NOTE:

[1940] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1941] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[1942] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[1943] Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.

[1944] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[1945] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1946] Chron. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1947] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1948] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 15.

[1949] Gazata, Chron. Regiens., tom. 19 Rer. Ital.

[1950] Theodor. de Niem, Hist. Raynald., Annal. Eccles.

[1951] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[1952] Bonincontrus, Annal., tom. eod.

[1953] Raynald., Annales Eccles.

[1954] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1955] Gatari, Istoria di Padova, tom. 21 Rer. Ital.

[1956] De Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.

[1957] Corio, Istoria di Milano.

Anno di CRISTO MCCCLXXXV. Indiz. VIII.

URBANO VI papa 8.

VENCESLAO re de' Romani 8.

Due strepitosi avvenimenti d'Italia apprestarono in quest'anno copiosa

materia da discorrere all'Europa tutta. Appartiene il primo a _papa

Urbano_. Ostinatamente continuava egli la sua residenza in Nocera

al dispetto del _re Carlo_ e dei cardinali di suo seguito[1958],

che adoperarono indarno esortazioni, preghiere e ragioni, perchè vi

pativano essi, e vi pativa più la dignità della santa Sede per varii

riguardi, ma specialmente per la rottura seguita col re Carlo. Un certo

Bartolino da Piacenza, ardito legista, divolgò in questi tempi una

scrittura di alquante quistioni, cercando, qualora il papa si trovasse

troppo negligente o inutile al governo, o talmente operasse di suo

capriccio, senza voler ascoltare il consiglio de' cardinali, che fosse

in pericolo la Chiesa: se in tal caso potessero i cardinali dargli uno

o più curatori, col parere de' quali egli fosse tenuto a spedir gli

affari d'essa Chiesa. Sosteneva che sì, adducendone varie ragioni. Dal

_cardinale di Manupello_ di casa Orsina fu segretamente avvisato il

papa che sei cardinali (cinque solamente ne riferiscono Teodorico di

Niem e l'autore de' Giornali Napoletani[1959]), cioè gli arcivescovi di

Taranto e di Corfù, e i cardinali di Genova, di Londra, di San Marco e

di Santo Adriano, personaggi tutti de' più dotti e cospicui del sacro

collegio, aveano veduta quella scrittura, e tener essi quella sentenza.

Fu inoltre supposto al papa che essi avessero tramata una congiura per

prenderlo nel dì 13 di gennaio, e di condannarlo poscia come eretico.

Andò nelle furie _Urbano VI_, li fece caricar di catene, e cacciarli

in dure prigioni nel dì 12 di esso mese; ed ordinò a Francesco Butillo

suo nipote che gli esaminasse per ricavarne la verità. La maniera di

ricavarla, giacchè si protestavano innocenti, fu quella de' tormenti.

