NOTE:

[1972] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[1973] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic. Annales Forolivienses, tom.

22 Rer. Ital.

[1974] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1975] Bonincontrus, Annal., tom. 16 Rer. Ital. Sozomenus, Histor.,

tom. eod.

[1976] Theodoricus de Niem, Hist.

[1977] Gobelinus, in Cosmod.

[1978] Raynaldus, in Annal. Ecclesiast. Gazata, Chron., tom. 18 Rer.

Ital.

[1979] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[1980] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Bonfin., de Reb.

Hung.

[1981] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1982] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[1983] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Italic.

[1984] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Italic.

[1985] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Redus., Chron., tom. 19

Rer. Ital.

[1986] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di

Bologna, tom. eod. Gazata, Chron. Regiens., tom. eod.

Anno di CRISTO MCCCLXXXVII. Indiz. X.

URBANO VI papa 10.

VENCESLAO re de' Romani 10.

Era tutto sconvolto, siccome dicemmo, per la morte del _re Carlo_

il regno di Napoli; crebbero nell'anno presente i guai in quelle

contrade. Perciocchè avendo i Sanseverini ed altri baroni del partito

angioino commosso il giovinetto _Lodovico duca d'Angiò_, che s'era

già intitolato re di Sicilia, cioè di Napoli, a venire in Italia,

promettendogli la conquista di quel regno, egli mandò innanzi _Ottone,

duca di Brunsvich_ e principe di Taranto, con grandi forze. Ottone,

siccome pratico del paese, prese quell'assunto, meditando vendetta

della morte data alla _regina Giovanna_ già sua moglie dal _re Carlo_

contra dei di lui figliuoli[1987]. Nel dì primo di giugno, unito egli

coi Sanseverini e cogli altri baroni della sua lega, e con un copioso

esercito, marciò alla volta di Napoli, incoraggito dalle dissensioni

che bollivano fra la _regina Margherita_ e i governatori della città

eletti da quella nobiltà e popolo. Fu permesso a' suoi soldati di

entrare nella città a cinquanta e sessanta per volta per fornirsi del

bisognevole. Ciò dispiacendo alla fazion del _re Ladislao_ e della

regina sua madre, si venne un giorno a battaglia, acclamando gli uni

il _re Ladislao_ e _papa Urbano_, ed altri il _re Lodovico_. S'inoltrò

sì forte la briga, che la regina, temendo di sè e de' suoi figliuoli,

nel dì 8 di luglio, dal castello dell'Uovo si trasferì a Gaeta, dove

poi si fermò per anni parecchi. Venne _Raimondo Orsino_ conte di

Nola per sostenere la signoria della regina e la divozione a papa

Urbano; ma essendo riuscito ad Ottone duca di Brunsvich d'entrare in

Napoli nel dì 20 del suddetto luglio[1988], non passò quel mese che

prevalse affatto il partito angioino. Furono spediti ambasciatori al

_re Lodovico_ e all'antipapa _Clemente_, di modo che fu obbligato in

quella città chi teneva per papa Urbano e pel re Ladislao a tacere.

