NOTE:

[2005] Redus., Chronic., tom. 19 Rer. Ital.

[2006] Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[2007] Theodoric. de Niem, Hist. Gobelinus, in Cosmod.

[2008] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[2009] Raynaldus, Annal. Eccles. Platina, Vit. Roman. Pontif.

[2010] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2011] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 15.

[2012] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[2013] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2014] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2015] Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di

Bologna, tom. eod.

[2016] Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 15.

[2017] Gatari, Istor. di Pad., tom, 17 Rer. Ital. Caresin., Chron.,

tom. 12 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19 Rer. Ital.

[2018] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[2019] Corio, Istor. di Milano.

[2020] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom.

eod.

[2021] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 7.

[2022] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2023] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[2024] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.

[2025] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.

[2026] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 15.

[2027] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.

[2028] Vita Clementis antipap., P. II, tom. 3 Rer. Italic.

[2029] Leibnitius, Cod. Jur. Gent., tom. 1, n. 107.

Anno di CRISTO MCCCXC. Indizione XIII.

BONIFAZIO IX papa 2.

VENCESLAO re de' Romani 13.

Creato che fu papa _Bonifazio IX_, non perdè tempo la _regina

Margherita_ a spedirgli da Gaeta ambasciatori[2030], per prestargli

ubbidienza, e pregarlo di rimettere in sua grazia l'innocente suo

figliuolo _Ladislao_, che era allora in età di circa quattordici

anni. Bonifazio, meglio di quel che avesse fatto il suo predecessore,

riflettendo alla necessità di proteggere gli affari di Ladislao, affine

di opporlo al re _Lodovico d'Angiò_, creatura dell'antipapa, non

solamente aveva assoluta la regina suddetta coi figliuoli nell'anno

precedente da tutte le censure, ma nel presente ordinò ai popoli del

regno di Napoli di ubbidire ad esso Ladislao, e mandò anche a coronarlo

re in Gaeta per le mani di _Angelo Acciaiuoli_ cardinale legato.

Tanto maggior premura ebbe il pontefice di sostener gl'interessi

di Ladislao[2031], perchè era già noto che il giovane Lodovico di

Angiò s'affrettava per venire a Napoli[2032]. Mossesi egli in fatti

da Marsiglia nel dì 20 di luglio con ventuna tra galee e fuste, ed

altri legni ben armati e forniti di copiose vettovaglie. Fu sbattuta

da fiera tempesta la sua flotta; ciò non ostante, arrivò e sbarcò a

Napoli nel dì 14 d'agosto. Per mal augurio fu preso che un Catalano,

nell'inalberar la bandiera reale nella torre del Carmine, da un

fulmine restò ucciso, e cadde con parte della torre la bandiera per

terra. Risonò pel viva universale la città di Napoli; tutti i seggi

gli giurarono fedeltà, e varie città e terre spedirono a riconoscerlo

per loro signore. Sette mila fiorini d'oro applicati a Renzo Pagano

castellano di castello Sant'Ermo operarono, ch'egli rimettesse in

mano del _re Lodovico_ nel dì 19 d'ottobre quella fortezza. Capitolò

ancora Pozzuolo, dopo aver sostenuto per lungo tempo l'assedio[2033].

Celebrossi nell'anno presente il giubileo in Roma, col concorso

d'innumerabili pellegrini, venuti particolarmente dalla Germania,

Polonia, Ungheria, Boemia, Inghilterra ed altri paesi dell'ubbidienza

di papa _Bonifazio IX_, ma non già dalla Francia e Spagna, che tenevano

la parte dello antipapa. Di gran danaro raunò il pontefice con tal

occasione, destinandolo al risarcimento delle chiese desolate di Roma,

con impiegarne nondimeno buona parte in assoldar gente per dar soccorso

al re Ladislao. Sul principio d'ottobre gl'inviò secento cavalli,

e poscia condusse a' suoi servigi il _conte Alberico_ da Barbiano,

valente capitano, colle sue genti d'armi. Per tali spese occorreva

gran somma di danaro; diede perciò facoltà a due cardinali di ricavarne

coll'impegnare i beni delle chiese e de' monisteri; infeudò molte terre

della Chiesa romana; e confermò i vicariati delle lor città ad _Alberto

d'Este_ marchese di Ferrara, ai _Malatesti_, agli _Ordelaffi_, agli

_Alidosi_, ai _Manfredi_, ed altri signorotti della Romagna, imponendo

loro l'annuo censo. Scomunicò eziandio l'antipapa _Clemente_, e

Clemente dal canto suo[2034] non mancò di fare lo stesso contra di lui.

