NOTE:

[2195] Sozomen., Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[2196] Annales Mediolan., tom. eod.

[2197] Sozomenus, Chron., tom. eod.

[2198] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2199] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.

[2200] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. eod.

[2201] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.

[2202] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.

[2203] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2204] Corio, Istoria di Milano.

[2205] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2206] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.

[2207] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2208] Corio, Istoria di Milano.

[2209] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2210] Billius, in Hist., tom. 19 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCIII. Indizione XI.

BONIFAZIO IX papa 15.

ROBERTO re de' Romani 4.

Cominciaronsi in quest'anno a provar gli effetti della morte di

_Gian-Galeazzo _duca di Milano, cioè si cominciò a sfasciar la

monarchia con tante guerre e fatiche da lui stabilita. Già fra i

suoi figliuoli si era questa divisa; ma passò più oltre la malattia,

con giugnere sino al cuore dello stesso dominio. Erano tuttavia i

due figliuoli suoi, cioè _Gian-Maria_ e _Filippo_, in età incapace

di governo; e però il padre nel suo testamento, se crediamo al

Corio[2212], avea lasciata la reggenza a _Caterina_ sua moglie, a

_Francesco Gonzaga_ signore di Mantova, al _conte Antonio d'Urbino_,

a _Jacopo del Verme_, a _Pandolfo Malatesta_, al _conte Alberico_

da Barbiano, e a _Francesco Barbavara_ Novarese. Andrea Biglia,

autore di questi tempi, scrive[2213] essere stati i principali tutori

_Pietro di Candia_ arcivescovo di Milano, _Carlo Malatesta_ e _Jacopo

del Verme_. Entrò ben presto la discordia fra i reggenti. La troppa

autorità, che si attribuiva il Barbavara, unitissimo colla duchessa,

suscitò l'invidia e l'ambizione nei colleghi; crebbero i disgusti,

e i migliori consigli erano ben di rado abbracciati. Il peggio fu

in questi primi tempi l'odio e lo spirito della vendetta di chi era

rimasto nemico della casa de' Visconti[2214]. Si procurò di trattar

pace co' _Fiorentini_; nulla si potè ottenere. _Papa Bonifazio IX_

per le città dello Stato ecclesiastico usurpate, dopo aver pazientato

in addietro per paura del potentissimo Biscione, ora determinò

daddovero di ricuperare il suo. Il primo colpo ch'egli fece, fu di

staccar da Milano e di prendere al suo servigio il _conte Alberico_,

soprannominato il gran contestabile, tassato d'ingratitudine dagli

storici milanesi perchè dimentico di tanti benefizii che gli aveva

compartiti Gian-Galeazzo, e molto più perchè contra dei di lui

figliuoli impugnò la spada in questo anno. Già era il papa collegato

co' Fiorentini, ed ora con esortazioni e comandamenti trasse ancora

nella stessa lega[2215] _Niccolò marchese_ d'Este signor di Ferrara,

creandolo capitan generale dell'esercito della Chiesa. Dai reggenti

di Milano furono spediti ambasciatori a Padova per quetare _Francesco

da Carrara_, e si conchiuse che il Visconte l'assolverebbe da ogni

debito, e inoltre cederebbe a lui Feltro e Cividal di Belluno. Mancò a

tali promesse il governo di Milano, e perciò il Carrarese si cominciò

ad armare per far guerra ai due fratelli Visconti. Molto più di lui

si preparavano i Fiorentini per la medesima danza. Spedì il papa a

Ferrara _Baldassare Cossa cardinale_ con titolo di legato di Bologna,

acciocchè accudisse col marchese estense alla riduzion di Bologna. Sul

fine dunque di maggio l'esercito pontifizio, comandato dal marchese

e da Uguccion de' Contrarii, premessa la sfida, entrò nel Bolognese

ostilmente. Col marchese erano il gran contestabile, Carlo e Malatesta

de' Malatesti, Pietro da Polenta, Paolo Orsino ed altri capitani di

grido. Dopo aver preso alcuni luoghi del Bolognese, improvvisamente

marciò quell'armata pel Modenese e Reggiano ai danni del Parmigiano, e

grosso bottino vi fece. Indi, ritornata sul Bolognese, attese ad altre

conquiste.

Intanto in Milano contro la superbia di Francesco Barbavara si eccitò

nel dì 25 di giugno una fiera sedizione da _Antonio Visconte_, dagli

Aliprandi e da altri malcontenti; di modo che la duchessa col figliuolo

_Gian-Maria_ e col Barbavara si ritirò nel castello. Sopraggiunto

poi Antonio Porro, crebbe il tumulto del popolo; seguirono moltissimi

ammazzamenti; e il Barbavara prese il partito di fuggirsene a Pavia,

e più lungi ancora. Il giovinetto _Filippo Maria_ conte di Pavia si

trasferì anch'egli a quella città per custodirla dalle rivoluzioni.

