[2227] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2228] Theodoricus de Niem, Hist.
[2229] Vita Bonifacii IX, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2230] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2231] Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[2232] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2233] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2234] Corio, Istoria di Milano.
[2235] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2236] Redus., Chronic., tom. eod.
[2237] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Italic. Benvenuto da S. Giorgio,
Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2238] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2239] Ammirat, Istor. di Firenze, lib. 166. Bonincontrus, Annal., tom.
21 Rer. Ital.
[2240] Bandin., Hist. Senens., tom. 20 Rer. Ital.
[2241] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2242] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2243] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal.,
tom. 18 Rer. Ital.
[2244] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2245] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCV. Indizione XIII.
INNOCENZO VII papa 2,
ROBERTO re de' Romani 6.
Non fu men gravida di funeste guerre e rivoluzioni l'Italia in
quest'anno che nel precedente[2247]. Stavasene assai quieto _papa
Innocenzo_ nel palazzo vaticano, dove nel dì 12 di giugno fece la
promozione di undici cardinali, tutte persone di merito. Ma non
erano già quieti i Romani, irritati spezialmente da _Giovanni dalla
Colonna_ nemico del papa, e, quel che fu peggio, fomentati ancora da
_Ladislao re di Napoli_, principe ambizioso, che ardea di voglia di
ghermire la stessa città di Roma, con disegno di farsi strada alla
corona imperiale. Mandò egli un corpo di cavalleria in aiuto di essi
Romani[2248], che tentarono di occupar Ponte Molle, dove era presidio
pontifizio, e dipoi misero campo sotto castello Sant'Angelo. Gli Orsini
tenevano la parte del papa. Seguirono alquanti combattimenti, e si
progettò poi di far concordia. Andarono undici de' principali Romani
a trattarne col papa, il quale, siccome uomo mansueto ed amator della
pace, favorevolmente gli ascoltò e licenziò[2249]. Ma ritornandosene
costoro a casa, e passando davanti allo spedale di Santo Spirito, dove
era alloggiato _Lodovico dei Migliorati_ nipote del pontefice, ed uomo
bestiale, colle soldatesche di Mostarda condottier d'armi, fece a sè
venirli esso Lodovico, e con orrida crudeltà li fece tutti tagliar a
pezzi, e gittar giù dalle finestre i loro corpi. Questo barbaro scempio
avvenne nel dì 6 d'agosto. Siamo accertati da Leonardo Aretino[2250],
scrittore insigne, che si trovava allora nella corte di Roma, da
Teodorico di Niem[2251], dal Bonincontro[2252], da Sozomeno[2253] e
da altri che quest'atto d'inumanità fu fatto senza menoma saputa,
nonchè senza consenso del buon pontefice, placido e lontanissimo
dal far sangue, e molto più da sì fatti eccessi. Allora il popolo
romano diede campana a martello, ed infuriato si mise a perseguitar
gli aderenti del papa, saccheggiò le lor case; e crebbe talmente il
furore e la sollevazione, che il papa coi cardinali, per timor di sua
vita, fu costretto a prendere nel dì 6 d'agosto la fuga, con ritirarsi
a Viterbo. S'impadronirono affatto di Roma i cittadini, non volendo
riconoscere Innocenzo per papa; diedero il sacco al palazzo pontificio,
ed uccisero anche molte persone, massimamente dei cortigiani non
fuggiti. Fu in questa occasione sollecito il re Ladislao a mandar
gente a prendere il possesso di Roma[2254]; e però nel dì 20 d'agosto
ecco comparire nel portico di San Pietro il conte di Troia e conte da
Carrara con molte squadre di Ladislao. Se l'ebbero a male i Romani, e
misero tosto le sbarre al ponte di Sant'Angelo. Tutti poscia in armi
impedirono valorosamente ai regnicoli il passare il ponte. Allora
fu che Mostarda da Forlì bravo condottier di armi restò ucciso da