Vendetta allora fu fatta contra di coloro che si credeano aver avuta

parte nella morte data alla regina Giovanna. Dimorava intanto _papa

Urbano_ in Lucca, mirando con dispetto le rivoluzioni di Napoli, tutte

contrarie a' suoi interessi[1989]. Detestava egli Lodovico d'Angiò

suo nemico e protettore del falso pontefice; ma non per questo aderiva

punto al re Ladislao e alla regina Margherita sua madre. Avendo egli

già fulminata la sentenza contra del re Carlo, e dichiarato devoluto

il regno, non sapea fare un passo indietro. Gli mandò bensì la _regina

Margherita_ a Genova ambasciatori, pregandolo d'avere misericordia

de' suoi figliuoli, e di permettere che all'ucciso re suo consorte

fosse data l'ecclesiastica sepoltura. Anzi, sperando maggiormente

di placarlo, liberò dalle carceri Francesco Butillo nipote di lui, e

gliel'inviò fino a Genova. Nulla si potè per questo ammollire il duro

cuore d'Urbano, che più che mai seguitò a far processi, e ad aggiugnere

condanne a condanne contra della regina e de' suoi figliuoli; levò

anche loro il principato d'Acaia. Gli cadde poscia in pensiero di poter

conquistare per la santa Sede il regno di Napoli in mezzo ai rivali

partiti; e giacchè era stato ucciso in Viterbo dai Romani _Angelo

prefetto di Roma_, ed era tornata quella città alla sua ubbidienza, da

Lucca nel dì 23 di settembre si mosse egli, e trasferissi a Perugia,

per essere più a portata dell'esecuzione de' suoi disegni.

Poichè non aveva potuto _Francesco da Carrara_ indurre alla pace lo

sconsigliato _Antonio dalla Scala_, non lasciò da lì innanzi via

alcuna per atterrarlo affatto[1990]. Ebbe maniera di staccare da

lui il _conte Lucio_, con promettergli dieci mila fiorini d'oro per

regalo; e costui se n'andò. Quindi nello stesso mese di gennaio inviò

l'esercito a' danni del Veronese sotto il comando di _Giovanni d'Azzo_

e di _Giovanni Aucud_, due valenti e insieme accortissimi capitani,

i quali per miracolo andavano ben d'accordo nel maneggio di questa

guerra. Era con loro _Francesco Novello da Carrara_, primogenito del

medesimo signor di Padova, con altri valorosi condottieri d'armi. Per

lo spazio di quarantacinque giorni, dacchè furono entrati nel Veronese,

continuarono a dare il guasto e saccheggio al paese. Ma usciti in

questo mentre in campagna anche _Giovanni degli Ordelaffi_ di Forlì

e _Ostasio da Polenta_ signor di Ravenna, capitani dello Scaligero,

con armata più numerosa, cominciarono ad angustiar quella di Padova,

con impedir le vettovaglie e levarle i foraggi; di maniera che furono

obbligate le genti carraresi a ritirarsi a poco a poco per tornarsene

sul Padovano. Grandi furono i disagi che patirono nel retrocedere, e si

fu più volte vicino ad un fatto d'armi; ma gli avveduti generali de'

Carraresi lo schivarono sempre per la debolezza in cui si trovavano

le affamate loro milizie, tutto dì inseguite e molestate da' nemici.

Allorchè furono essi giunti verso Castelbaldo al Castagnaro, talmente

si videro incalzati e stretti dall'esercito veronese, che nel dì 11

di marzo convenne prendere battaglia. Vantaggiosamente si postarono i

Padovani a un largo fosso, e quivi sostennero, anzi ributtarono più

volte i nemici, essendo già da qualche tempo introdotto l'uso delle

bombarde da fuoco, le quali faceano grande strepito e strage. Dacchè

ebbero i saggi capitani de' Carraresi fatto calar la baldanza all'oste

contraria, _Giovanni Aucud_ passò il fosso co' suoi, e con tal empito

e forza assalì i Veronesi, che andarono a terra le lor bandiere, e in

rotta tutto il campo loro. Secondo la lista che ne lasciarono i Gatari,

restarono prigionieri circa quattro mila secento venti uomini d'armi a

cavallo, fanti ottocento quaranta, e i due generali dello Scaligero,

cioè _Giovanni degli Ordelaffi_ ed _Ostasio da Polenta_[1991], con

altri assai nobili capitani, che furono poi tutti trionfalmente

introdotti in Padova. Ma neppure per questa sì grave sconfitta

prese miglior consiglio _Antonio dalla Scala_. Nel suo maltalento il

mantennero i Veneziani, che gli mandarono tosto quaranta mila fiorini

d'oro, promettendone anche più. E però quantunque il Carrarese di nuovo

mandasse ambasciatori ad offerirgli pace, più testardo e adirato che

mai contra del Carrarese, serrò gli orecchi ad ogni aggiustamento,

e deluse ancora le pratiche fatte da _Venceslao re de' Romani_ per

riunir gli animi loro. Costò caro ai Veronesi e Vicentini questa pazza

ritrosia del loro signore, perchè entrata ne' lor territorii l'armata

dei Padovani, portò il sacco e la desolazione sino alle porte di

Verona.

