NOTE:

[2118] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2119] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital. Theodoricus de Niem, Hist.

Aretin. Hist. Florentin.

[2120] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.

[2121] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Ammirat., Istor. Fiorentina,

lib. 16.

[2122] Delayto, ut supra.

[2123] Bonincontrus, Annales, tom. 21 Rer. Ital.

[2124] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.

[2125] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXCVII. Indizione V.

BONIFAZIO IX papa 9.

VENCESLAO re de' Romani 20.

Nuovi tentativi in quest'anno ancora furono fatti dai re oltramontani

per indurre _papa Bonifazio_ alla cession del papato[2127]. Così

bene seppe parlare un certo Roberto romito franzese, che l'avea

tratto alla risoluzion di convocare un concilio, in cui si decidesse

quell'importante controversia, facendogli credere che l'antipapa

non s'attenterebbe ad intervenirvi. Ma da lì a due giorni la madre,

i fratelli ed altri parenti del papa con varii mondani motivi gli

fecero cambiar pensiero. Secondochè abbiamo dal Bonincontro[2128],

in quest'anno tentarono i Romani di ribellarsi ad esso pontefice.

Egli, che non era figliuolo della paura, fece prendere i delinquenti,

e coll'ultimo loro supplizio si liberò dal soprastante pericolo. I

Giornali Napoletani[2129], che raccontano questo ed altri fatti fuori

del loro sito, dicono che tredici furono i giustiziati, in casa de'

quali si trovarono le bandiere del _conte di Fondi_, autore di essa

congiura. Cominciarono in questo anno a declinar gl'interessi di

_Lodovico d'Angiò re_ dimorante in Napoli. Terra di Lavoro già ubbidiva

al _re Ladislao_, nè restavano in potere dell'Angioino se non le terre

del Ponte di Capoa. Trovandosi all'assedio di esse Luigi di Capoa, d'un

colpo di bombarda vi restò ucciso. Con tutto ciò furono quelle fortezze

dipoi obbligate alla resa. Il Bonincontro narra altri avvenimenti del

regno di Napoli, come spettanti all'anno presente. Perchè io dubito che

possano appartenere al seguente, chieggo licenza di parlarne allora.

Procurò _Gian-Galeazzo_ duca di Milano di tirare al suo servigio tutti

quanti potè gli uomini d'armi d'Italia, e raunato con ciò un poderoso

esercito di cavalieri e fanti[2130], all'improvviso, parte per terra

e parte colle navi per Po, lo spinse nel dì 5 d'aprile addosso a

_Francesco Gonzaga_ signore di Mantova, con far precedere le ragioni,

che i potenti hanno sempre in saccoccia, di rompere la tregua che

tuttavia durava. Consistevano queste specialmente nel rammemorare

l'aver il Gonzaga data la morte a _Caterina Visconte_ figliuola di

Bernabò, quando egli medesimo avea dianzi tolta la vita e gli Stati

allo stesso Bernabò, e a due suoi figliuoli, e tuttavia perseguitava

gli altri figliuoli del medesimo suo zio. Ed acciocchè non potesse

venir soccorso dalla Toscana al Gonzaga, ordinò al _conte Alberico da

Barbiano_ suo generale, la cui armata avea passato il verno sul Pisano,

con gravissimo peso di que' popoli, di assalire i Fiorentini, mostrando

d'essere capo di compagnia, e non già dipendente dagli ordini suoi.

