gli autori della Vita di questo
pontefice[2229]. Ebbe madre, fratelli e nipoti. Gli esaltò ed arricchì
per quanto potè. L'uno de' fratelli, cioè _Giannello_, creò marchese
della marca d'Ancona, l'altro duca di Spoleti. Ad uno di questi fece
anche dare dal re Ladislao la contea di Sora con altri Stati. Ma
questi, dopo la di lui morte, andarono tutti in fumo; e Giannello non
tardò a consegnar Perugia e la marca al nuovo papa. Soprattutto è da
dolere che Bonifazio amasse più sè stesso che la Chiesa di Dio. Fece
ben egli premura per un concilio, ma non mai s'indusse ad esibirsi
per ben della Chiesa pronto a rinunziare la sua dignità. Se fatto
l'avesse, avrebbe ognuno abbandonato l'antipapa, qualora anche egli
non avesse fatto altrettanto, e si sarebbe venuto alla riunion della
Chiesa. Congregaronsi poi in Roma nel conclave i nove cardinali che
v'erano, con giurar prima tutti, che chiunque di essi fosse eletto
papa, darebbe sinceramente mano ad abolire lo scisma, ed occorrendo,
rinunzierebbe il papato. Cadde l'elezione nel dì 17 di ottobre in Cosmo
de' Migliorati da Solmona cardinale e vescovo di Bologna, personaggio
molto perito nella scienza legale, pratichissimo degli affari della
sacra corte[2230], di maniere dolci, ed affabile con tutti, e in
gran riputazione presso tutti i principi. Prese il nome _d'Innocenzo
VII_ e nel secondo giorno di novembre fu solennemente coronato. Ma
prima ancora della sua coronazione cominciarono i suoi guai, che non
ebbero mai fine; e questi specialmente per colpa e prepotenza del
_re Ladislao_, ingrato ai benefizii ricevuti della santa Sede, e che
non vide mai misura alcuna nell'avidità del conquistare[2231]. Corse
questo re a Roma con gran copia d'armati, parte per maneggiar ivi
in persona i suoi interessi, affinchè non gli venisse pregiudizio
nel trattare l'union della Chiesa, e parte per difendere, secondo le
apparenze, il papa novello dalle insolenze del popolo romano, il quale
sotto Bonifazio IX, pontefice di gran cuore, stette basso, e morto
lui, col favore de' Colonnesi, rialzò la testa, movendosi a rumore,
con seguirne varii omicidii fra essi e le genti del papa. Ma Ladislao,
invece di pacificarlo col pontefice[2232], sotto mano maggiormente
l'incitò contra di lui, per rendere se stesso più necessario a
trattar dell'accordo. Seguì un tale accordo nel dì 27 d'ottobre, ed è
rapportato intero dal Rinaldi, con patti molto vantaggiosi ai Romani
(il che fece crescere la loro alterigia), e con aver ottenuto Ladislao
di mettere una zampa nella creazione de' loro uffiziali. Aggiunge il
Delaito[2233] che nel dì 20 d'esso ottobre Ladislao occupò castello
Sant'Angelo, e vi mise sua guarnigione. Dovette fingere di farlo per
bene del papa, a cui, secondo Sozomeno, fu riservato San Pietro con
esso castello. Tuttociò non di meno fu un nulla rispetto a quello che
andremo vedendo.