_Paolo_ ossia da _Antonio Orsino_. Finalmente con iscorno e danno se
ne tornarono a Napoli quelle soldatesche; furono cacciati i Colonnesi e
Savelli, e Roma restò in possesso del popolo. Ma castello Sant'Angelo,
di cui era governatore Antonello Tomacello, si tenne all'ubbidienza
d'esso re. Intanto _Baldassare Cossa cardinale_ legato di Bologna
tutto dì andava studiando le maniere di ricuperare le terre perdute
della Chiesa[2255]. Mosse primieramente guerra al _conte Alberico_
gran contestabile, e al _conte Manfredi_ da Barbiano. Gli addormentò
con una tregua o pace fatta a dì 11 di marzo in castello San Pietro;
ma perchè uomo pieno di cabale, prometteva molto ed attendeva poco,
nel principio di giugno ripigliò la guerra contra di essi, e tolse
loro alquante castella. Fece decapitare Cecco da San Severino, valente
condottier d'armi, perchè non aveva eseguito un suo comandamento. Fatto
anche venir con inganno a Faenza _Astorre de' Manfredi_, già signor di
quella città, gli appose, oppure fece costare ch'egli menava trattati
per rientrare in essa città, e gli fece nel dì 28 di novembre spiccar
la testa dal busto. Morì in quest'anno[2256] dopo lunga malattia a'
dì 8 di settembre _Cecco_, cioè _Francesco degli Ordelaffi_, signore
di Forlì, di Sarsina e d'altre terre, lodato da alcuni per suo valore
e per l'amore della giustizia. Ma il Delaito[2257] scrive che Cecco
malato fu ucciso dal popolo, il quale s'era levato a rumore, e tolse
di vita anche un giovinetto figliuolo di lui. Segno non è questo
ch'egli godesse il concetto di molte virtù. Gli succedette nel dominio
_Antonio_ suo picciolo figliuolo; ma da lì a poco saltò in testa a
quel popolo di governarsi a repubblica, ed eseguì il suo disegno.
Corse colà nel seguente mese il cardinal Cossa col suo esercito,
pretendendo d'ordine del papa la signoria di quella città. Virilmente
gli fecero fronte i Forlivesi; laonde egli addormentò ancor questi con
un trattato[2258], permettendo loro il governo coll'obbligo di pagare
l'annuo censo alla camera apostolica.
Dacchè riuscì al prepotente regio governator di Genova _Bucicaldo_
d'indurre quel popolo a levar l'ubbidienza a papa _Innocenzo VII_, per
sottomettersi a Pietro di Luna, cioè all'_antipapa Benedetto XIII_,
ardeva esso antipapa di voglia di far la sua comparsa in Italia[2259].
Venne con questa intenzione a Nizza, dove si fermò finchè la stagione
migliore gli assicurasse il viaggio, e finalmente per mare nel dì 26 di
maggio arrivò a Genova. Un solenne accoglimento gli fu fatto da quel
popolo per paura del governatore; poichè per altro i più teneano in
lor cuore per vero papa il solo Innocenzo. Grandi cose volgeva in sua
mente esso antipapa, soprattutto per iscreditare ed atterrare il suo
avversario, spacciando sè stesso pronto alla cession del papato per
riunire la Chiesa, ed Innocenzo all'incontro alieno dall'udir parlare
di rinunzia. La verità si è, che nè l'uno nè l'altro aveano voglia
di dimettere si gran dignità, e andavano giocando fra loro senza mai
nulla conchiudere, facendo anche gli scrupolosi con dire di temer di
fare un gran peccato rinunziando. In questo mentre ecco la peste entrar
in Genova, morirvi uno dei suoi cardinali, infettarsi alcuni de' suoi
cortigiani. Affine di sottrarsi a questo pericolo, nel dì 8 d'ottobre
l'antipapa si ritirò da Genova, e andò a mettere la sua residenza in
Savona. Intanto i Fiorentini vagheggiavano Pisa, ben conoscendo che
_Gabriello Maria Visconte_ non avea nè forze nè testa per sostenersi
in quel dominio[2260]. Nulladimeno, in vece di adoperar la via delle
armi, si gittarono al maneggio per indurre Gabriello a cedere quella
città, con ricevere in contraccambio grossa somma di danaro. Ma
Bucicaldo guastava ogni lor macchina. Vinsero questo oppositore con
rappresentargli che, data loro Pisa, potrebbono tutti accudire a salvar
dalla rovina il signore di Padova, il quale con calde istanze loro si
raccomandava. Probabilmente per la speranza o promessa del soccorso
de' Fiorentini e Genovesi egli era entrato in quel pericoloso ballo.
