NOTE:

[2183] Corio, Istoria di Milano.

[2184] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2185] Bonoli, Istoria di Lugo.

[2186] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2187] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2188] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2189] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2190] Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Chron., tom.

18 Rer. Ital. Amm., Ist. Fior., lib. 16.

[2191] Sozomenus, Annal., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom.

21 Rer. Ital.

[2192] Mutius, Histor. Germ., lib. 26.

[2193] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2194] Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di

Bologna, tom. eod. Delayto, Annal., tom. eod.

Anno di CRISTO MCCCCII. Indizione X.

BONIFAZIO IX papa 14.

ROBERTO re de' Romani 3.

Nulla di particolare abbiamo in questo anno delle azioni di _papa

Bonifazio IX_, sennonchè egli fece lega coi Fiorentini contra

dello Stato di Milano[2197], e Giannello suo fratello con mille e

cinquecento lancie andò all'assedio di Perugia; ma Ottobuon Terzo

colle soldatesche del duca di Milano il fece tornar indietro con poco

suo gusto. Nè altro sappiamo del _re Ladislao_[2198], fuorchè l'aver

egli contratto matrimonio con una sorella del re di Cipri appellata

_Maria_, gentile e savia signora, che giunse a Napoli nel dì 12 di

febbraio con accompagnamento nobile di Cipriotti. Furono perciò fatte

solenni giostre ed altre magnificenze in quella regal città. Dimorò

per qualche tempo il re de' Romani _Roberto_ in Venezia, disputando co'

Fiorentini del danaro ch'egli si doleva di non avere ricevuto secondo

i patti, ed esigendone dell'altro, se dovea continuare a tener le sue

armi in Italia[2199]. Perchè non andavano a suo verso gli affari, e

gli ambasciatori fiorentini s'erano ritirati, anch'egli, imbarcatosi

sopra una galea sottile, se n'andò colla sua famiglia a Tisana. Assai

nondimeno premeva alla signoria di Venezia di tener in Italia questo

principe per contrapporlo alla smoderata potenza del duca di Milano.

Fattolo perciò ritornare a Venezia nel dì 9 di gennaio, ottennero che

i Fiorentini pagassero nuovi danari; laonde, parendo già fissata la

sua permanenza in Italia, nel dì 29 del suddetto mese venne a Padova,

e volle, per maggior sua sicurezza, prendere alloggio nel castello. Ma

perciocchè i Fiorentini per loro imbrogli in Toscana, e per li bisogni

del signor di Bologna, che era più che mai infestato da _Alberico

conte_ di Barbiano, non poteano unir con lui le proprie forze, nè

si sentivano di voler sostenere colla sola lor borsa il peso di un

sì dispendioso aiuto, e perchè neppure in Germania erano quiete le

cose: il re Roberto in fine a dì 13 d'aprile congedatosi in Padova,

e ritornato a Venezia, dopo qualche giorno s'imbarcò, e tornossene

al suo paese, lasciando in Italia un misero concetto del suo nome e

valore. Allora si slargò forte il cuore a _Gian-Galeazzo Visconte_,

vedendosi tolto d'attorno un tal contradittore, e tosto s'applicò

ad eseguire i disegni già conceputi contra di _Giovanni Bentivoglio_

signor di Bologna, a cui dava il nome d'ingrato. Fin sul bel principio

di quest'anno aveano cominciato gli affari d'esso Bentivoglio a

prendere cattiva piega[2200]. Era entrato nel dì 29 di gennaio in quel

territorio il conte Alberico con cinquecento lancie; altre schiere

condotte da Marcoardo dalla Rocca si aggiunsero alle sue, e con loro

parimente si unirono Bonifazio e Nanne de' Gozzadini. S'impadronirono

essi per trattato nel dì 31 della Pieve di Cento, e poscia della rocca.

Fu seguitato l'esempio di questa terra da Massumatico, San Prospero,

Galiera, Vergà ed altre terre. Anche San Giovanni in Persiceto nel dì

3 di febbraio si ribellò gridando: _Viva la libertà_. Questo popolo

dipoi nel dì 8 di marzo chiamò il Bentivoglio a parlamento, mostrando

disposizione di far patti con lui. V'andò egli con due suoi capitani.

I patti furono, che contra di lui spararono due bombarde, l'una delle

quali uccise il cavallo a lui, e l'altra Scorpione suo capitano.