Quanto a questa guerra della Toscana, aveano creduto i Fiorentini di

poterla risparmiare, con essersi tanto maneggiati, che aveano condotto

ad un'amichevol pace i Lucchesi e i Pisani, le gare de' quali aveano

tirate in Toscana le armi lombarde[2131]. Ma si trovarono ingannati. Il

duca volea la guerra anche in quelle parti; e _Jacopo d'Appiano_ signor

di Pisa, nemico fiero, benchè non aperto, de' Fiorentini, accendeva

forte il fuoco; e tentò ancora di togliere loro San Miniato con una

congiura che non fu ben condotta a fine. Entrò dunque il conte Alberico

ostilmente nel dì 5 d'aprile colle sue forze nel territorio di Firenze,

saccheggiando ora una ed ora un'altra parte, fin quasi alle porte di

Firenze. Erano forti di gente anche i Fiorentini; e _Bernardone_ lor

generale con _Paolo Orsino, Giovanni Colonna_ ed altri condottieri

d'armi, siccome uomo ben pratico del suo mestiere, accorrendo ovunque

richiedea il bisogno, tenne sempre i nemici in freno, nè loro permise

di riportar vantaggio alcuno di rilievo. Riuscì anche alla sottile

accortezza de' Fiorentini di staccare dal servigio del duca di Milano

_Biordo Perugino_ con cinquecento lancie del seguito suo. Comparì

ancor qui qual fosse la fede del _conte Giovanni da Barbiano_. Era egli

condotto dal duca, ma all'improvviso si partì da lui, e con cinquecento

barbute passò al servigio dei Bolognesi, nemici del duca. Diversamente

passava la guerra in Lombardia[2132]. Con potentissimo esercito di

cavalli e fanti, siccome dicemmo, circa il principio d'aprile _Jacopo

del Verme_ generale del Visconte occupò Marcheria ai Mantovani, e

quindi passò alla parte superiore di Borgoforte col disegno d'entrare

nel serraglio di Mantova. Dalla banda ancora del Veronese con altro

esercito si mosse a quella volta _Ugolotto Biancardo_, governator di

Verona per esso duca.

Trovavasi mal preparato per questa visita il signor di Mantova. Implorò

tosto aiuto dai collegati, e gliene inviarono i Fiorentini e Bolognesi,

siccome ancora il signore di Padova, quei di Ravenna, di Rimini e di

Faenza. _Niccolò marchese_ di Ferrara, che era allora giunto all'età

di anni tredici e di tre mesi, ed avea presa per moglie _Gigliola_,

figliuola del signor di Padova, vi spedì per Po una flotta di galeoni

armati. Fu dichiarato capitan generale dell'esercito della lega _Carlo

Malatesti_, uomo prode e cognato dello stesso signore di Mantova. La

mira particolare di Jacopo del Verme era di espugnare e rompere il

ponte posto da' Mantovani sul Po a Borgoforte; ma così virilmente fu

esso difeso dai collegati, benchè inferiori di gente, che per gran

tempo rimasero inutili tutti i suoi sforzi; anzi un ponte da esso Verme

fabbricato in Po venne fracassato dal valore degli avversarii. Fu anche

impedito il passaggio del Mincio ad _Ugolotto Biancardo_, il quale

poscia s'impadronì di Mellara, terra del Ferrarese, negli anni addietro

impegnata per bisogno di danari dai tutori del marchese al signore

di Mantova. Durò il fiero contrasto di queste armate sino al dì 14 di

luglio col continuo esercizio delle bombarde e dei verrettoni, e colla

strage di molti da ambedue le parti; ma in quel dì una scossa terribile

riportarono i collegati. Aveva il duca di Milano anch'egli una poderosa

flotta di galeoni armati in Po; ora Jacopo del Verme, spirando in

quei dì un vento gagliardo a lui favorevole, spinse contro il ponte di

Borgoforte alcune zatte piene di canne, oglio, pece ed altre materie

combustibili, e, per quanta resistenza facessero i difensori, non

poterono trattenerle dall'unirsi al ponte e di bruciarlo, colla morte

di circa mille uomini d'arme che vi erano sopra. Nè qui terminò la

rovina. Calata furiosamente l'armata navale milanese pel Po addosso

alla ferrarese, prese molti di que' legni, mise il resto in fuga,

lasciandovi la vita assai gente o annegata o uccisa. Ciò fatto,

entrarono nel dì 25 di luglio vittoriosi nel serraglio di Mantova, dopo

aver fatto un ponte sul fiume, e ripulsato il _Gonzaga_, che era ivi

alla difesa con _Malatesta de' Malatesti_ ed altri valorosi uffiziali.