Si convenne in fine che Gabriello vendesse Pisa a' Fiorentini; il che
penetrato dai Pisani, la città si levò a rumore, e fu costretto il
Visconte a rifugiarsi nella cittadella, dove Bucicaldo inviò tanta
gente e vettovaglia da potersi difendere. Fu poi conchiusa la consegna
d'essa cittadella, e la cession d'ogni ragione di Pisa ai Fiorentini,
i quali si obbligarono di pagare a Gabriello ducento sei mila fiorini
d'oro. Gino Capponi[2261], che ci lasciò una diffusa descrizione di
tutta la tragedia di Pisa, quegli fu che maneggiò l'affare, e prese il
possesso della cittadella suddetta nel dì 31 d'agosto, pagata parte
del pattuito danaro. Morivano di rabbia i Pisani al vedersi venduti
come pecore, e tanto più ai Fiorentini, antichi loro emuli e nemici.
Perciò nel dì 6 di settembre furiosamente si scatenarono contra d'essa
cittadella, e venne lor fatto di ripigliarla più per azzardo o per
poltroneria dell'uffizial fiorentino, lasciato ivi dal Capponi, che per
loro insigne bravura. Il che fatto, spedirono ambasciatori a Firenze,
chiedendo Librafatta ed altre terre consegnate a quel comune, con
esibire il rifacimento delle spese. Non l'intesero per questo verso
i Fiorentini; vollero guerra, e vi si prepararono con assoldar gente
da varie parti, ed eleggere per lor generale il _conte Bertoldo degli
Orsini_. Fra gli altri andò al loro soldo Sforza da Cotignola colle sue
genti d'armi[2262], e non tardò a far ivi sempre più conoscere la sua
prodezza; imperciocchè, spedito con secento oppur con mille cavalli ad
impedire che Gasparo de' Pazzi ed Angelo dalla Pergola non conducessero
un corpo di gente al servigio de' Pisani, in una imboscata gli assalì,
sbaragliò, e quasi tutti li fece prigioni. Il Bonincontro, con cui
vanno d'accordo Sozomeno ed altri, distingue tali azioni con dire che
la gente d'Angelo dalla Pergola era mille e cinquecento cavalli, ed
essere stato _Lodovico de' Migliorati,_ nipote di papa Innocenzo, che a
requisizion de' Fiorentini diede lor la sconfitta; ed aver poi Sforza
messi in rotta cinquecento cavalli di Gasparo Pazzi, che già erano
entrati sul Pisano. In sì cattiva positura di cose i Pisani ridussero
in città i Gambacorti e la fazion de' Bergolini pria fuorusciti, con
dar loro la pace quella de' Raspanti che dominavano[2263]. Ma nel dì
22 d'ottobre _Giovanni de' Gambacorti_, levato rumore coi suoi, si
fece per forza crear capitano del popolo; indi perseguitò i Raspanti,
saccheggiò le lor case, molti ne mise a filo di spada, e fra gli altri
Giovanni dall'Agnello, nipote del fu Giovanni doge di Pisa. _Gabriello
Visconte_ restò padrone di Sarzana, ma per poco tempo, siccome appresso
diremo.
