[1958] Theod. de Niem, Hist. Gobelin. in Cosmod.
[1959] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[1960] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1961] Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di
Milano.
[1962] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[1963] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1964] Gatari, Istor. di Padov., tom. 17 Rer. Ital.
[1965] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[1966] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1967] Corio, Istoria di Milano.
[1968] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1969] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova,
tom. 17 Rer. Ital.
[1970] Gazata, Chronic., tom. 18 Rer. Ital.
[1971] Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova,
tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXXVI. Indiz. IX.
URBANO VI papa 9.
VENCESLAO re de' Romani 9.
Dimorava tuttavia _papa Urbano_ in Genova. Per soddisfare a quella
repubblica[1974], che dicea d'avere speso sessanta mila fiorini
nell'armamento delle dieci galee inviate per trasportarlo colà, pagò
colla roba altrui, cioè diede loro sotto l'apparente titolo di pegno
tre terre che erano del vescovo d'Albenga. Intanto teneva in dure
prigioni rinchiusi i sei cardinali seco condotti. Racconta Lorenzo
Bonincontro[1975], che essendosi, nel venire esso papa a Genova,
fermato colle galee genovesi in Porto Pisano, _Pietro Gambacorta_,
signore allora di Pisa, fu ad onorarlo, e insieme a pregarlo di mettere
in libertà quegl'infelici porporati. Se li fece Urbano venire davanti:
cadeano loro le vesti di dosso, erano squallidi e con barba lunga. Con
aspre parole rinfacciò loro il delitto commesso; ma eglino protestarono
d'essere innocenti, e il chiamarono al giudizio di Dio, cioè a rendere
conto della crudeltà che loro usava. Diede nelle smanie il pontefice, e
li rimandò in galera, con rispondere poscia al Gambacorta, non meritar
costoro compassione, dacchè non voleano chieder perdono del loro
reato. In Genova[1976] alle forti istanze del re d'Inghilterra liberò
il _cardinale Adamo Eston_ Inglese. Gli amici degli altri cardinali,
uno de' quali era genovese, fecero più istanze ed anche delle congiure
per liberarli. A nulla servì. Stette saldo il papa, e in fine, sempre
diffidando di tutti quei che entravano nel suo palazzo, arrivò a farli
morire. Chi disse che furono affogati in mare entro dei sacchi; ma
Gobelino scrisse[1977] che furono strangolati in prigione. Senza orrore
non si possono leggere azioni tali, che pregiudicarono troppo alla fama
di questo pontefice. E perciocchè la congiura poco fa accennata per
mettere in libertà quei miseri fece sospettare al papa che ne fossero
autori due de' suoi cardinali, cioè _Pileo da Prata arcivescovo_ di
Ravenna, e _Galeotto Tarlato_ da Pietramala; amendue, conoscendo a
che pericolo fosse esposto chi solamente cadeva in sospetto presso un
pontefice sì violento, se ne fuggirono da Genova, e andarono da lì a
qualche tempo ad unirsi coll'antipapa _Clemente_. Intanto i Genovesi
poco rispetto portavano a lui, e gli usarono anche delle insolenze,
tanto col non fare giustizia dei congiurati suddetti, quanto col
mandare i birri a far prigioni alcuni della famiglia d'esso papa nello
stesso suo palazzo[1978]. Il perchè Urbano, veggendosi strapazzato,
determinò di mutar residenza; e nel mese di dicembre imbarcatosi, passò
nella città di Lucca, dove nella vigilia del Natale con gran solennità,
e coll'ossequio dovuto al vicario di Cristo, fu accolto.
