NOTE:

[2138] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2139] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2140] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.

[2141] Gatari, Istor. di Padov., tom. 17 Rer. Ital.

[2142] Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 16.

[2143] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.

[2144] Tronci, Annal. Pisani.

[2145] Matth. de Griffon. Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di

Bologna, tom. eod. Delayto, Chron., tom. eod.

[2146] Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.

[2147] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2148] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXCIX. Indiz. VII.

BONIFAZIO IX papa 11.

VENCESLAO re de' Romani 22.

Sino al dì 14 d'aprile l'antipapa _Benedetto_, assediato dal

maresciallo _Bucicaldo_ nel castello d'Avignone, si sostenne[2149];

ma non venendo i soccorsi ch'egli aspettava dal re d'Aragona, e

cominciando a mancare il legno da bruciare con altre provvisioni,

finalmente capitolò coll'interposizione degli ambasciatori aragonesi,

promettendo di deporre la pontificia tiara, ogni qual volta _papa

Bonifazio_ anch'egli cedesse, oppure mancasse di vita, e di non

ritardare in conto alcuno l'union della Chiesa. Promise e giurò quanto

si volle, ma risoluto di nulla attendere dipoi. Gran partigiano degli

scismatici ai confini dello Stato ecclesiastico era _Onorato Gaetano_

conte di Fondi. Più mene avea tenuto con alcuni nobili romani per

abbassare il dominio di papa Bonifazio IX; fors'anche avea tramato

contro la di lui vita. Il pontefice in quest'anno a dì 2 di maggio

pubblicò contra di lui tutte le censure, ed altre barbariche pene

solite a fulminarsi in simili casi; e poscia addosso a lui spinse

l'armi temporali con tal successo, che, secondo Gobelino[2150], arrivò

a sterminarlo affatto col braccio del _re Ladislao_. Ma non avvenne

già tutto questo nell'anno presente, siccome vedremo. Per altro verso

ancora maggiormente andavano prosperando gli affari d'esso re Ladislao,

tanto per li suoi maneggi, che per quelli dell'amico pontefice. Fra i

più potenti baroni del regno di Napoli si contava _Raimondo del Balzo_

di casa Orsina, conte di Lecce e d'altre città. S'era egli tenuto in

addietro neutrale fra i due re contendenti, facendosi credere amico

non men dell'uno che dell'altro. Ma in fine, guadagnato dal papa,

prese le armi contro a _Lodovico d'Angiò_; e giacchè era mancato di

vita senza figliuoli _Ottone di Brunsvich_ principe di Taranto, egli

s'impadronì del meglio di quel principato. Accorse bensì colà il re

Lodovico, ma non solamente nulla vi guadagnò, vi fu anche assediato

da Raimondo per terra e per mare. Mossosi per questo anche il _re

Ladislao_ da Gaeta col suo esercito, passò a quella parte, e, venutogli

incontro l'Orsino con prestargli omaggio, l'investì immediatamente di

quel principato. Noi vedemmo di sopra riferito dal Rinaldi all'anno

1391 l'avere esso Raimondo Orsino abbracciato il partito di papa

Bonifazio. Potrebbe dubitarsi ch'egli aspettasse a farlo in questo

anno. Fin qui la possente casa de' Sanseverini avea sostenuta in capo

a Lodovico d'Angiò la corona di Napoli. Cominciò anch'essa a titubare e

a tener trattati col re Ladislao, e tanto fece che il rendè padrone di

Napoli. Sono discordi gli autori in dire di qual anno preciso Ladislao

tornasse in possesso di quella nobilissima città. Il Bonincontro[2151]

fa ciò succeduto nell'anno 1397. Ma, secondo gli Annali di Giovenale

Orsini citati dal Rinaldi, e secondo altri autori, appartien questo

avvenimento all'anno presente, e però più sotto ne parlerò. Leggesi ne'

Giornali Napoletani[2152] differito il ritorno di Ladislao in possesso

di Napoli sino all'anno seguente, e così ancora l'acquisto fatto del

principato di Taranto da Raimondo Orsino; come pure, che nel dì 12

d'aprile di quest'anno i Sanseverineschi colle forze loro andarono

all'assedio della città d'Aversa, e che nel dì 4 di maggio se ne

tornarono quali erano venuti. Ma ciò è piuttosto da riferire all'anno

precedente. Veggiamo parimente scritto che il re Ladislao spossessò del

dominio di Capoa il conte di Alife; ma sembra questo fatto lo stesso

che di sopra fu narrato all'anno 1397. La storia di Napoli si scorge

in questi tempi mancante di qualche autentico e contemporaneo scrittore

de' suoi avvenimenti, riuscendo perciò molto intralciata e confusa.