Nel gennaio dell'anno presente[2234] la duchessa di Milano, che si era
ritirata in quel castello, fatti a sè venire con belle parole Antonio e
Galeazzo Porri con Galeazzo Aliprandi, autori della passata sedizione,
fece lor mozzare il capo. Ottenne ancora che si richiamasse il fuggito
Francesco Barbavara, e tornasse a seder nel consiglio; ma poco vi durò
costui, perchè di nuovo sbalzato si sottrasse colla fuga al pericolo
della vita. Nel dì 28 di marzo seguì pace fra i Guelfi e Ghibellini
di Milano, senza però vedersene quel buon frutto che si sperava,
essendo continuate le gare in quella città e nel suo territorio. Peggio
avvenne nel rimanente dello Stato[2235]. I principali condottieri
d'armi che aveano servito al defunto duca, e doveano sostenere il
novello, cominciarono cadauno a voler profittare nell'universale
tempesta e naufragio. Questi erano _Pandolfo Malatesta, Ottobuono de'
Terzi_ da Parma e _Facino Cane_. Tutti dimandavano paghe e ricompense
Vedeano[2236] che _Giorgio Benzone_ avea occupato Crema; _Giovanni
Picciolo_, Bergamo, città che poi venne in potere de' Soardi e de'
Coleoni. _Ugo_ ossia Ugolino Cavalcabò, siccome già dissi, abbattuti i
Ponzoni, s'era solo fatto padrone di Cremona. E perciocchè egli dipoi,
nell'andare a Brescia, fu preso e carcerato da _Astorre Visconte,
Carlo Cavalcabò_ suo nipote nel dì 18 di dicembre prese la signoria di
quella città. In quest'anno medesimo, se pur non fu nel precedente,
_Giovanni da Vignate_ s'era impossessato di Lodi. Tutto insomma
andava a ruba, e da per tutto regnava la confusione. Si credeano quei
condottieri di meritar molto più. Per ciò anche _Facino Cane_ prese
la signoria d'Alessandria e d'altre terre, facendo nondimeno vista di
tenerle a nome del conte di Pavia. _Pandolfo Malatesta_ insistè così
forte, che la duchessa condiscese a cedergli Brescia in guiderdone
de' suoi servigi, ed egli ne entrò in possesso. Scrivono altri che
anch'esso colla forza ne occupò il dominio. _Ottobuono de' Terzi_
neppur egli stette colle mani alla cintola. Collegatosi con _Pietro
de' Rossi_, proditoriamente nel dì 8 di marzo entrò in Parma, e ne
partì poi il dominio col Rossi. Ma di lì a poco, avendo escluso il
collega, ne usurpò tutta la signoria per sè con gran dolore della
fazion guelfa, che teneva per suo capo il Rossi. E perciocchè nel dì
16 uno di questa fazione uccise uno dei provvisionati di Ottobuono,
questo fiero serpente co' suoi soldati sfogò il suo sdegno contro gli
amici de' Rossi, senza neppure perdonare a donne, vecchi e fanciulli.
Trecento e quattordici di quella fazione rimasero vittima del suo
barbarico furore, e poi mandò que' cadaveri sopra delle carra ad una
terra de' Rossi. Erasi già ribellata Piacenza al duca di Milano, e
n'erano divenuti padroni gli _Scotti_. Portossi colà Ottobuono colle
sue milizie, e con iscacciarne gli Scotti, ebbe in suo potere ancor
quella città, eccettochè le fortezze, le quali tuttavia si tenevano
pel duca di Milano. Fu invitato nel seguente aprile anche il _marchese
Niccolò_ _Estense_ signor di Ferrara e Modena dai cittadini di Reggio,
desiderosi di sottomettersi al placido di lui governo. Vi spedì egli le
soldatesche sue sotto il comando di Uguccion de' Contrarii, di Sforza
Attendolo, ch'egli avea preso ai suoi servigi, e d'altri valorosi
capitani. Nel primo giorno di maggio quel popolo assediato levò rumore,
e, prese le armi, si diede al marchese. Entrarono le sue genti in
Reggio, formarono anche l'assedio della cittadella; ma ciò saputosi
da Ottobuon Terzo, si dispose per soccorrer quella città, mostrando
di farlo a nome del duca di Milano; e sotto questo colore s'impadronì
ancora di quella città, dalla quale si ritirarono per tempo le milizie
estensi. Nè tardò costui a far delle irruzioni e de' fieri saccheggi
nel territorio di Modena. Ma fra gli altri gravissimi sconcerti
del ducato milanese, orrido fu quello della discordia nata fra il
giovinetto _duca Giovanni Maria_ e _Caterina duchessa_ sua madre, già
figliuola di _Bernabò Visconte_. Ritiratasi questa a Monza, Francesco
Visconte, allora prepotente, segretamente inviò colà gente armata,
che introdotta nella notte del dì 15 d'agosto in quella nobil terra,
prese la duchessa, la condusse nel castello di Milano, dove da lì a
poco tempo diede fine alla vita, e comunemente fu creduto per veleno.
