NOTE:

[2166] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2167] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2168] Theodoricus de Niem., Hist.

[2169] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[2170] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2171] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[2172] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Delayto, Chron., tom. 18

Rer. Italic.

[2173] Corio, Istor. di Milano.

[2174] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.

[2175] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2176] Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.

[2177] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2178] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. eod.

[2179] Georg. Stella, Annal. Gen., tom. 17 Rer. Ital.

[2180] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.

[2181] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[2182] Gobelinus. Theodericus de Niem. S. Antonin., et alii.

Anno di CRISTO MCCCCI. Indizione IX.

BONIFAZIO IX papa 13.

ROBERTO re de' Romani 2.

Il secolo quintodecimo, a cui do ora principio, noi lo vedremo non

meno agitato dalle guerre e rivoluzioni, che i barbarici precedenti.

Tuttavia per due capi, cioè per le lettere e per la milizia, lo

troveremo differente dai finora scorsi, e molto superiore ai medesimi.

Non v'ha dubbio che nell'antecedente secolo cominciarono le buone

lettere, troppo depresse in addietro, ad alzare il capo, e massimamente

si ravvivò la lingua latina. Contribuì allora a ciò non poco Francesco

Petrarca, uomo singolare, colle sue opere latine. Ho io parimente

dato alla luce le Storie di Ferreto Vicentino, e di Albertino Mussato

Padovano, che non aspettarono il Petrarca a lavorar con istile non

disprezzabile le loro storie. Sopra tutti meritano attenzione le

opere di Pietro Paolo Vergerio Justinopolitano, il seniore, che

per l'eloquenza son tuttavia assaissimo da prezzare. Ma in questo

secolo quintodecimo si dilatò sì fattamente lo studio delle lettere

in Italia, che n'uscirono uomini per letteratura famosi, dei quali

anche oggidì ammiriamo il sapere. Tanta è la copia d'essi, ch'io non

mi metto a rammentarne neppur uno. Quello che specialmente cominciò

a spronar gl'Italiani fu la venuta a Venezia sul fine del precedente

secolo, e il passaggio dipoi a Firenze di Manuello Crisolora fuggito

da Costantinopoli, il quale ben salariato si diede ad insegnare alla

gioventù la lingua greca; e questa maggiormente accese lo studio

della latina. Dagli Italiani susseguentemente impararono gli altri

regni cristiani. Similmente nacquero nel presente secolo molti

insigni uomini, che poscia ristorarono e perfezionarono la pittura,

cioè Leonardo da Vinci, Pietro Perugino, Michel Angelo Buonarroti,

Tiziano, Andrea del Sarto, Antonio Allegri detto il Correggio, Rafaello

d'Urbino, ec. Per conto della milizia abbiam veduto che nel precedente

secolo gl'Italiani costituirono il nerbo maggiore delle lor forze ed

armate nella cavalleria straniera. Calavano allora a truppe i Tedeschi

ed altri oltramontani, chiamati, o spontanei, in Italia, ben sicuri di

trovar soldo o dai principi o dalle città libere. Ma s'è anche veduto

quanto grande fosse l'avarizia loro, quanto poca la fede; e il maggiore

di tutti i mali, fu lo aver essi introdotte le maledette compagnie

di masnadieri, che sì lungamente afflissero le nostre contrade.

Conobbero infine gl'Italiani di avere anch'essi mani, coraggio ed

armi; e, lasciati andar gli stranieri, divennero agguerriti, ed ebbero

capitani e generali di rara maestria e valore nel mestiere delle armi.