_Gherardo d'Appiano_, divenuto signore di Pisa, era uomo di mente

ristretta, di poco coraggio. Lasciossi egli tanto aggirare ora da

spaventi, ed ora da lusinghe di _Antonio Porro_ ministro del duca

di Milano, che persuadendosi di non poter durare in quel dominio,

e all'incontro di fare il bene della patria, s'indusse nel mese

di febbraio a vendere quella città colle sue dipendenze ad esso

_Gian-Galeazzo_ pel prezzo di ducento mila fiorini d'oro[2153], e con

riserbarsi la signoria di Piombino, dell'isola d'Elba, e di qualche

altro castello. Conchiuso il trattato, mandò il duca a Pisa circa

mille lancie, ed alcune compagnie di fanteria con pretesto di mutar le

altre ch'egli prima aveva in quella città[2154]. Con questi ed altri

armati Gherardo corse la città senza resistenza; laonde con facilità

diede il possesso di Pisa all'uffiziale del Visconte. Ne furono ben

malcontenti quei cittadini; più ne rimasero turbati i Fiorentini,

che s'erano lasciati avviluppar dalle belle parole, cioè dalle finte

promesse dell'Appiano, e vedeano sempre più crescere i ceppi alla loro

libertà. Andò l'Appiano a mettere la sua stanza a Piombino, terra che

ne' suoi discendenti durò sino dopo l'anno 1600; e rimase Antonio Porro

governator di Pisa pel duca di Milano, con far credere ai Fiorentini

il miglior vicinato del mondo. Ossia che i Sanesi non si fossero

prima d'ora dati al medesimo duca, e l'avessero preso solamente per

protettore, oppure che aspettassero fino a quest'anno a mettersegli

in braccio: certo è, che, angustiati da _Broglio_ capitano d'una

compagnia di masnadieri, forse a sommossa del duca di Milano, anch'essi

nell'agosto o settembre dell'anno presente[2155] si spogliarono

della lor libertà, concedendo al medesimo duca la signoria della lor

città: il che fu un altro colpo, onde restò trafitto il cuore alla

repubblica di Firenze. Si dichiararono ancora aderenti al medesimo duca

in Toscana i conti di Poppi e di Bagni, e gli Ubaldini tutti; e già

_Francesco Gonzaga_ signor di Mantova s'era messo ai servigi di lui.

Però d'altro allora non si parlava che del grande ascendente e della

fortunata politica del duca di Milano; ma con rammarico non ordinario

di que' potentati, che miravano nell'esaltazione di lui il pericolo

della propria rovina. S'aggiunse di più, che il duca co' suoi maneggi

staccò dall'amicizia de' Fiorentini i Bolognesi. Cercò ancora d'indurre

i Perugini, stanchi per la guerra col papa, ad accettarlo per loro

signore, ma non gli riuscì se non nello anno seguente. Lucca inoltre

parea del pari vicina a seguir l'esempio delle altre. Per tali successi

in Firenze di gran consigli si fecero, affine di difendersi da così

dilatata potenza, ma senza far movimento palese per non turbare la

pace.

Passarono gli affari di Bologna nella seguente forma[2156]. Nel dì

22 d'aprile _Giovanni de' Bentivogli_ e _Nanne de' Gozzadini_, già

fuorusciti, entrarono in quella città, con prendere la porta di Stra'

San Donato, disegnando d'introdurre il _conte Giovanni da Barbiano_ co'

suoi armati, e di abbattere la fazion dominante dei Maltraversi. _Carlo

degli Zambeccari_ e gli altri del suo partito, che non dormivano,

furono tosto in armi, e fecero prigioni i già entrati. Benchè molti

li volessero morti, Carlo, più magnanimo degli altri, si contentò che

fossero mandati a' confini, chi a Carpi, chi a Zara e chi a Genova.