Stava intanto con occhio cerviere mirando queste rotture

_Gian-Galeazzo_ signor di Milano, e da quell'astuto che era pensò

tosto a rivolgerle in profitto suo. Avea già nel precedente anno

spediti ambasciatori tanto allo Scaligero che al Carrarese, offerendo

lega nello stesso tempo ad amendue. Molto più continuò questo

giuoco nell'anno presente. _Francesco da Carrara_, tra perchè gli

premeva di non aver per nemico il potentissimo Visconte, con cui lo

Scaligero era come d'accordo, e perchè vantaggiose esibizioni erano

a lui fatte dal Visconte, strinse in fine lega nel dì 19 d'aprile

dell'anno corrente con lui. I patti erano, che vincendo toccasse a

_Gian-Galeazzo_ Verona[1992], e al _Carrarese_ Vicenza. Nel giorno

stesso mandò il Visconte la disfida ad _Antonio dalla Scala_,

allegando que' pretesti di muovergli guerra che non mancarono mai a

chi colla voglia di conquistare può congiugnere le forze. Fu permesso

a _Giovanni d'Azzo_ di passare ai servigi del conte di Virtù, cioè

dello stesso Gian-Galeazzo, che continuava a farsi chiamare così; e

_Giovanni Aucud_ anch'egli prese congedo dal signore di Padova. Restò

nondimeno il Carrarese ben fornito di gente, e mentre il conte di Virtù

mosse le sue armi contro lo Scaligero, e s'impadronì del castello di

Garda, anch'egli spedì _Francesco Novello_ suo figliuolo ed _Ugolotto

Biancardo_ suo generale sotto Vicenza. Fu molto bersagliata quella

città, ma fu anche ben difesa, senza mai voler ascoltare proposizioni

di resa. Di belle, ma simulate parole non di meno diedero que'

cittadini, tanto che indussero l'esercito padovano a levar l'assedio,

per attendere all'acquisto di varie terre tanto di quel territorio che

del Friuli, giacchè Francesco da Carrara nello stesso tempo attendeva

a quelle contrade[1993]. Nel venerdì santo, d'aprile, entrarono per

forza in Aquileia le genti sue, uccisero quegli abitanti, orridamente

saccheggiarono fin le chiese, con asportarne i vasi sacri e le

reliquie. E nella stessa maniera s'impossessarono nel settembre di

Sacile e d'altri luoghi. Trovandosi _Antonio dalla Scala_ in mezzo a

questi due fuochi, e senza soccorso de' Veneziani, ch'erano dietro a

ricuperar la Dalmazia; allora fu che conobbe gl'irremediabili falli

delle sue malnate passioni, e che l'ira di Dio era sopra di lui.

Mosse il re de' Romani _Venceslao_ a ripigliare i negoziati di pace,

e vennero in fatti nuovi ambasciatori a trattare col conte di Virtù,

il quale colle sue arti li tenne a bada, tanto che eseguì i segreti

suoi maneggi. Erano questi un trattato tenuto da Guglielmo Bevilacqua

nella città di Verona, che scoppiò nella notte del dì 18 d'ottobre.

Troppo era stanco di quella guerra, e delle gravezze e de' saccheggi

il popolo di Verona. Coll'aiuto d'alcuni cittadini traditori, dopo un

fiero assalto dato alla porta di San Massimo, riuscì all'armi del conte

di Virtù d'entrare in quella città. Antonio dalla Scala, consegnato

il castello in mano a _Corrado Cangier_ ambasciatore cesareo, se ne

fuggì colla sua famiglia in barca per l'Adige a Venezia. Poco stette

l'ambasciatore a far mercato del medesimo castello, e, ricevuta gran

somma di danaro, se ne tornò col buon giorno in Germania.