Acclamò poscia esso popolo per loro signori _Pandolfo_ e _Malatesta_

de' Malatesti. Fortuna ebbe bene esso Bentivoglio nel dì 15 di febbraio

di rompere il corpo di gente comandato da Marcoardo dalla Rocca e da

Alberto Pio, e di far prigioni que' due capitani; ma un nulla fu questo

al suo bisogno.

Avendo egli intanto implorato l'aiuto de' Fiorentini, questi gli

mandarono _Bernardone_ lor capitano con alcune centinaia di fanti e

cavalli. _Francesco da Carrara_[2201] anch'egli inviò loro cinquecento

fanti, bella gente e ben armata, ed anche trecento cavalieri condotti

da _Francesco Terzo_ e _Jacopo_ suoi figliuoli. Andrea Gataro[2202]

scrive, avere il signore di Padova spedito colà mille e cinquecento

cavalli e trecento fanti; ma è ben più probabile il primo racconto.

Comunque sia, poco era questo in paragon delle forze del duca di

Milano, nel cui poderosissimo esercito, composto di otto mila cavalli

e cinque mila fanti, ed altri dicono molto più, comparvero _Francesco

Gonzaga_ signor di Mantova, _Carlo, Pandolfo_ e _Malatesta_ de'

Malatesti, _Antonio del Verme_, il _conte Alberico_ da Barbiano,

_Jacopo_ e _Taddeo del Verme, Ottobuon Terzo, Facino Cane_, ed altri

rinomati capitani, i quali tutti concorsero a dare il generalato al

vecchio conte Alberico, che potea essere maestro di ognuno nell'arte

della guerra. Nel dì 22 di maggio entrò sul Bolognese l'armata

duchesca, inferendo quei danni che suol fare la militar licenza anche

senza l'ordine de' comandanti, facendo vista il Gonzaga e i Malatesti

di far eglino quella guerra a nome proprio, e non già del duca di

Milano. Avea postato Giovanni Bentivoglio le sue genti a Casalecchio,

affinchè non fosse tolta l'acqua del canale di Reno alla città. Trasse

colà anche l'esercito nemico, e nel dì 26 di giugno seguì fra loro un

terribil fatto d'armi colla sconfitta de' Bolognesi, restando prigione

di Facino Cane _Bernardone_ generale de' Fiorentini e _Francesco Terzo_

da Carrara, e del signore di Mantova _Jacopo_ altro legittimo figliuolo

del signore di Padova, oltre a Sforza Attendolo, Tartaglia e moltissimi

altri. Per questa rotta il popolo di Bologna prese le armi contra del

Bentivoglio, ed, occupate le porte[2203], lasciò entrare non solamente

i fuorusciti nemici di lui, ma anche i capitani del Visconte con alcune

brigate d'armati. Essendo nascosto _Giovanni Bentivoglio_, fu nel dì

28 scoperto, e condotto alla piazza, restò vittima del furore di quel

popolo, il quale non tardò ad acclamare per suo signore il duca di

Milano, perchè non potea di meno; e fu poi questa elezione solennemente

confermata a dì 10 di luglio nel general consiglio di quella città.

Poco stette il duca ad ordinare che ivi si fabbricasse una cittadella.

Gran danno e scontento n'ebbero i Bolognesi. Se a questa nuova

restassero storditi i Fiorentini, facile è l'immaginarselo. Già si

vedeano quasi da ogni lato circondati dal Biscione, padrone della

Lunigiana, di Pisa, Siena, Perugia e Bologna. Scrive il Corio[2204]

che dopo la presa di questa città inviò il duca in Toscana il conte

Alberico con dodici mila cavalli e diciotto mila fanti, che strinsero

d'assedio la città di Firenze. Aggiugne l'autore della Cronica di

Bologna[2205] che nel dì 23 d'agosto fu sconfitta la gente d'esso

duca dai Fiorentini. Ma di ciò nulla parlando il Delaito, il Poggio,

l'Ammirato ed altri scrittori; anzi scrivendo essi che lo scaltro

duca, per mostrar la sua moderazione, tosto trattò di pace e lega con

Firenze, non è da prestar fede in ciò allo storico milanese. Nè si

vuol tacere, che, condotto prigione da Facino Cane _Francesco Terzo_

da Carrara[2206], allorchè fu in Parma, aiutato da un suo conoscente,

ebbe la fortuna di fuggire, calandosi giù per le mura. _Jacopo_ suo

fratello prigioniere di _Francesco Gonzaga_ fu menato a Mantova.