Stesero i Milanesi il saccheggio sino alla porta Cerese di Mantova, con

fare immenso bottino di bestiame e di robe, perchè quegli abitanti si

credeano ivi sicuri.

Per questo terribil colpo ebbe a disperarsi _Francesco Gonzaga_[2133];

e tanto più perchè non tardò _Jacopo del Verme_ a mettere un forte

assedio alla terra di Governolo, per serrare affatto il passo ai

soccorsi stranieri. Concorse parimente a quell'assedio dalla parte di

Verona coll'altro suo esercito _Ugolotto Biancardo_, e v'intervenne per

Po anche la flotta navale del duca. Ma il generoso _Carlo Malatesta_,

dopo aver incoraggito, colla speranza di gagliardi soccorsi, il

Gonzaga, in persona passò a Venezia, Ferrara e Bologna, sollecitando

ognuno a non lasciar perire il signore di Mantova, la cui perdita

si sarebbe tirata addosso quella de' vicini. Per tanto si armarono

in Venezia sette galee e molte barche; in Ferrara si fece gran

preparamento di galeoni; i Bolognesi v'inviarono il _conte Giovanni da

Barbiano_ con cinquecento lancie, ed altre genti furono prese al soldo

dal signore di Mantova. Già Governolo era quasi ridotto all'agonia,

quando Carlo Malatesta, passato il Po verso il Bondeno coll'esercito

suo nel dì 24 d'agosto festa di san Bartolomeo[2134], assalì l'armata

d'_Ugolotto Biancardo_, e riuscì a lui di entrare in Governolo, e

di vettovagliarlo, siccome ancora venne fatto alla flotta ferrarese,

dopo un atroce combattimento, di obbligare alla ritirata la milanese

al ponte fabbricato dal Verme. Arrivò dipoi a Governolo il signor di

Mantova con quante soldatesche egli potè seco condurre, e calarono

pel Mincio anche tutte le sue barche armate. Ora, senza perdere

tempo, nel dì 28 d'agosto l'armata terrestre de' collegati diede una

furiosa battaglia a quella del Biancardo, con metterla in rotta; e

nel medesimo tempo la flotta navale dei Ferraresi e Mantovani colle

galee suddette assalì la milanese con tal empito, che la sbaragliò e

sconfisse. Queste due vittorie produssero con poca fatica la terza;

perchè l'esercito grande di _Jacopo del Verme_, accampato nel serraglio

contro a Governolo, al vedere la rovina dell'altro campo e delle lor

navi, senza poter soccorrere nè agli unì nè agli altri, preso da panico

spavento, ad altro non pensò che a salvarsi colla fuga, lasciando

indietro buona parte delle tende e del bagaglio. Circa due mila cavalli

vennero in potere de' vincitori, gran copia di vettovaglia e merci, e

cinquanta navi armate, oltre ad altre settanta di negozianti venuti per

provvedere l'armata milanese. Un giorno solo guastò tutta la tela sì

felicemente condotta fin qui dal duca di Milano. È da vedere la Storia

Padovana di Andrea Gataro, dove diffusamente si veggono descritti

così stravaganti avvenimenti. Abbiamo dagli Annali Milanesi[2135]

che il duca di Milano fece morir d'orrida morte Pasquino Capello suo

segretario, imputato di avere scritta una lettera, senza contezza del

padrone, che chiamava Jacopo del Verme a Pavia; il che fu cagione della

rotta suddetta. Si venne poi in chiaro, che la lettera era stata finta

da _Francesco Gonzaga_: del che molto s'afflisse il duca di Milano.