Per la morte del re _Lodovico_ d'Ungheria pretendea, siccome dicemmo,
_Carlo re di Napoli_ a quel regno. Appena dunque si fu allontanato
dalle sue contrade _papa Urbano_, ancorchè restassero molti baroni e
città in ribellione, pur volle accudire a quella conquista, sperando
poscia colle forze degli Ungheri di poter più facilmente sbrigarsi
da quei ribelli. E non gli mancavano frequenti e pressanti inviti dei
principali baroni dell'Ungheria, dove egli stesso era stato allevato,
e conservava non pochi amici. Fidatosi di così grandi promesse[1979],
nel dì 4 di settembre dell'anno precedente s'imbarcò, e con sole
quattro galee e poca gente d'armi animosamente navigò verso il
litorale dell'Ungheria. Quantunque la _regina Maria_, divenuta moglie
di _Sigismondo_, fratello di _Venceslao re de' Romani_, possedesse
quel regno, pure si trovava esso lacerato da diverse animose fazioni,
volendo ognuna d'esse superiorizzare[1980]. Quivi dunque fu ricevuto
il re Carlo con grande allegrezza e colle possibili dimostrazioni
d'ossequio da ognuno, e nominatamente dalla regina Maria, e dalla
_regina Elisabetta_ sua madre, con passar fra di loro vicendevoli
carezze. Andò tanto innanzi il maneggio, che di consentimento
della maggior parte de' baroni _Carlo_ fu coronato in Alba Reale re
d'Ungheria. Portata questa nuova a Napoli nel dì 2 di febbraio, se ne
fece gran festa; ma non tardò molto a seguirne il pianto. Le regine
d'Ungheria, che aveano fin qui dissimulato il lor odio contra del
re Carlo, sperando che andassero a voto i di lui disegni, allorchè
si videro spossessate affatto del dominio, e passata in capo di lui
la corona[1981], tramarono col _conte Niccolò da Zara_, col vescovo
di Cinque Chiese e con altri baroni di lor seguito la morte del re
novello. Mentre egli dunque si trovava con esse in una camera, entrò un
Unghero che mortalmente il ferì nel capo a dì 7 di febbraio, e poi se
ne fuggì, mostrando intanto le regine grande smania per tal tradimento.
Forse sarebbe egli guarito dalla mortal ferita; ma il veleno fece del
resto, di maniera che nel dì 24 d'esso mese con sentimenti cristiani
terminò il suo vivere. Seguirono poi terribili rivoluzioni in Ungheria
per cagione di questo eccesso, e ne furono aspramente perseguitate le
regine, e tolta anche la vita alla madre; ma non appartenendo alla
storia nostra quegli affari, li tralascio. Di esso Carlo restarono
due figliuoli, _Ladislao_ e _Giovanna_, amendue, perchè d'età incapace
al governo, sotto la tutela della _regina Margherita_ lor madre. Ma,
uditasi la morte del re, allora sì che il partito degli Angioini si
rinvigorì, e tutti i ribelli alzarono il capo. Non tardò ad accendersi
più che mai la guerra. Tutta la casa Sanseverina, i conti di Cupersano,
quei d'Ariano, di Caserta ed altri baroni vennero fin sotto Napoli
con quattro mila e settecento cavalli; castello Sant'Ermo si ribellò;
Napoli stessa, senza voler ubbidire alla regina, volle governarsi coi
proprii uffiziali. Ed intanto i Sanseverini spedirono Ugo della lor
casa in Francia, per far venire il giovinetto duca d'Angiò, e signor
di Provenza, cioè _Lodovico_ figliuolo dell'altro _Lodovico d'Angiò_,
morto nell'anno antecedente, come s'è detto, in Bari[1982]. Perchè una
nave veneta carica di preziose merci, ma conquassata da una tempesta,
era giunta a Napoli, e ne fu occupato tutto il carico della regina
Margherita, se ne seppero ben vendicare i Veneziani: cioè le tolsero
l'isola di Corfù e la città di Durazzo, incorporandole col loro
dominio.
Sempre più s'andava riscaldando la guerra insorta tra _Antonio dalla
Scala_ signor di Verona e Vicenza, e _Francesco da Carrara_ signor di
Padova e Trivigi. Dopo varie ostilità riuscì nel dì 23 di giugno[1983]
a _Cortesia da Sarego_, generale dell'armata veronese, e cognato
dello stesso Scaligero, di superare i passi, e di entrar vittorioso
sul Padovano, con far di molti prigioni, e stendere poi le scorrerie
e i saccheggi sino alle porte di Padova. Quanto si ringalluzzì per
questo felice colpo lo Scaligero, altrettanto restò piena d'affanni
la città di Padova. Ma _Francesco da Carrara_, dopo aver confortato
il popolo suo, ed animatolo a rifarsi del danno, mosse l'esercito
suo contra dei nemici, che s'erano accampati alle Brentelle. Suo
capitan generale era _Giovanni d'Azzo degli Ubaldini_, maestro di
guerra. Il vecchio Gataro vi mette anche _Giovanni Aucud, Ugolotto
Biancardo, Antonio Balestrazzo, Brogia, Biordo, Giacomo da Carrara_,
il _conte da Carrara_, fratelli naturali di Francesco. Ma il testo di
quell'autore è qui difettoso; e s'ha da attendere l'altro del Gataro
giovine, senza confondere le imprese dell'anno seguente col presente.