Spezialmente in questi tempi fioriva _Alberico conte di Barbiano_,

dianzi gran contestabile del regno di Napoli, dalla cui scuola uscirono

altri insigni capitani. Così abbiam veduto Jacopo del Verme, Biordo e

Broglia e Carlo Malatesta, che morì di peste nel precedente anno in

Empoli. E qui conviene far menzione di Sforza degli Attendoli, nato

in Cotignola della Romagna[2183] nell'anno 1369 a dì 10 di giugno. Il

Bonincontro[2184], il padre Bonoli[2185] ed altri non pochi scrivono,

essere stata nobile la casa degli Attendoli onde egli uscì. Ma può

restar del sospetto, che se gli attribuisse questa nobiltà, dappoichè

egli, fu col suo valore salito in alto, e tanto più dappoichè Francesco

suo figliuolo, anche più insigne nelle armi del padre, giunse a

conquistare il ducato di Milano. Antica tradizion certo fu, ch'egli,

zappando la terra, ed invitato da alcuni al mestiere delle armi,

gittasse la zappa sopra una quercia, per prenderne augurio; se calava,

di seguitar nel suo esercizio, e se restava nell'albero, di abbracciar

la milizia. Non cadde la zappa, ed egli marciò alla guerra, dove per

le sue violenze gli fu posto il soprannome di Sforza; e già in questi

tempi avea cominciato ad acquistarsi il nome di valente guerriero, e

comandava ad una squadra d'armati. Per testimonianza del Giovio, i suoi

posteri Sforzi duchi di Milano non credeano falsa tal tradizione; e da

qui a non molto noi vedremo esso Sforza nominato dai Romani _villano da

Cotignola_. In questo medesimo anno, trovandosi esso Sforza al servigio

dei Fiorentini con cento cinquanta uomini d'armi in San Miniato, Lucia

Trezania, tenuta da lui per moglie di coscienza, ma poi ripudiata,

partorì a' dì 23 di luglio Francesco figliuolo di lui, che col tempo fu

gloriosissimo duca di Milano. Questo basti per ora.

Abbiamo dal Rinaldi[2186] che circa questi tempi _papa Bonifazio_,

portato alla clemenza, ricevette in sua grazia Giovanni e Niccolò

dalla Colonna, che colla corda al collo gli chiesero perdono. Lo

stesso fece con Giacobello Gaetano figliuolo del defunto Onorato

conte di Fondi, cioè di un gran nemico di esso papa, confermandogli

alcuni feudi già spettanti alla sua casa nello Stato pontifizio.

Ma l'avversario suo, cioè l'_antipapa Benedetto_, che tuttavia era

sequestrato nel palazzo, ossia castello di Avignone, ebbe maniera in

quest'anno di guadagnare _Lodovico duca d'Orleans_ reggente del regno.

Questi riconciliò con lui i cardinali del suo partito, che l'aveano

dianzi abbandonato per le sue crudeltà contro la città d'Avignone.

Ratificò in tal congiuntura Benedetto le promesse fatte già di deporre

il preteso papato, se così richiedeva il bisogno della Chiesa; e con

ciò pare ch'egli riacquistasse la libertà. Ma, secondo altri atti, la

sua liberazione succedette nell'anno 1403. Attese in questi medesimi

tempi[2187] Ladislao re di Napoli a domar que' baroni che restavano

ribelli alla sua corona. All'uscita d'aprile cavalcò coll'esercito in

Calabria, e ridusse all'ubbidienza sua tutte quelle terre, a riserva

di Cotrone e di Reggio, che Niccolò Ruffo conte di Catanzaro consegnò

alle genti di _Lodovico d'Angiò_, con andarsene dipoi in Provenza.