Essendo stato ucciso _Rinaldo Orsino_ signore dell'Aquila, si diede

quella città al sommo pontefice Bonifazio.

Già trasparivano i vasti pensieri di _Gian-Galeazzo Visconte_ signor

di Milano, inclinati alla monarchia d'Italia. Forze non gli mancavano,

e meno molto l'ingegno e l'industria, potendosi egli contare pel

più fino politico di questi tempi. Teneva egli corrispondenze e

facea maneggi dappertutto, e massimamente in Toscana, dove avea già

tratte all'aderenza sua le città di Siena e Perugia, disgustate de'

Fiorentini[2035]. Avea anche delle tele segrete in Pisa. Le parole

sue e i suoi manifesti altro non sonavano che desiderii di pace;

ma il contrario risultava dai fatti. Vegliavano intanto gli accorti

Fiorentini, e veggendo ch'egli era dietro ad accendere il fuoco in

Toscana, dacchè avea spedito a Siena _Giovanni d'Azzo_ degli Ubaldini

con assai squadre d'uomini d'armi, non tralasciarono diligenza e spesa

veruna per mettersi in istato di fargli fronte. Certamente a quella

repubblica soprattutto si dee, se il Visconte non assorbì allora la

maggior parte d'Italia. Più d'ogni altra città era minacciata Bologna

dalle armi di lui; e però, fatta lega con quel popolo, inviarono

alla difesa d'essa il valoroso _Giovanni Aucud_ lor generale con un

corpo di combattenti. I Bolognesi[2036], che nell'aprile stavano in

feste, ed aveano fatto un sontuoso torneamento, non lasciarono per

questo, giacchè riconosceano il pericolo in cui si trovavano, di

assoldar gente. Fecero venire per lor generale il _conte Giovanni_

di Barbiano colla sua brigata d'uomini d'armi; ma nel passar egli

pel distretto de' Malatesti, fu sconfitta la sua gente, ed insieme

trecento lancie inviategli incontro da' Bolognesi. Pure egli arrivò a

Bologna; ma nel dì primo di maggio colà giunsero ancora tre trombetti

a sfidar quel comune. Uno era di _Gian-Galeazzo_, e gli altri due di

_Alberto_ marchese di Ferrara e di _Francesco Gonzaga_ signore di

Mantova; principi, ai quali conveniva allora far quello che voleva

il Visconte, per non tirare la guerra addosso a sè stessi. Nel dì 4

d'esso mese entrò l'oste milanese, sotto il comando di _Giacomo dal

Verme_, nel territorio di Bologna; andò all'assedio di Crevalcuore,

e poco mancò che non se ne impadronisse. Ma uscito animosamente il

popolo di Bologna, e fatta massa a castello San Giovanni in Persiceto,

l'armata nemica levò il campo, e se n'andò con Dio. Ma eccola comparir

di nuovo a' dì 20 di giugno, e pareva tutto disposto per venire ad un

fatto d'armi, quando all'improvviso arrivò ordine a Giacomo del Verme

di tornarsene indietro. Il motivo di questo cangiamento di cose fu il

seguente.

Dopo essersi fermato lungo tempo in Firenze _Francesco Novello da

Carrara_[2037], ed aver concertato con que' pubblici magistrati il

come si avesse da far guerra al conte di Virtù, travestito avea impresi

varii viaggi nell'anno precedente a Perugia, a Pisa e ad altri luoghi.