Trovatisi poi quivi i segnali di tutte le fortezze, e di Vicenza

stessa, il Bevilacqua tosto cavalcò a Vicenza con essi nel dì 21 del

suddetto ottobre; e quel popolo fu ben istruito a rendersi a _Caterina_

moglie del _conte di Virtù_, la quale, siccome figliuola di _Regina

dalla Scala_, pretendeva al dominio di quella città; e con patto di non

essere mai dati in mano del signore di Padova, troppo da loro odiato.

_Antonio dalla Scala_ dipoi rifugiatosi a Venezia, ma non sovvenuto

dai Veneziani, e disprezzato dai Fiorentini e dal papa, per qualche

tempo se n'andò ramingo. Finalmente, venendo con molti armati dalla

Toscana nel mese d'agosto, sorpreso da malore (e fu detto per veleno)

nelle montagne di Forlì, ossia di Faenza, miseramente terminò nell'anno

seguente i suoi giorni, e tutto l'arnese suo andò a sacco[1994]. Lasciò

un figliuolo maschio, tre figliuole e la moglie in istato poverissimo,

a' quali fu assegnato il vitto dalla signoria di Venezia. Così quasi

in un momento venne a mancare la signoria della famosa e potente

famiglia _dalla Scala_ per la pazza condotta di Antonio, nella cui

caduta e morte parve al pubblico di riconoscere i giudizii di Dio per

l'assassinio da lui fatto al fratello. Si credeva poi _Francesco da

Carrara_ di cogliere anch'egli il frutto della guerra con Vicenza,

a tenore delle capitolazioni della lega; ma ebbe che fare con un più

furbo di lui. Scusandosi Gian-Galeazzo di non voler pregiudicare alle

ragioni della moglie, alla quale, e non a lui, s'era data Vicenza,

ritenne ancor quella per sè, facendo dipoi intimazione al Carrarese

di non molestar da lì innanzi quel territorio[1995]. Che confusione,

che rabbia allora rodesse il cuore di Francesco da Carrara, si può

facilmente intendere. Per isbrigarsi da un debile nemico, se n'era

tirato addosso un più potente, e il principio della sua rovina.

Non dovea egli avere mai letto cosa fosse la società leonina. La

_regina Margherita_ tenne in quest'anno la città di Napoli ristretta

per mare. Era quel popolo senza vettovaglia[1996]. L'industria e il

valore di _Ottone duca di Brunsvich_ e principe di Taranto sostenne

quella città in maniera che fu provveduta, e schivò il pericolo di

rendersi. Ma inviato dal r_e Lodovico monsignor di Mongioia_ per vicerè

e governatore di quella città, Ottone, di ciò disgustato, si ritirò

colle sue genti a Sant'Agata, e passò ai servigi del re Ladislao.

Il castello dell'Uovo restava tuttavia in potere della _regina

Margherita_ madre d'esso Ladislao. Voglioso intanto _Gian-Galeazzo

Visconte_ di conservare ed accrescere la sua parentela colla real casa

di Francia[1997], diede nell'anno presente in moglie _Valentina_ sua

unica figliuola a _Lodovico duca di Turena_ conte di Valois e fratello

del re di Francia; parentado che egli piuttosto comperò, perchè diede

in dote al genero ed immediatamente consegnò la città d'Asti con

varie castella del Piemonte. Dicesi che ne furono malcontenti gli

Astigiani. Se ne ricordi il lettore, perchè vedremo questo matrimonio

origine di gravi sconvolgimenti nello Stato di Milano. Presso Benvenuto

da San Giorgio[1998] si legge lo strumento dotale d'essa Valentina

coll'enumerazione di tutti i luoghi ceduti dal Visconte ad esso

Lodovico suo genero.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 135 / 216 题