Il maggior fuoco in quest'anno fu nelle contrade di Verona e di
Padova[2264]. Aumentavansi ogni dì più le forze de' Veneziani, calavano
quelle del signore di Padova. Il crollo maggior nondimeno a lui venne
dall'essersi staccato da lui suo genero, cioè _Niccolò marchese_ di
Ferrara. Aveano le armi venete, per così dire, bloccata da lontano la
città di Ferrara, di modo che, trovandosi essa molto scarsa di grano,
nè potendone ricevere a cagion delle armi nemiche, que' cittadini
cominciarono a consigliare il marchese che si accordasse colla
repubblica. Se ne trattò, e la pace fu conchiusa nel dì 27 di marzo, ma
con delle condizioni svantaggiose al marchese, il quale, fra le altre
cose, dovette rimettere come era prima Rovigo e le terre dipendenti in
mano de' Veneziani. Rimase trafitto da immenso dolore a questa nuova
_Francesco da Carrara_; ma come uomo di gran cuore, corse subito colle
sue genti sul Polesine di Rovigo, prese alcune di quelle castella,
mise l'assedio allo stesso Rovigo. Il marchese, per far conoscere ai
Veneziani che contra del suo volere veniva fatta quell'irruzione, fu
necessitato a prender l'armi contra del suocero, tanto che il fece
sloggiar da quelle parti, ed eseguì puntualmente i patti della pace.
Era in questi tempi sommamente angustiato il territorio padovano
dalle armi venete, e nello stesso tempo un altro loro esercito con
_Francesco signore di Mantova_ tenea strettamente assediata Verona.
Essendo cresciuta a dismisura in quest'ultima città la fame, nel dì
22 di giugno si levò a rumore il popolo veronese, ed aprì la porta
del Vescovo al signore di Mantova e a Jacopo del Verme. Fu necessitato
_Jacopo da Carrara_ figliuolo del signor di Padova a ricoverarsi nella
fortezza di Castel Vecchio; ma non si credendo quivi sicuro, travestito
ne uscì per portarsi a Padova. Giunto a Cereta nel dì 26 di giugno,
e o per tradimento della guida, oppure perchè venne riconosciuto,
fu preso e condotto a Verona, e di là alle carceri di Venezia. Si
rendè col tempo la cittadella di Verona ai Veneziani, i quali intanto
spedirono a Padova _Galeazzo da Mantova_ con quelle genti d'armi che
non occorrevano più sul Veronese. _Paolo Savello_ lor generale, che
già avea occupati altri luoghi nel Padovano, ricevuto questo rinforzo,
spinse l'esercito suo fin sotto Padova, dandole molti assalti. A poco
a poco nel mese di agosto si renderono ai Veneziani le terre d'Este,
Montagnana ed altre, di modo che ogni dì più scemava il dominio di
Padova. Fece bensì _Francesco Terzo_ figliuolo di quel signore con
tutte le sue genti una sortita nel dì 21 d'esso mese addosso al campo
nemico, che vivea con troppa confidenza. Il macello della gente fu
grande, moltissimi i prigionieri, fra' quali lo stesso generale Paolo
Savello; ma, accorso Galeazzo da Mantova colle sue squadre, percosse i
vincitori sì fieramente, che ricuperò il Savello, e fece retrocedere
i Padovani con molta loro strage. Nel settembre Monselice, Legnago,
Cittadella, Castelbaldo ed altre castella vennero all'ubbidienza de'
Veneziani.