Finalmente, passato in Germania, andò a trovare _Stefano duca_ di

Baviera per impegnarlo, secondo le istruzioni avute dai Fiorentini

e Bolognesi, nella guerra contra del conte di Virtù. Trovò disposto

quel principe a calare in Italia con un corpo d'armata. Passò ancora

a Madrussa a visitar quel conte suo cognato, e ritrovato Michele da

Rabatta onorato cavaliere, che tutto si offerì a' suoi servigi, fece

quella leva che potè di alcune centinaia di lance tanto in Germania che

nel Friuli. Ora Francesco Novello, come ebbe nuova che Gian-Galeazzo

avea impegnate le sue armi contra de' Bolognesi, coraggiosamente con

quel poco di gente se ne tornò in Italia con disegno di tentare il suo

ritorno in Padova. Era egli assai informato che il popolo padovano,

dianzi sì disgustato del governo carrarese, lungi d'aver trovato quel

dolce che si figurava sotto il Visconte, ne provava l'amaro, e sarebbe

volentieri ritornato all'ubbidienza primiera; rari essendo que' popoli

che, perduto il proprio principe, e ridotta la lor città in provincia,

non ne sentano eccessivo danno, tanto che giungono a desiderare un

principe, quand'anche non fosse il migliore del mondo, piuttosto che

essere governati, cioè desolati da mercenarii governatori. E già molti

dei nobili padovani erano stati o carcerati o confinati a Milano,

oppure se n'erano fuggiti.

Gran conforto fu questa cognizione al Carrarese, e molto più gli era

stata la promessa a lui fatta dal duca di Baviera di condurre le sue

armi in Italia contra del signor di Milano. Passò egli pel Friuli col

suo picciolo esercito, che nondimeno s'andò aumentando per istrada,

concorrendo a lui massimamente i banditi da Padova. Appena giunto sul

Padovano, a migliaia furono al suo seguito i villani armati, di modo

che nel dì 19 di giugno si presentò alle mura del primo recinto di

Padova, e diede un generale assalto[2038]. La maggior parte di que'

cittadini, all'udir _Carro, Carro_, e al veder le bandiere dell'antica

casa da Carrara, e al sapere che v'era in persona Francesco Novello,

non solo abbandonò la difesa delle mura, ma facilitò l'ingresso al

Carrarese, che, entrato vittorioso, fece buona ciera a quanti si

mostrarono allegri per la sua venuta. Nel dì seguente colla stessa

facilità, aiutato da' cittadini, s'impadronì dell'interiore città, con

essersi _Luchino Rusca, Berretto Visconte_ e il _marchese Spineta_

Malaspina ritirati nel castello insieme colla guarnigion milanese,

continuando poi la guerra contra della città. Vennero in poco tempo

alla divozion del Carrarese le terre e castella del distretto, ed

egli non tardò a spedire ambasciatori a Venezia, Ferrara, Bologna e

Firenze colla nuova della ricuperata città, per cui si fecero pubbliche

feste nelle due ultime città. Anche i signori veneziani, dimenticate

le ingiurie e gli odii passati, con più riguardo sì, ma con egual

piacere, gustarono l'impresa del Carrarese, perchè mal volentieri

si vedeano sì vicini al potente signor di Milano. L'aiutarono ancora

con vettovaglie e munizioni da guerra. Quanto ad _Alberto marchese_

di Ferrara, interamente anch'egli se ne rallegrò, ma il contrario

mostrò in apparenza. Per la non mai aspettata perdita di Padova

rimasero non poco sconcertate le misure del conte di Virtù, di modo

che immediatamente, cioè nel dì 24 di giugno, richiamò dal Bolognese

l'armata sua. Avvenne, che uditasi in Verona la novella del cambiamento

seguito in Padova, ed essere venuto con _Francesco da Carrara_ il

giovinetto _Can Francesco dalla Scala_, figliuolo del già _Antonio

signore_ di quella città, risvegliossi l'amore di molti di quel popolo

verso la casa dalla Scala, e correndo colle armi alla piazza, contro

il parere dei saggi e de' nobili, ribellarono la città, costrignendo

il presidio milanese a ritirarsi nel castello, senza poi affossarsi e

fortificarsi contra del medesimo. Eravi anche discordia fra i nobili

e la plebe. Passò in quello stante _Ugolotto Biancardo_ capitano del

conte di Virtù, già spedito da lui con cinquecento lance all'assedio di

Bologna, o, come è più probabile, al soccorso del castello di Padova,

che vigorosamente si difendea. Giuntogli all'orecchio l'avviso della

ribellion di Verona, mutato pensiero, tacitamente entrò di notte nel

castello[2039]. Poscia nella mattina seguente giorno 26 di giugno uscì

furibondo contro gl'incauti Veronesi, uccidendo chiunque s'incontrava,

senza trovarvi resistenza alcuna. Miserabil tragedia fu quella di

sì nobile e ricca città. Tutta fu crudelmente messa a sacco senza

distinzione d'innocenti e di rei, e senza risparmiare i luoghi sacri e

l'onor delle donne, che furono in buona parte ritenute, quando il resto

del popolo prese volontaria fuga, o ne fu cacciato, o imprigionato sì

fieramente, che per qualche tempo restò desolata l'infelice Verona con

orrore di ognuno.