Mirabil cosa fu il vedere scatenarsi in questi tempi per quasi tutte le

città del ducato di Milano le dianzi addormentate fazioni de' Guelfi

e Ghibellini, con fama che gl'industriosi Fiorentini spargessero sì

gran fuoco dappertutto coi loro emissarii, e colle promesse d'aiuto

a chiunque si ribellasse. _Rolando Rosso_ coi Correggeschi ed altri

Guelfi un gran turbine sollevò nel Parmigiano. Nel dì primo di luglio

il _marchese Ugo Cavalcabò_ occupò Cremona e poi Crema, ed ebbe

soccorso da essi Fiorentini; _Franchino Rusca_ si fece padron di Como;

la fazion guelfa s'impadronì di buona parte di Brescia; in Bergamo si

scannarono senza pietà le due nemiche fazioni; Lodi, la Martesana,

Soncino, Bellinzona, e moltissime altre terre, chi si ribellò al

duca, e chi fu sottoposta a gravi omicidii e saccheggi[2216]. Nè andò

molto che anche gli _Scotti_, i _Landi_ ed altri nobili di Piacenza,

cacciati gli _Anguissoli_, presero in sè il governo di quella città.

Tutto in somma era in rivolta. In mezzo a tanto incendio pareano

incantati i reggenti di Milano, sennonchè _Ottobuon Terzo_ sostenne

Parma, e _Facino Cane_ con _Galeazzo da Mantova_ difese bravamente

Bologna dagl'insulti dell'esercito pontificio, il qual di nuovo fece

una irruzione nel Parmigiano[2217]. Pur presero essi Reggenti un

buon consiglio, e fu di pacificare il papa. Datane la commissione a

_Francesco Gonzaga_ signore di Mantova, questi segretamente ne trattò

col _cardinal Cossa_ legato apostolico, per mezzo di _Carlo Malatesta_

suo cognato, sì felicemente, che all'improvviso saltò fuori la pace

fra loro nel dì 25 d'agosto, per cui furono restituite al papa le città

di Bologna, Perugia ed Assisi, senza che il pontefice si prendesse in

quella pace cura alcuna de' Fiorentini: del che fecero eglino molte

doglianze. A questa pace si oppose, per quanto potè, Facino Cane, e

fece gran danno alla città di Bologna; pure in fine se ne andò[2218],

e nel dì 2 di settembre entrò il cardinal Cossa trionfante in quella

città, di cui gli fu confermata la legazione dal papa. Nell'ottobre

Nanne de' Gozzadini, che aveva ordito un tradimento per farsi signore

di Bologna, mandò i suoi ad occupare una porta; ma il cardinale, che

sapeva già e dissimulava tutto, non si lasciò trovare a letto. Fu preso

Bonifazio fratello di Nanne, e questi lasciò la testa sul pubblico

palco. Imprigionato ancora Gabbione figliuolo di Nanne, di questo si

servì il cardinal legato nell'anno seguente per indurre suo padre

a restituir la terra di Cento e la Pieve, minacciando la morte al

figliuolo. Nanne promise; ma, non attenendo la parola, tolta fu la vita

anche ad esso Gabbione. Parimente in Siena[2219] si sollevarono sul

fin di novembre le fazioni, l'una per sottrarsi al duca di Milano, e

l'altra per sostenerlo; laonde il vicario duchesco fu in gran pericolo.

Era attaccato il fuoco al bosco; anche _Francesco da Carrara_ signor di

Padova pensò a scaldarsi[2220]. La speranza di fare in suo pro qualche

bel colpo in mezzo a sì grande sconvolgimento del ducato di Milano,

parea fondatissima; e tanto più perchè una delle fazioni di Brescia

gli facea sperar l'entrata in quella potente città. Il perchè, ottenuta

permissione dai signori veneziani, che nondimeno il dissuasero non poco

da imprendere quella guerra, nel dì 16 di agosto s'inviò colle sue

armi unite a quelle di _Niccolò marchese_ di Ferrara suo genero alla

volta di Brescia, dove entrò nel dì 18 d'esso mese, e gliene fu dato il

dominio. Ma essendo la cittadella costante nell'ubbidienza a Milano, e

venuti colà con gran corpo di gente _Jacopo del Verme, Ottobuon Terzo_

e _Galeazzo da Mantova_, non finì la faccenda, che ebbero per grazia

le armi padovane e ferraresi di potersi ritirar illese alle lor case.

Fece dipoi il Carrarese varie scorrerie sul Veronese, prese alcuni

luoghi, vi piantò qualche bastia; ma _Ugolotto Biancardo_ governator

di Verona il tenne corto, e il signore di Mantova gli ritolse le torri

di Legnago che egli avea preso. Tornando dai principi oltramontani

_Manuello imperador_ de' Greci con poco profitto de' suoi interessi,

arrivò nel dì 22 di gennaio del presente anno a Genova[2221]. Ricevette

grande onore da quel popolo, e dal regio governatore _Bucicaldo_, e se

ne andò poscia al suo viaggio, malcontento dei cristiani occidentali.