Ma Ladislao tanto poi fece, che espugnò i Franzesi, ed ebbe tutto. E

perciocchè morì l'almirante di casa Marzano, stato in addietro suo

nemico, si volse con gl'inganni a distruggere quella casa, e sotto

colore di un matrimonio trasse nella rete Goffredo figliuolo di esso

almirante, con torgli Tiano, Alife e il ducato di Sessa. Aggiugne

il Bonincontro[2188] che in questo medesimo anno Ladislao cacciò

da Amalfi Ruggieri Britanno, che avea occupato quel paese; ricuperò

tutto l'Abruzzo; e poi, dimentico de' benefizii a lui compartiti da

Dio, quantunque i Sanseverini si fossero uniti con lui, ed avessero

mirabilmente contribuito a rimetterlo in Napoli, pure perchè gli erano

stati contro in addietro, prese Tommaso ed alcuni altri di essi, e

li cacciò in prigione. Un pari trattamento fece al duca di Venosa e

al vescovo di Biseglia. Che mal verme fosse Ladislao, di qui si può

cominciar a comprendere. Ma negli Annali di Forlì[2189] l'oppressione

de' Sanseverineschi vien rapportata all'anno 1404. E conviene aver

pazienza se non si possono con ordinata cronologia riferire i fatti

del regno di Napoli. Appena s'udì l'elezione di _Roberto di Baviera_ re

dei Romani, coronato in quest'anno, correndo la festa dell'Epifania, in

Colonia da quell'arcivescovo _Federigo_, e traspirò l'inclinazione sua

di calare in Italia contra di _Gian-Galeazzo duca_ di Milano[2190], che

i Fiorentini gli spedirono ambasciatori a confortarlo e sollecitarlo

a questa impresa. Al pari di loro, anche papa Bonifazio si studiò di

muoverlo, siccome irritato contro il duca per l'occupazione da lui

fatta di Perugia, Assisi ed altre terre della Chiesa. Si accordarono

i Fiorentini di pagargli ducento mila fiorini d'oro, cioè cento mila

allorchè fosse sboccato in Italia l'esercito di lui, e il resto in

altre rate. Ben volentieri, ed apertamente, _Francesco da Carrara_

signore di Padova, e segretamente i Veneziani aderirono a questa

lega. Ma _Niccolò Estense marchese_ di Ferrara, lungi dall'entrare in

questo ballo, nel mese di settembre, accompagnato da molta nobiltà

e genti d'armi in numero di quattrocento cinquanta cavalli, andò a

Pavia a visitare il duca di Milano, che l'accolse con molto onore e

finezze: cosa che ingelosì non poco i Veneziani, e fu cagione che

parlassero alto coi ministri dell'Estense, il quale seppe tenersi

neutrale in quelle scabrose contingenze. Sul principio d'ottobre fu

a Trento Roberto re de' Romani con bella gente di armi, e andò ad

unirsi seco colle sue ancora Francesco da Carrara, il quale fu creato

capitan generale di tutta l'armata. Avea già spedito Roberto le lettere

circolari, significando a' principi la sua venuta per prendere la

corona d'Italia, e intimando al duca di Milano di dimettere tutte le

città dell'imperio indebitamente da lui possedute. _Gian-Galeazzo_ gli

mandò per risposta, che nol conoscea per nulla, essendo _Venceslao_

legittimo re de' Romani, ed esso Roberto un usurpatore. Intanto

accrebbe l'esercito suo, e lo spedì ai confini de' suoi Stati, col

mettere specialmente un grosso presidio in Brescia, comandato da Facino

Cane e da Ottobon Terzo.

A quella volta appunto per disastrosi cammini calò, dopo la metà

d'ottobre, l'armata di Roberto, con cui erano ancora il burgravio

di Norimberga e _Leopoldo duca_ d'Austria. Già si erano ribellate

al Visconte alcune valli del territorio bresciano. Nell'esercito

del Visconte, oltre ai suddetti due capitani, si contavano _Teodoro

marchese_ di Monferrato, il _conte Alberico_ di Barbiano, _Carlo

Malatesta,_ _Galeazzo da Mantova, Taddeo del Verme_ ed altri capitani.

Molte scaramuccie si fecero con danno per lo più de' Tedeschi; ma

nel dì 21 d'ottobre si venne quasi ad un general fatto d'armi, in

cui restò scavalcato e prigione il duca d'Austria, colla morte e

prigionia di molte centinaia di Tedeschi, comparendo superiore ad

essi la bravura ed arte della milizia italiana. E se non era Jacopo

da Carrara figliuolo di Francesco signor di Padova, in piena rotta

andava tutto il campo di Roberto. L'essere stato rilasciato il duca

d'Austria da lì a tre giorni, fece insorgere sospetti ch'egli avesse

maneggiato cogli uffiziali del Visconte qualche trattato contra de'