Se v'ebbe parte il duca suo figliuolo, come alcuni vogliono, Dio non
aspettò a punir questo gran misfatto nell'altra vita. Poco mancò che
_Pandolfo Malatesta_, trovandosi colla duchessa in essa terra di Monza,
non fosse anch'egli preso. Ebbe la fortuna di salvarsi scalzo sino
a Trezzo, da dove poi si ridusse a Brescia. Forse la cessione a lui
fatta di Brescia fu uno de' reati della duchessa medesima. Abbiamo da
Sozomeno[2237] che anche il giovinetto _Filippo Maria Visconte_, che
già vedemmo conte di Pavia, fu in questo anno carcerato da Zacheria
potente cittadino di quella città. Prevalendosi di questo buon tempo
anche _Teodoro marchese_ di Monferrato, occupò ad esso Filippo Maria le
città di Vercelli e Novara con altre terre del Piemonte. Alcune terre
ancora vennero in potere del marchese di Saluzzo. Ecco dunque tutto
in conquasso, anzi quasi affatto per terra la dianzi sì formidabil
signoria de' Visconti.
Durava tuttavia l'odio di _Alberico conte_ di Barbiano contra di
Astorre dei Manfredi signor di Faenza, nulla men volendo che lo
sterminio di lui[2238]. Egli era divenuto più poderoso per l'acquisto
di Castel Bolognese e d'altri luoghi di Romagna dopo la guerra di
Bologna; e però, continuando le ostilità contra di lui, il ridusse
a tale, che per non cadere in mano di questo inesorabil nimico,
ceduta Faenza al _cardinal Cassa_ legato di Bologna per venticinque
mila fiorini d'oro, colle lagrime agli occhi si ritirò a Forlì sotto
la protezione di _Carlo Malatesta_ suo parente; poscia ad Urbino,
dove abitò in molta povertà, perchè non colse il danaro promessogli
dal legato, uomo per altri conti di poca fede. In Toscana[2239] i
Fiorentini, veggendo in sì fiero scompiglio lo Stato de' Visconti,
entrarono in isperanza di conquistar Pisa, massimamente per un
secreto trattato che ivi aveano manipolato con alcuno di que' potenti
cittadini. Signore allora di Pisa era _Gabriello Maria Visconte_
figliuolo del defunto duca, ma uomo di poco senno, il quale, in vece
di conciliarsi sul principio l'affetto del popolo, se ne tirò addosso
l'odio a cagion delle sue estorsioni. L'armata de' Fiorentini andò
fin sotto Pisa, ma, non essendosi fatto movimento alcuno in quella
città, sfogò il suo sdegno contra del contado. Mirava, ciò non
ostante, Gabriello Maria vacillante il suo dominio, senonchè gli facea
coraggio _Bucicaldo_ spinto da' Genovesi, anzi l'indusse a rendersi
tributario del re di Francia, e a cedergli Livorno per godere della di
lui protezione. E perciocchè i Fiorentini, di tal cessione avvisati
da Bucicaldo, pareano farsi beffe delle sue minaccie, fece questi
sequestrar tutte le loro mercatanzie esistenti in Genova, ed ascendenti
al valore di cento cinquanta mila fiorini d'oro. Servì questo buon
ripiego a far sì che i Fiorentini conchiusero una tregua col signore di
Pisa. Aveano già i Sanesi[2240] ricuperata in parte la lor libertà; ma
solo in quest'anno pienamente se ne misero in possesso con licenziare
_Giorgio del Carretto_ governatore in addietro di quella città, e