Incontratesi dunque le due armate nel dì 25 di giugno, come ha anche il
Gazata[1984], vennero ad una general battaglia; e sul primo incontro
furono rovesciate le schiere de' contadini padovani, e messe in fuga.
Ma l'accorto Giovanni d'Azzo colle milizie veterane sì fieramente
assalì le squadre nemiche, benchè molto superiori di numero, che le
ruppe, e ne riportò un'intera vittoria. Restarono prigionieri lo stesso
_Cortesia da Sarego_ generale dei Veronesi, _Ostasio da Polenta_, ed
un gran numero di altri nobili o conestabili, tutti registrati dai
Gatari e dall'autore della Cronica Estense[1985]. Diconsi ancora fatti
prigionieri quattro mila e quattrocento sessanta soldati da piè e da
cavallo, e tre mila quattrocento cinquanta di bassa condizione. Gran
lunga meno ne dice il suddetto Cronista Estense, che merita in ciò, a
mio credere, più fede. Degli uccisi o annegati ottocento ventuno se ne
contarono; scrive il Gazata mille e ottocento, e che il fatto d'armi
durò quindici ore. Tutto allegro veniva al campo _Antonio dalla Scala_,
perchè sul principio volò a lui l'avviso che i Padovani erano già in
rotta. Sopraggiuntagli dipoi la nuova della totale sconfitta de' suoi,
in fretta se ne tornò a Verona, malcontento sicuramente di sè stesso
e dei suoi. Dopo questa vittoria, la quale non so come viene posta dal
sopraddetto Cronista Estense circa il dì 12 di maggio, spedì _Francesco
da Carrara_ ambasciatori a Verona per esortar lo Scaligero ad una buona
pace, con offerir anche onesti patti. Non ne riportarono essi se non
delle orgogliose risposte. Anzi si diede lo Scaligero ad assoldare più
che mai gente, e condusse il _conte Lucio Lando_ al suo servigio con
cinquecento lancie e quattrocento fanti. Riscattò ancora con danari
i nobili prigioni. All'incontro, il Carrarese spinse le vittoriose
sue milizie sul Veronese, che vi recarono immensi danni, e presero la
bastia di Revolone. Trasse egli ancora al suo soldo il famoso capitan
di guerra _Giovanni Aucud_, e maggiormente rinforzò l'esercito suo.
Per lo contrario, rimesso in forze lo Scaligero, e creato suo capitan
generale il suddetto conte Lucio, portò la guerra sul Trivisano, e
fece di molti progressi e danni. Continuarono dunque le ostilità con
gran vigore, finchè il verno consigliò tutti a prendere riposo. Ebbero
guerra nella primavera dell'anno presente[1986] i Bolognesi contra
de' conti di Barbiano, ed assediarono quel castello. Al loro soldo si
trovava il conte Lucio suddetto, che, secondo sua usanza, li tradì,
e però nel dì 8 d'aprile si aggiustarono quelle differenze, restando
il _conte Giovanni_ padrone come prima di quel castello. Fecero i
Bolognesi dipignere nel loro palazzo il suddetto conte Lucio, come
traditore, impiccato per un piede. S'era costui ritirato a Faenza, ed,
unitosi con _Astorre dei Manfredi_ signor di quella città, tornò ad
infestare ii territorio bolognese, e a tener mano coi Pepoli banditi
per farli ritornare in Bologna: il che costò la vita o il bando a
molti. Oltre a ciò, nel dì 15 di giugno cavalcarono con tutte le lor
forze i Bolognesi fino alle porte di Faenza, ardendo e saccheggiando.
Seguì poscia accordo fra essi ed Astorre de' Manfredi. Ma nel dicembre
di nuovo il conte Lucio colla sua compagnia venne sul Bolognese per
vendicarsi dell'affronto a lui fatto, e grandi ruberie ed incendii ne
seguirono.