Carraresi; di modo che questi si ritirarono colle lor genti, e nel dì 6

di novembre giunsero in salvo a Padova. Roberto anch'egli marciò alla

volta di Trento, dove si partì da lui in discordia il suddetto duca

coll'arcivescovo di Colonia[2191]. Son di parere altri storici che la

ritirata di Roberto procedesse da timore per la fiera spelazzata che

gli era toccata nel precedente conflitto. Certamente non mostrò egli

gran perizia nell'arte della guerra, nè seppe profittar punto delle

forze sue, benchè superiori a quelle del Visconte. Da Trento venne

poscia Roberto a Padova, e vi entrò con tutta la sua baronia nel dì

18 di novembre. Trasferissi di là a Venezia nel dì 10 di dicembre,

accompagnato dal signore di Padova. Di grandi consigli si tennero quivi

coll'intervento degli ambasciatori fiorentini, per continuar la lega

e la guerra contro il duca di Milano. Ma Roberto dimandava danari, e i

danari ostinati non voleano venire[2192]: però non si trovava maniera

d'accordo fra essi contraenti. Sino al fine dell'anno si fermò in

Venezia Roberto. Regnò ancora in quest'anno la confusione in Genova,

troppo essendo avvezzi que' cittadini e i distrettuali ancora alle gare

e sedizioni[2193]: finchè nel dì ultimo d'ottobre colà arrivò_ Giovanni

il Meingle_, soprannominato _Bucicaldo_, maresciallo del re di Francia,

personaggio di mirabil vivacità e franchezza, a ripigliar le redini di

quel governo. Seco condusse circa mille uomini d'armi, e fu accolto con

grande onore. Fattesi egli tosto consegnar quelle fortezze che erano in

mano de' Genovesi, nel dì 2 di novembre chiamò a sè Batista Boccanegra

e Batista dei Franchi Lusiardo e dopo averli messi sotto guardia, li

sentenziò a morte, perchè avessero usurpata la rettorìa della città

senza licenza del re ne' passati tumulti. La sentenza fu eseguita ad

un'ora di notte nella piazza del pretorio contra del Boccanegra, a cui

fu mozzato il capo. Dovea farsi lo stesso del Lusiardo, già spogliato

e colle mani legate; ma perchè si vide qualche movimento nel popolo

accorso, e a ciò teneano gli occhi i soldati franzesi, il Lusiardo,

che se la vide bella, alzatosi e cacciatosi nella folla, ebbe la

fortuna di salvarsi. Bucicaldo in collera fece subito tagliar la testa

a quell'ufficiale che ne dovea aver cura. E questo buon cavallerizzo

seppe in breve domar così bene quegli sbrigliati cavalli, che tornò

in Genova e nel territorio la pace, ed ogni terra ubbidì, eccettochè

Monaco posseduto da Lodovico Grimoaldo, ma che vedremo ricuperato

da esso Bucicaldo nell'anno seguente, nel quale ancora sappiamo aver

egli tolte le armi a tutti i cittadini di Genova, senza che si udisse

tumulto alcuno: tanta paura si avea di lui.

Prima di questi avvenimenti fu in Bologna gran mutazione[2194].

Gareggiavano fra loro in quella città _Giovanni Bentivoglio_ e _Nanne

de' Gozzadini_, cadaun d'essi aspirando alla signoria della città.

L'accorto Bentivoglio, per rinforzare il suo partito, fece nel mese

di febbraio entrare in città tutti gli amici del fu Carlo Zambeccari

della fazion maltraversa, che erano confinati. Segretamente ancora

si procacciò il favore del duca di Milano e de' suoi parziali. Con

tal disposizione levato rumore nel dì 14 di marzo, si fece proclamar

signore di Bologna. Allora fu che il duca si credette di aver da lì

innanzi un fedele amico in esso Bentivoglio, e gli spedì ambasciatori

per far lega con lui, ed egli acconsentì. Ma seppero dipoi tanto

picchiargli in testa gli ambasciatori de' Fiorentini, rappresentandogli

il pericolo d'essere divorato dal non mai contento duca, ch'egli si

gittò nelle loro braccia e strinse lega con essi. Di questo si offese

non poco il Visconte, ma siccome volpe vecchia dissimulò lo sdegno, con

ordinar nondimeno al conte Alberico di Barbiano e ad Ottobuon Terzo

che andassero in Romagna, e trovassero pretesti di guerra contra dei

Bolognesi. Il pretesto fu, che il Bentivoglio si fosse accordato con

_Astorre_ signor di Faenza e nemico del conte Alberico. Fecero dunque

essi delle scorrerie sul territorio bolognese nel giugno, menando via

gran quantità di bestiame e prigioni. Poscia, sbrigato che fu dalla

guerra col re Roberto, ritornò esso conte Alberico sul Bolognese,

e ripigliate le ostilità, s'impadronì del castello e della rocca

di Dozza. Nanne e Bonifazio de' Gozzadini, per sospetto della lor

vita, si ritirarono a Ferrara, e furono banditi. In Pistoia nell'anno

presente[2195] Ricciardo de' Cancellieri, ribellatosi alla patria,

prese il castello della Sambuca; ed assistito dal duca di Milano,

a cui facea sperare il dominio di quella città, diede il guasto a

tutta quella contrada. Ma i Fiorentini colle lor forze sturbarono i

progressi del medesimo Ricciardo. Abbiamo dagli Annali di Milano[2196]

che in questi tempi Gian-Galeazzo duca, per sostener la guerra poco fa

descritta, caricò sì spietatamente i suoi sudditi di taglie e prestiti,

che molti, non potendo sostener tanti pesi, andarono raminghi pel

mondo, oppure venivano imprigionati, e dai soldati erano occupati i lor

beni. Perciò gemiti ed urli s'udivano fra tutti quei popoli. E tali per

lo più son le glorie dei principi conquistatori.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 149 / 216 题