stabilirono pace coi Fiorentini. Ricuperarono dipoi molte delle loro
castella, restando solamente guerra fra loro e i Salimbeni potenti
cittadini e padroni di varie altre terre. Tanto poi fece in quest'anno
il suddetto Bucicaldo governatore di Genova[2241], che indusse buona
parte di quel popolo a dare ubbidienza all'_antipapa Benedetto_;
e se ne fece il pubblico atto nel dì 26 d'ottobre coll'intervento
dell'arcivescovo, clero e popolo. Ma alcuni de' più timorati di Dio
si assentarono per questo da Genova. Finì i suoi giorni nell'aprile
dell'anno presente[2242] _Antonio conte d'Urbino_, di Cagli e di
Gubbio, signore di molta saviezza e valore. Ebbe per successore _Guido
Antonio_ suo figliuolo. Ma il più strepitoso avvenimento di quest'anno,
tanto imbrogliato in Italia, fu la guerra mossa da _Francesco da
Carrara_ signore di Padova alle città del ducato di Milano, cioè a
Vicenza e Verona. Moltissimi furono i fatti che esigerebbono un lungo
filo di storia. Ne darò io solamente un breve compendio[2243]. Nel
mese di gennaio i Vicentini condotti da _Taddeo del Verme_ fecero
un'irruzione sul Padovano fino a Tencaruolo. Ma uscito il Carrarese
col suo popolo, li mise in rotta con farne prigione mille e ducento.
Con sei mila cavalli dopo la metà di febbraio fu spedito contra di lui
_Facino Cane_. Andatogli a fronte Francesco da Carrara, coi serragli
e colle buone guardie il tenne a bada, tanto che, ottenuto di potersi
abboccare con lui, seppe tanto dirgli colla giunta di un mulo carico
di fiaschi di vino, ma creduti dai più ripieni di fiorini d'oro,
mandatogli in dono, che Facino, mosso ancora dal fiero sconvolgimento
delle altre città dello Stato di Milano, nel dì 20 di marzo se ne tornò
indietro, per tentare anch'egli in suo pro qualche buona preda, siccome
abbiam detto che succedette.
Preparossi dunque il Carrarese a portare negli Stati nemici la guerra,
senza voler badare ad un'ambasceria dei Veneziani, che venne per
trattare di pace.
A questo uffizio era mosso il senato veneto dagl'impulsi della duchessa
di Milano, e insieme dal proprio interesse di Stato, non potendogli
piacere che s'ingrandisse la casa di Carrara, in addietro sì nemica
e nociva al suo dominio. Avea il signore di Padova seco _Guglielmo_
bastardo della casa dalla Scala co' suoi figliuoli _Brunoro_ ed
_Antonio_, i quali teneano corrispondenze segrete co' Veronesi, non
mai dimentichi e tuttavia amanti della casa Scaligera. Vuole Andrea
Gataro che convenissero insieme intorno alle conquiste. Vicenza doveva
essere del Carrarese, Verona dello Scaligero. Comunque sia, nel dì 30
di marzo mosse Francesco da Carrara l'esercito suo, con cui il genero
suo _Niccolò Estense_ marchese di Ferrara andò ad unir le sue milizie;
e dopo aver tentato alquanti giorni l'acquisto del castello di Cologna,
che fece gagliarda resistenza, e col tempo capitolò, nella notte
precedente il dì 8 di aprile, si presentò alle mura di Verona, e parte
per le scale, parte per due rotture introdusse le genti sue in quella
città, gridando: _Scala, Scala, viva messer Guglielmo dalla Scala.