Ma che? Entrata la peste in Bologna, grande strage fece, e fra gli

altri levò dal mondo lo Zambeccari ed altri capi dei Maltraversi ne'

mesi di settembre, ottobre e novembre. Avvenne[2157] che nell'agosto

il conte Giovanni di Barbiano colle sue genti passò sul Bolognese,

commettendo molte ruberie e gravi insolenze alle donne nobili che erano

in villa. Andava costui alla terra di Vignola, già da lui occupata nel

territorio di Modena al marchese di Ferrara. Per tali insulti irritato

non meno esso marchese, che i magistrati di Bologna, spedirono le

loro milizie a Vignola; e trovato il conte che coi suoi dormiva senza

far buona guardia, li condussero tutti prigionieri a Bologna. Andò sì

innanzi l'ira del popolo, attizzata anche da _Astorre de' Manfredi_

signor di Faenza, che volle liberarsi da così mal arnese, e però nel

dì 27 di settembre furono decapitati nella pubblica piazza esso _conte

Giovanni_, il _conte Lippazzo_ suo nipote e il _conte Bandezato_ suo

parente. Un figliuolo d'esso conte Giovanni morì nelle carceri, e a

Conselice ad altro suo parente era già stato mozzato il capo. Costò

ben caro dipoi ai Bolognesi questa rigorosa giustizia. Ricuperò il

_marchese Niccolò_ di Ferrara, con tal congiuntura, Vignola, dopo

quattro mesi d'assedio, e fece buon trattamento al _conte Manfredi_ di

Barbiano, rimasto prigione delle sue genti nella sconfitta di Vignola.

Essendo mancati, come dicemmo, i principali de' Maltraversi, furono

nel mese di novembre richiamati dall'esilio _Giovanni de' Bentivogli,

Nanne de' Gozzadini_, e gli altri che manteneano buona corrispondenza

col duca di Milano, e presero poi per forza il governo di quella città

nel dicembre.

Celebre fu quest'anno per la pia commozione de' Bianchi, somigliante

ad altre, che s'erano vedute nel precedente secolo, ed anche nel

presente, se non che non s'ode in questa il fracasso della disciplina

che si praticò nelle prime. Portavano essi cappe bianche, ed ivano

incappucciati uomini e donne, cantando a cori l'inno _Stabat mater

dolorosa_, che allora uscì alla luce. Entravano in processione nelle

città, e con somma divozione andando alle cattedrali, intonavano

di tanto in tanto _pace_ e _misericordia_. Passati quei d'una città

all'altra, se ne tornavano poi la maggior parte alle lor case; e quei

della città visitata portavano ad un'altra in processione il medesimo

istituto. A chi avea bisogno di vitto, benchè fossero migliaia di

persone, ogni città caritatevolmente lo contribuiva; essi nondimeno

altro non richiedevano se non pane ed acqua[2158]. Fu cosa mirabile

il mirar tanta commozione di popoli, tanta divozione, senzachè vi si

osservassero scandali, come scrivono alcuni. Più mirabil fu il frutto

che se ne ricavò; perciocchè dovunque giugneano, cessavano tutte le

brighe; si riconciliavano i nemici con infinite paci: e i più indurati

peccatori ricorrevano alla penitenza, in guisa che le confessioni e

comunioni con gran frequenza e fervore si videro allora praticate.

Le strade erano sicure, si restituiva il mal tolto, e furono contati

o vantati non pochi miracoli come succeduti in questo pio movimento.