Tante disgrazie e il timore di peggio indussero finalmente Francesco
da Carrara a cercar pace dal senato veneto per mezzo di _Carlo Zeno_;
ed erano già come d'accordo ch'egli cedesse Padova, e ne ricevesse
sessanta mila fiorini d'oro, colla libertà d'andare ovunque gli
piacesse, e di asportare le suppellettili sue. Si pentì egli poco
dappoi, e si ostinò a giocar l'ultima carta, tradito dalle speranze
che gli davano i _Fiorentini_ e _Bucicaldo_ di soccorso; ma soccorso
che mai non venne, per le mutazioni seguite in Pisa, ed accennate di
sopra. Trovavasi allora la città di Padova sommamente afflitta dalla
fame, e più ancora dalla peste, la quale si fa conto che in quella
funesta congiuntura portasse al sepolcro ventotto mila persone. Però
quel popolo, anche per timore del sacco, sospirava ripiego a' suoi
guai. Gliel trovò un traditore capitano della porta di Santa Croce,
cioè Giovanni di Beltramino, il quale ordì un trattato con Galeazzo da
Mantova, rimasto comandante dell'esercito veneto, perchè Paolo Savello
avrà dato fine alla vita e al comando. Nella notte adunque precedente
al dì 17 di novembre, costui introdusse per le mura un corpo di
gente nemica, e, fatto giorno, Galeazzo entrò con più forze nel borgo
di Santa Croce. Si ritirò per questa improvvisata il Carrarese con
Francesco Terzo suo figliuolo nel castello, e tenne poi parlamento con
esso Galeazzo e coi provveditori veneti, di rendere loro esso castello
e la città con buoni patti, facendogli ognuno sperare buon trattamento
dal senato di Venezia. Ebbe salvocondotto per potere spedire a Venezia
ambasciatori, e li spedì, ma non poterono impetrare udienza. Andato
poi il Carrarese nel campo dei nemici col figliuolo, fu ivi tenuto a
bada, tanto che il popolo padovano, maneggiati i proprii interessi,
fece entrare nella città le bandiere di San Marco, e diede a' Veneziani
il possesso della città. Altrettanto fece Giacomo da Panego, con aprir
loro le porte del castello. Ora trovandosi l'infelice Carrarese in
mezzo a sì fiero naufragio, non sapea a qual partito appigliarsi,
se non che Galeazzo da Mantova il confortò e consigliò di passare a
Venezia per gittarsi a' piedi di quel senato, promettendogli perdono
e buoni effetti della benignità de' signori veneziani. Si portarono i
due Carresi colà in un ganzaruolo nel dì 30 di novembre, ed ammessi
all'udienza del _doge Michele Steno_, si prostrarono a' suoi piedi,
confessando la loro temerità, e addimandando misericordia e grazia.
Altra risposta non ebbero che rimproveri all'ingratitudine loro e
furono mandati nelle prigioni, dove era anche _Jacopo_ altro figliuolo
d'esso Francesco da Carrara, dove stettero sino al gennaio dell'anno
seguente nel continuo martirio della considerazione del precedente
felice loro stato, e dell'infelicissimo presente. Inclinava la
clemenza veneta a lasciar loro la vita; ma giunto a Venezia _Jacopo dal
Verme_, antico nemico della casa di Carrara, il quale dal servigio de'
Visconti era passato a quello de' Veneziani, aggiunse olio al fuoco,
ricordando a que' signori: _Che uomo morto non fa guerra_. Il perchè
nel consiglio dei dieci fu risoluta la lor morte, ed eseguita senza
dimora la sentenza contra di Francesco II padre nel dì 17 del suddetto
mese, che fu strangolato in prigione; nè gli mancarono peccati degni
dell'ira di Dio; e poscia nel dì 19 furono i suoi figliuoli _Francesco
III_ e _Jacopo_ tolti anch'essi di vita col laccio. Restarono altri due
figliuoli di Francesco II, cioè _Ubertino_ e _Marsilio_, da lui mandati
a Firenze, contra de' quali fu posta taglia. Il primo, infermatosi non
so di qual male in quella città, finì di vivere nel dì 7 di dicembre
del 1407. Marsilio, avendo nell'anno 1455 un trattato in Padova, si
portò a quella volta; ma scoperto nella villa di Carturo del territorio
padovano nel dì 17 di marzo[2265], preso e condotto a Venezia, lasciò
la testa sopra un palco nel dì 28 d'esso mese. Ed ecco dove andò a
terminare la tela degli ambiziosi disegni di Francesco Carrarese,
con ingrandimento notabile in terra ferma dell'inclita repubblica
di Venezia, che stese la sua signoria sopra le riguardevoli città di
Padova, Verona e Vicenza, ed anche sopra Feltro e Belluno, cedutele
dal duca di Milano, e collo sterminio della nobil casa da Carrara. Fu
un gran dire per tutta l'Italia del fine di questa tragedia. Occupate
poi le scritture del Carrarese, si scoprì che alcuni nobili veneti
il favorivano, e n'ebbero il dovuto gastigo. Lo stesso _Carlo Zeno_,
che pur tanto avea operato contra di lui, ebbe per questo non poche
vessazioni.