Ugolotto Biancardo_ e _Bartolomeo da Gonzaga_ capitani del duca di
Milano colla lor guarnigione si ritirarono nella cittadella, a cui fu
immantinente posto l'assedio. _Guglielmo dalla Scala_, benchè fosse, se
crediamo al Gatari, da molto tempo indisposto di salute, fu proclamato
signor di Verona. Perchè non era ben fornita di viveri la cittadella,
Ugolotto Biancardo capitolò poi la resa, se per tutto il dì 27 d'aprile
non gli fosse venuto soccorso. Intanto nel dì 21 d'esso mese Guglielmo
dalla Scala finì di vivere. Il Gatari scrive di morte naturale; ma i
più credettero che il veleno datogli dal Carrarese gli abbreviasse
la vita. In luogo suo furono eletti signori di Verona _Brunoro_ ed
_Antonio_ suoi figliuoli. Nel qual tempo _Francesco Gonzaga_ signor
di Mantova occupò Ostiglia e Peschiera, terre del Veronese. Mentre
queste cose accadevano in Verona, _Francesco III_ primogenito del
Carrarese andò col popolo di Padova a stringere d'assedio la città
di Vicenza, sotto di cui seguirono tosto alcuni combattimenti con
isvantaggio de' Vicentini. Ma sul più bello arrivò impensato accidente
che disturbò tutta l'impresa. A nome della duchessa di Milano, che
tuttavia comandava in questo tempo, era andato Jacopo del Verme a
Venezia, per implorare il braccio di quella potente repubblica contra
del Carrarese. La conclusione del trattato fu, che il Verme per aver
gran somma di danaro da' Veneziani, ed affinchè Vicenza non venisse
alle mani del Carrarese, fece una cessione di quella città ai signori
veneziani. Vogliono altri che loro cedesse anche Verona, Feltro e
Belluno. Per questa cagione, nel dì 25 di aprile ducento e cinquanta
balestrieri veneziani, condotti da Giacomo da Tiene, ebbero maniera
d'entrare nell'assediata Vicenza, dove inalberarono la bandiera di San
Marco. Indi spedirono un trombetta a Francesco Terzo, per notificargli
che Vicenza era data alla signoria di Venezia. Lasciò il Carrarese
tornare costui nella città, con dirgli che non osasse più di venire
senza salvocondotto: ma venuto egli di nuovo, senza essere munito di
salvocondotto, fu, nel ritornare ch'egli faceva in Vicenza, ucciso:
azione per cui si esacerbarono forte i Veneziani, e servì loro per
titolo di far aspra guerra dipoi al signore di Padova. Nel dì 27 di
aprile la cittadella di Verona si rendè a Francesco da Carrara, che
vi mise dentro guarnigione sua, e non già degli Scaligeri, siccome
disgustato con essi, perchè niun di loro avea voluto cavalcare a
Vicenza, secondochè era ne' patti. Andossene dopo il Carrarese colle
sue genti a trovare il figliuolo sotto Vicenza, con aver lasciato
Jacopo, altro suo figliuolo, nella cittadella di Verona assistito da
buon presidio. E già si preparava a dare un generale assalto a Vicenza,
quando gli fu portata lettera della signoria di Venezia, in cui gli
comandava di levare il campo di sotto a quella città, siccome dominio
di San Marco. Benchè mal volentieri, anzi con rabbia immensa, egli
ubbidì, e si ritirò colle sue genti a Padova. Mandò poscia a Venezia
il _marchese Niccolò d'Este_ per intendere in che disposizione fosse
quella signoria contra di lui. Non ebbe il marchese per risposta
se non delle amare parole, e delle minaccie contra del Carrarese,
e a lui fu ordinato di ritornarsene a Ferrara. Scoprì intanto esso
Carrarese, che i due fratelli Scaligeri aveano spediti ambasciatori
a Venezia per far maneggi contra di lui in proprio favore. Scrisse a
Jacopo suo figliuolo, lasciato a Verona, che glieli mandasse prigioni
a Padova: comando che fu senza ritardo eseguito, ma che diede molto
da dire entro e fuori di Venezia. Poscia verso il fine di maggio con
accompagnamento magnifico passò a Verona, dove per amore e per forza
si fece eleggere signore di quella nobil città. Nè volendo Francesco
Gonzaga restituirgli Ostiglia e Peschiera, dicono che il Cararese tramò
contro la vita di lui: la qual trama scoperta, incitò il Gonzaga a
collegarsi dipoi coi Veneziani contra di lui.