Solenni allegrezze per sì prosperosi successi furono fatte da tutte le

città dei collegati. Venne anche assediata da essi la terra di Mellara,

e nel dì 27 di settembre racquistata. Ma _Gian-Galeazzo Visconte_ era

un forte colosso, ad atterrar il quale altre scosse che le suddette,

si ricercavano. Oltre il far ritornare dalla Toscana in Lombardia il

_conte Alberico_ da Barbiano col più della sua armata[2136], prese al

suo soldo _Facino Cane_ da Casale con cinquecento lancie; rifatta,

anzi accresciuta di molto la sua flotta navale, ordinò nel dì 29

d'ottobre che essa tornasse sul territorio di Mantova. Trovò questa

a Borgoforte le navi armate del signore di Mantova e del marchese di

Ferrara; e messele in rotta, prese tre galee e venticinque galeoni

con tutto l'armamento e gli uomini. Oltre a ciò, arrivato il conte

Alberico colle sue genti, entrò di nuovo nel serraglio di Mantova,

spianò tutte le fosse e fortezze mantovane, e portò la desolazione sino

alle porte di Mantova. Ecco dunque di nuovo in peggiore stato di prima

Francesco da Gonzaga, il quale avea già perduto Marcheria, Luzzara,

Suzara, Solferino ed altri luoghi, e già temeva l'ultima rovina. Volle

Dio che, accostandosi il verno, si ritirarono dal Mantovano le milizie

del Visconte. Con tutto ciò il male stato, in cui egli si trovava,

diede impulso alla _repubblica di Venezia_ per entrar anch'essa nella

lega contra del duca di Milano. Inoltre s'ingegnarono i Veneziani e

Fiorentini di tirare al soldo loro il _duca di Austria_ con alcune

migliaia di soldati. Ma perchè il duca Gian-Galeazzo, avendo scoperto

questo negoziato, nè volendo avere i Veneziani e quel duca, sì

poderosi principi, addosso, propose partiti di tregua o pace; oppure

perchè Francesco Gonzaga, stanco di questo brutto giuoco, si scoprì

segretamente trattare col duca di Milano: lasciato andare l'Austriaco,

i collegati diedero orecchio alla tregua, o pace proposta. Tutto il

verno passò nel maneggio d'essa, siccome cosa desiderata da ognuno.

Contuttochè Genova si governasse a nome del _re di Francia_, e paresse

che il rispetto di quel monarca dovesse tenerla in quiete[2137], pur,

come prima, continuava ad essere in tempesta. _Antonio di Montaldo,

Antonio di Guarco_ non cessavano di farle guerra, nè mancavano altri

nemici entro e fuori di casa. Perciò, o sia che _Antoniotto Adorno_,

veggendosi poco sicuro, procurasse d'avere un successore nel governo,

o che tali fossero i patti: _Carlo re di Francia_ mandò colà a reggere

quella città _Valerando di Lucemburgo_, conte di Lignì e di San Paolo.

Arrivò questi a Genova nel dì 18 di marzo con ducento uomini d'armi e

molti nobili, ed altre genti venute al suo soldo; e prese le redini del

governo, con farsi ben rispettare e ubbidire, ed ebbe in suo potere

il castelletto e le altre fortezze. Ridusse non solamente Savona e

Porto Maurizio all'ubbidienza del re, ma anche il resto delle terre di

quella repubblica, di modo che per opera di lui in poco tempo si vide

rifiorir la pace: cosa da gran tempo insolita in quelle contrade. Ma

eccoti la peste entrare in Genova, e scorrere per tutte quelle riviere.

Per paura d'essa, ovvero per altri suoi affari, nel mese d'agosto esso

conte di Lignì se ne andò a Parigi, lasciando per suo vicario in quella

città _Pietro vescovo di Meaux_. Fu essa peste anche in altre città

d'Italia. Abbiamo dagli Annali di Forlì[2138] che, trovandosi al soldo

di _papa Bonifazio_ _Mostarda_ forlivese condottier d'armi, costui

furtivamente prese Ascoli, città della Marca, colla strage d'alcuni di

quei cittadini.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 145 / 216 题