Passò dipoi colle sue genti, e con alquante schiere di villani

vicentini, Ugolotto Biancardo alla volta di Padova con voglia e

speranza di fare un simile brutto giuoco a quella città, ed anche entrò

nel castello, e si provò dipoi a dar battaglia a quei della città. Ma

così ben ordinati trincieramenti avea fatto il Carrarese, e tal fu la

difesa de' suoi, che il Biancardo, lasciato ben fornito quel castello,

se ne ritornò indietro a Vicenza. Disponevasi intanto il conte di

Virtù per ispedire gran gente contro di Padova, quando i Bolognesi

e Fiorentini interruppero i suoi disegni, coll'inviare le loro armi

addosso al distretto di Parma. S'aggiunse che, sollecitato _Stefano

duca di Baviera_ da _Francesco Novello_ per li soccorsi promessi,

mandò innanzi secento cavalli, che nel dì 27 di giugno pervennero a

Padova. Vi arrivò egli stesso dipoi in persona nel dì primo di luglio.

Andrea Gataro scrive con sei mila cavalli ben in ordine; altri dicono

con mille lance, cadauna di quelle, a mio credere, di tre o quattro

cavalli. Con questo gagliardo rinforzo cessò il timore nel petto ai

Padovani, e riuscì loro di costringere alla resa il castello di Padova,

nel dì 25 ossia 27 d'agosto[2040]; giacchè Ugolotto Biancardo, che ne'

giorni addietro s'era mosso per tornare a rinforzarlo, rimase sconfitto

dal conte da Carrara, fratello bastardo del medesimo Francesco Novello.

Dopo tale acquisto non istette esso Carrarese in ozio; perocchè nel

dì 19 di settembre, mosso l'esercito suo contro _Alberto d'Este_

marchese di Ferrara, occupò nel Polesine la Badia e Lendenara, e passò

all'assedio di Rovigo. Erano queste apparenze di nimistà fatte, per

quanto si può credere, con intelligenza dell'Estense, affinchè egli

si ritirasse con ragionevol motivo dalla lega contratta col signor di

Milano. In fatti, essendosi interposto il duca di Baviera, con venir

egli in persona a Ferrara nel dì 3 d'ottobre, seguì pace fra loro. Il

Gataro iuniore[2041] scrive trattato questo accordo dalla signoria

di Venezia, colla spedizion de' suoi ambasciatori a Padova. Certo è

che il marchese abbandonò il conte di Virtù, amicossi col Carrarese,

e colle comunità di Firenze e Bologna, ma colla neutralità verso il

conte suddetto. Fin qui _Antoniotto Adorno_ doge di Genova con sua

lode e con vantaggio del pubblico avea retta quella repubblica[2042].

Nulladimeno, conoscendo egli cresciuta di molto l'invidia contra di

lui, nel giorno 3 d'agosto imbarcatosi all'improvviso, si ritirò dalla

sconoscente e sempre fluttuante città; perlochè fu in armi il popolo,

ed elesse per successore di lui _Jacopo da Campofregoso_, figliuolo

di Domenico, già doge della medesima città. In quest'anno ancora fu

guerra in Toscana[2043]. I Sanesi col grosso corpo di gente, loro

inviato dal conte di Virtù, sotto il comando di _Giovanni di Azzo_

degli Ubaldini, e coll'aiuto de' Perugini lor collegati, diedero molto

da fare ai Fiorentini, e presero alcune castella. Ma si raffreddò fra

poco il loro ardire per la morte del medesimo Azzo, valoroso condottier

d'armi, ed antico nemico de' Fiorentini[2044], procurata, per quanto

fu comunemente creduto, in Siena dai Fiorentini medesimi. Il Cataro,

che il fa vivo nell'anno seguente, e intervenuto alle battaglie, a mio

credere, s'ingannò. Anzi, per non potere il Visconte accudire alle cose

di Toscana, a cagion delle mutazioni occorse in Lombardia, soffrirono

i Sanesi non pochi danni per le scorrerie fatte dai provisionanti di

Firenze nel loro territorio.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 138 / 216 题