Si trattò poi di pace, vi s'interposero anche i Fiorentini; ma nulla si
potè conchiudere: così alte e scure erano le pretensioni de' Veneziani.
Il perchè Francesco da Carrara, sapendo che Venezia da tutte parti
assoldava genti, si determinò alla guerra e difesa con gran coraggio.
Fu preso per generale dai Veneziani _Malatesta de' Malatesti_ signore
di Pesaro, che seco menò mille lancie; secento altre ne condusse
_Paolo Savello_, oltre ad altri condottieri, e si diede principio ad
una arrabbiata guerra[2244]. Grande era lo sforzo di gente d'armi che
fece il senato veneto, tentando con tutte le sue forze di penetrar
ne' serragli del Padovano. Mirabil era all'incontro la resistenza del
signore di Padova, il quale, facendo conoscere a Niccolò marchese di
Ferrara e al popolo ferrarese che la rovina sua si tirerebbe dietro
quella de' vicini, tanto si adoperò che il trasse seco in lega; laonde
anch'egli, preso al suo soldo il _gran contestabile_ e _Manfredi conte_
di Barbiano con quattrocento lancie, e messe in marcia le soldatesche
sue proprie, andò in aiuto del suocero. La prima impresa che fece,
fu di togliere ai Veneziani le terre del Polesine di Rovigo, loro
impegnate negli anni addietro. Ma eccoti in armi anche il marchese di
Mantova per fargli guerra, siccome collegato de' Veneziani. Funesto
colpo fu questo al Carrarese, perchè l'obbligò a distraere le sue forze
sul Veronese. Aveano le genti del Padovano racquistata Peschiera; ma il
Gonzaga nel dì 30 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella terra.
Saputosi in Verona che quella gente stavasene sprovveduta e con poca
buona guardia, le milizie carraresi, condotte da Cecco di San Severino,
all'improvviso giunsero colà, e sbarattarono quel campo colla presa
di trecento uomini d'armi e di tutti i carriaggi. Ciò non ostante,
esso Gonzaga coi rinforzi venutigli da Venezia cominciò a prendere le
castella del Veronese; nè forze v'erano da impedirlo. Seguirono poi
nel decorso di quest'anno varii sanguinosi incontri fra le armi venete
e carraresi sul Padovano. Avendo Malatesta de' Malatesti generale de'
Veneziani, non so se di sua o d'altrui volontà, rinunziato il baston
del comando, se ne tornò a Pesaro, e in luogo suo eletto fu Paolo
Savello. Assalirono poscia i Veneziani con grossa armata di navi le
bastie che il marchese di Ferrara avea piantato a Santo Alberto, e le
presero: locchè cominciò a far paura alla stessa Ferrara. Nè minor
affanno diede la loro armata grande di terra alla città di Padova;
perchè nel dì 17 di novembre, superati i serragli, entrò nel ricco
Piovado di Sacco, e fece immensi bottini, con essere ancora rimasto
ferito lo stesso Francesco da Carrara nel caldo di una zuffa[2245].
Spedirono poscia i Veneziani sei mila tra cavalli e fanti verso Verona,
i quali dopo una crudel battaglia furono disfatti da Jacopo da Carrara,
colla prigionia di due mila e secento persone. Il Delaito, autore più
esatto[2246] del Gataro, fa molto minore di gente e di prigioni questo
fatto. Così terminò l'anno presente, foriere al certo di maggiori
disavventure a Francesco II da Carrara, per la esorbitante potenza de'
suoi nemici.