Intanto perchè i Genovesi erano in rotta con _Giano re di Cipri_,

armarono nove galee, sette navi e un galeone contra de' Cipriotti. Lo

stesso Bucicaldo volle essere in persona capitano della flotta a quella

impresa, e sciolse le vele verso Cipri. Questo armamento fu cagione

che quel re, dopo avere ricevuto alcuni danni, chiedesse accordo collo

sborso di molta pecunia, e colla promessa d'altra ad altro tempo. Il

vittorioso Bucicaldo si figurò di poter fare qualche bel colpo in Soria

contro gl'infedeli, ma nulla gli riuscì, siccome neppure di ottener

pace per li Genovesi dal soldano di Egitto. Contuttociò navigava egli

con gran fasto per que' mari, non si sa se per tornarsene a Genova,

oppure pel fare qualche tentativo ed insulto contro le terre de'

Veneziani nell'Adriatico; quando eccoti uscir di Modone _Carlo Zeno_

generale de' Veneziani, rinomato per molto suo valore non meno in terra

che in mare, che con undici galee e due uscieri, cioè navi grosse,

teneva d'occhio e seguitava la flotta genovese[2222]. Sulle prime parve

amico; ma nel dì 7 d'ottobre scopertosi nemico, venne a battaglia

con essi Genovesi. Si combattè con assai bravura dall'una parte e

dall'altra; ma in fine Bucicaldo ebbe la peggio, e fu costretto a

fuggirsene, con lasciar tre delle sue galee in potere de' Veneziani, i

quali insieme colla gente le menarono a Modone. Il Sanuto scrive[2223]

che gran sangue si sparse in quel conflitto, e conferma la presa delle

tre galee. Nel tornarsene a casa gli sconfitti Genovesi, incontratisi

in due galee veneziane, anch'essi se ne impadronirono. Diede molto da

parlare per Italia questo fatto, ed incredibile schiamazzo ne fece

il borioso Bucicaldo, di maniera che quantunque nell'anno appresso

seguisse pace fra i Veneziani e Genovesi colla restituzion de'

prigioni, pure Bucicaldo non come governator di Genova, ma come persona

privata sparse un manifesto, in cui trattava Carlo Zeno da traditore,

sfidandolo a duello in terra ferma, oppure con una galea per parte di

cadauno in mare. Se ne rise Carlo Zeno, e il lasciò tempestar quanto

volle.

Nè si vuol tacere che sul principio di settembre, sollevatisi i

Guelfi d'Alessandria, si ribellarono ai Visconti, ed implorarono

aiuto da Genova per sottomettersi al re di Francia. Non fu pigro il

vice-governatore di Genova a spedir gente in loro aiuto, con poca

fortuna nondimeno; perchè, oltre all'essersi ritirati i Ghibellini

nelle fortezze, arrivò colà Facino Cane con molte squadre, che ricuperò

quella città, e mise in desolazione tutta la parte guelfa. Un simile

orrido giuoco fece _Pandolfo Malatesta_ a Como, dove fu egli spedito

per ricuperar quella città. Bolliva in questi tempi gran discordia

fra i magnati della Ungheria[2224]. Coloro che non voleano per loro re

_Sigismondo_ fratello di _Venceslao_ già re de' Romani, si avvisarono

di chiamare a quella corona _Ladislao re_ di Napoli, siccome principe

che vi pretendea per le ragioni del _re Carlo_ suo padre e per altri

titoli, promettendogli sicuro per lui quel vasto regno. Ladislao non

perdè tempo ad imbarcarsi, ed arrivò a Zara. In essa città, correndo

il dì cinque d'agosto, fu egli coronato dall'arcivescovo di Strigonia,

oppure da _Angelo Acciaiuoli_ cardinal di Firenze[2225], spedito

dal papa per dar braccio all'impresa. Ma avendo egli inviato i suoi

deputati a prendere il possesso del rimanente del regno, trovò risorto

più che mai il partito di Sigismondo, mutati d'opinione que' grandi

e se stesso deluso. Il perchè adirato se ne ritornò a Napoli. Ne'

Giornali Napoletani[2226] vien riferito questo avvenimento agli anni

seguenti; ma, per gli atti che rapporta il Rinaldi e per l'attestato

di varii altri scrittori, esso appartiene al presente. _Sigismondo_,

siccome dissi, figliuolo di _Carlo IV_ Augusto, si stabilì poscia

sul trono dell'Ungheria, ma non senza crudeltà, e divenne col tempo

imperador de' Romani.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 151 / 216 题