Quantunque suo padre offerisse di riscatto cinquanta mila fiorini

d'oro, il Gonzaga, dimentico dei servigi a lui prestati dalla casa di

Carrara nella precedente guerra, stava saldo in volerne cento mila.

Molto meno costò al Carrarese la liberazion del figliuolo; perciocchè

concertato tutto con genti fidate, allorchè Jacopo un dì giocava alla

palla in sito diviso dal lago da un muro, siccome era suo costume, uscì

per un portello a pigliarla. Quivi, entrato in una barca preparata, che

velocemente il condusse fuori del lago, trovò al lido dodici cavalle

corridore, tenute da dodici uomini a cavallo, che l'aspettavano. Con

queste arrivò egli sano e salvo nel dì 23 di novembre a Padova, e recò

un'incredibil allegrezza al padre.

In questo auge di gloria e potenza ora si trovava _Gian-Galeazzo_

Visconte duca di Milano; ma siccome nulla è di stabile nelle umane

cose, venuta la peste a Pavia, egli si ritirò a Marignano sul

Lambro. Quivi, preso da malattia, nel dì 3 di settembre in età

di cinquantacinque anni pagò il debito della natura; nè mancò chi

sospettasse i Fiorentini autori di sua morte col veleno. Fu questo

principe di gran mente ed astuzia, amatore della vita ritirata,

magnanimo, clemente e glorioso agli occhi del mondo per le sue

tante conquiste. Altre sue belle qualità sono riferite negli Annali

di Forlì[2207]. S'egli maggiormente fosse vivuto, le disposizioni

certamente erano ch'egli avrebbe steso molto più oltre i confini

del suo dominio, giacchè cotanto era cresciuta la di lui potenza; e

la febbre dei conquistatori, così pregiudiziale a' propri ed altrui

sudditi, gli stava troppo fitta nel cuore. Dal testamento e da'

codicilli suoi, il compendio de' quali vien riferito dal Corio[2208],

si raccoglie, aver egli lasciato col titolo di duca a _Gian-Maria_ suo

primogenito _Milano, Cremona, Como, Lodi, Piacenza, Parma, Reggio,

Bergamo, Brescia, Siena, Perugia e Bologna_. A _Filippo Maria_

secondogenito legittimo lasciò con titolo di conte _Pavia, Novara,

Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltro, Belluno_ e

_Bassano_ colla riviera di _Trento_[2209]. A _Gabriello_ suo bastardo,

ma legittimato, lasciò _Pisa_ e _Crema_. Andrea Biglia[2210] non parla

di Crema, e dice lasciatagli _Pisa_ colla _Lunigiana_ e _Sarzana_.

Tralascio i suoi legati a cause pie. La solennità del funerale fatto

al di lui cadavero nel dì 20 d'ottobre in Milano fu uno spettacolo

de' più magnifici che mai si vedesse l'Italia. Vien descritto esso

funerale da Andrea Gataro, dal Corio, ma specialmente da un opuscolo da

me dato alla luce nel tomo decimosesto della Raccolta degli scrittori

d'Italia. Alla morte di questo principe era preceduta una gran cometa

visibile per tutta Italia; e chi si dilettava del vano e fallace

mestiere d'indovinare l'avvenire, forse avea fatti i conti sulla di

lui vita. Anzi scrivono che lo stesso duca da ciò intese vicina la

sua chiamata per l'altro mondo. Certo, dappoichè fu morto, i più si

fecero buonamente a credere che quel fenomeno celeste avesse indicata

la di lui morte. Pretesero altri predetta la formidabil rotta data in

questo anno da Timur Bech, da noi appellato _Tamerlano_, imperador dei

Tartari, al ferocissimo _Baiazette_ sultano de' Turchi, gran flagello

della cristianità in Oriente, il quale, restato prigioniere del barbaro

vincitore, fra le catene terminò poi la vita. Tutte visioni della buona

gente, che fa de' somiglianti lunarii, mentre io scrivo, per una cometa

che si vide nel febbraio di quest'anno 1744. Per quanto abbiamo dagli

Annali di Forlì[2211], cessò di vivere in quest'anno a dì 20 di luglio

_Pino degli Ordelaffi_, signore di Forlì, di Forlimpopoli e d'altre

terre, e a lui succedette nel dominio _Cecco_ suo fratello. Vien lodato

esso Pino per molte sue belle doti, ed universalmente fu dai sudditi

compianta la sua morte. In quest'anno ancora morì _Scarpetta degli

Ordelaffi_.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 150 / 216 题