Siccome nei precedenti aveano avuta origine le scuole, ossia le

confraternite de' Battuti, così nel presente ebbero principio altre

confraternite appellate de' Bianchi, le quali tuttavia durano nelle

città d'Italia, del che ho io altrove favellato[2159]. Tutte le storie

italiane parlano sotto l'anno corrente di questa divozione, la quale,

secondo il Delaito, venne fin da Granata, oppure, per sentimento di

Giorgio Stella, nacque in Provenza, o almeno da quella parte penetrò

in Italia, e, per la riviera d'occidente nel dì 5 di luglio giunse

a Genova, imprimendo negli animi di quel popolo il timore santo di

Dio, la penitenza e la pace. Di là passò poi in Toscana e Lombardia.

Nel mese d'agosto i Modenesi vestiti di bianco in numero, chi dice di

quindici, e chi di venticinque mila persone, andarono a Bologna[2160];

e susseguentemente i Bolognesi si trasferirono ad Imola. Nella stessa

maniera i Lucchesi portarono cosiffatta divozione a Pistoia[2161], e

di là questa passò a Firenze; e poscia circa venti mila Fiorentini

processionalmente, avendo per loro guida il vescovo di Fiesole,

marciarono ad Arezzo. I signori veneziani sempre circospetti non

vollero nelle lor terre questa unione di gente; e il duca di Milano

anch'egli non la permise in alcuna delle sue città per sospetto di

sedizioni. Peggio abbiamo da Teodorico di Niem[2162]. Dice egli (non

so se con verità) che alcuni impostori, fingendo miracoli, portarono

dalla Scozia in Italia questa novità; ma che, dormendo le notti nelle

chiese e ne' monisteri uomini e donne insieme sulla nuda terra, ne

seguivano non pochi disordini, e la cosa andò a terminar male, siccome

dirò all'anno seguente.

Torniamo ora alle novità del regno di Napoli, le quali tengo io

per fermo succedute in questo, e non già in altro anno. Jacopo

Delaito[2163], Sozomeno[2164] e Giorgio Stella[2165], scrittori

contemporanei, m'assicurano abbastanza ch'io non m'abbaglio in questo.

Essendo riuscito al _re Ladislao_ di tirar con segreti maneggi alla

sua divozione i Sanseverineschi, stati in addietro il braccio destro

del _re Lodovico d'Angiò_: cominciarono questi a divisar la maniera

di sbrigarsi di esso re Lodovico, al quale non il solo nemico Ladislao

facea paura, ma anche la povertà. Il consigliarono di passare a Taranto

per assicurarsi che quel paese non cadesse nelle mani di Ladislao. Andò

egli nel dì 8 di febbraio, e vi fu ricevuto sotto il pallio. Sfumò da

lì a poco questa allegrezza, perchè Raimondo del Balzo Orsino, secondo

le cose narrate di sopra, l'assediò in quella città. Venne in questi

tempi a Napoli _Carlo d'Angiò_ fratello del re Lodovico, e restò ivi.

Ma eccoti arrivare nel dì 9 di luglio a quella città il re _Ladislao_

con sue galere, e trattare col popolo napoletano per entrare. Furono

d'accordo, e Ladislao vi entrò; perlochè Carlo d'Angiò coi Provenzali

si ritirò in Castello Nuovo, il quale fu immantenente cinto d'assedio.

Ora trovandosi il re Lodovico confinato in Taranto, perseguitato da

Raimondo Orsino, e abbandonato dalla casa Sanseverina, o, per meglio

dire, da tutti, disperato s'imbarcò nelle sue galere, e venne alla

volta di Napoli, credendosi di rientrarvi; ma ritrovò che la città

avea mutato padrone. Il perchè mandò a trattare col re Ladislao, e fu

stabilito di fargli rendere il Castello Nuovo, con che Carlo d'Angiò

suo fratello fosse messo in libertà. Ciò fatto, diede le vele al vento,

e se ne ritornò a' suoi Stati di Provenza confuso, con lasciar Ladislao

trionfante. Gran peste fu in questo anno per la maggior parte d'Italia

con fiera strage de' popoli. Poca diligenza per guardarsene usavano

allora le città, e neppur lasciavano usarla le guerre e le sedizioni

troppo frequenti in sì grande ondeggiamento dell'Italia. Quel gran

male che faceva una volta la pestilenza, si proverebbe anche oggidì, se

venissero meno le precauzioni e diligenze introdotte dipoi.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 147 / 216 题