A forza d'essi il vescovo dell'Aquila, accusato per complice, disse

tutto ciò che vollero i giudici. Si legge che gli stessi cardinali,

crudelmente tormentati, confessarono la congiura; ma, siccome diremo

appresso, ciò non sussiste; e quand'anche fosse succeduto, ognun sa

che mirabil virtù abbiano i tormenti per far dire anche ciò che non è

e non fu; e a buon conto i miseri sempre da lì innanzi costantemente

sostennero d'essere innocenti. Inutili furono stati gli uffizii del _re

Carlo_ e de' cardinali restati in Napoli in favore di quegl'infelici

porporati, i quali dall'inesorabil pontefice furono poscia dichiarati

privi della porpora e d'ogni dignità. E perciocchè ebbe egli sospetto,

oppur seppe che tutte queste mene erano procedute con partecipazione e

forte impulso del re Carlo, pubblicamente in Nocera scomunicò lui e la

_regina Margherita_, privolli anche del regno; e, posto l'interdetto a

Napoli, citò il re Carlo a dir le sue ragioni. Questi gagliardi passi

servirono a maggiormente sconcertar gli animi. Carlo, udito anche

il parere del clero, ordinò che non si osservasse l'interdetto, e

perseguitò chi volea osservarlo, sino a farne annegare alcuni. Molto

più poi irritato per la scomunica e sentenza suddetta, sul principio

di febbraio spedì il gran contestabile, cioè il _conte Alberico di

Barbiano_, collo esercito all'assedio di Nocera. Narra l'autore degli

Annali Napoletani che il pontefice assediato, tre o quattro volte il dì

s'affacciava ad una finestra, e colla campanella e torcia accesa andava

scomunicando l'esercito del re; e l'esercito non per questo si moveva

di là. Durante questo assedio furono altre volte crudelmente martoriati

i cardinali prigioni per farli confessare. Teodorico da Niem presente

non potè reggere a quell'orrendo spettacolo. Niun d'essi, secondo lui,

confessò. Furono rimessi nelle carceri coll'ossa slogate a patir fame

e sete, e gli altri malori della prigionia. Nel dì 5 di luglio arrivò

a Nocera con un corpo di valorosi combattenti _Raimondello Orsino_,

e fatta aspra battaglia colle genti del re, quantunque ne restasse

ferito al piede, pure entrò co' suoi nella città in aiuto del papa.

Guarito che fu, ricevuti dieci mila fiorini d'oro, passò in Calabria,

e mosse Tommaso Sanseverino ed un Lottario di Suevia a venir con tre

mila cavalli a liberare il papa. L'impresa ebbe effetto, e nel dì 8

d'agosto il pontefice uscì del castello, menando seco i cardinali e

il vescovo d'Aquila prigioni, e il suo tesoro; e da quegli armati per

montagne e vie scoscese fu condotto verso Salerno sino al mare, ma

non senza rischio d'essere detenuto dagli stessi ausiliarii, i quali

convenne placar coll'oro. Perchè il vescovo suddetto, malconcio per

gli sofferti tormenti e pel cattivo cavallo, era lento nel viaggio,

Urbano, sospettando malizioso il suo ritardo, riscaldossi così forte

per la collera, che il fece uccidere, lasciandolo senza sepoltura nella

via. Oh tempi, oh costumi! non si può far di meno di non esclamare.

Erasi dianzi accordato il papa con _Antoniotto Adorno_ doge di Genova

per avere soccorso da lui, promettendogli d'andar a fissar la sua

residenza in Genova stessa[1960]. Essendo ciò sembrato un bel guadagno

al doge, spedì egli dieci galere nel mare di Napoli, che furono pronte

al bisogno d'Urbano. Salito esso pontefice in galea, dopo aver toccata

Messina, felicemente arrivò in Genova nel dì 23 di settembre, e quivi

prese alloggio in San Giovanni, e vi si fermò poi tutto il resto

dell'anno. Nocera fu presa. Francesco Butillo nipote del papa restò

prigioniere.

L'altra avventura che in quest'anno fece gran rumore per tutta la

cristianità, fu la caduta di _Bernabò Visconte_. Era egli signore

della metà di Milano, e delle città di Lodi, Bergamo, Crema, Cremona,

Brescia, Parma e Reggio. Quattro figliuoli legittimi avea, oltre

ai bastardi, tutti e quattro valorosi, ambiziosi, capaci ognuno di

gran cose[1961]. Ad essi avea già distribuite le sue città, cioè a

_Lodovico_ Lodi e Cremona; a _Carlo_ Parma, Borgo San Donnino e Crema;

a _Ridolfo_ Bergamo, Soncino e Chiara d'Adda; a _Mastino_ minor di

tutti Brescia, la Riviera e Val-Camonica. Gli altri suoi figliuoli

sono annoverati nella Cronica Veneta del Sanuto[1962]. Godeva allora

Bernabò, contra il suo solito, la pace, ma non la godeano già i suoi

sudditi a cagion delle intollerabili estorsioni e gravezze loro

imposte, e per l'insolenza e libidine dei suoi figliuoli. La sua

bestial fierezza, i trasporti della sua collera e le violente sue

esecuzioni sopra la vita de' sudditi, anche per cagioni leggere, e

sopra tutto per la caccia, faceano tremar ognuno; laonde un sì aspro

e crudo governo era ben contraccambiato coll'odio universale de'

popoli. Della sua strabocchevol libidine altro non dirò, se non che vi

fu un tempo in cui si contarono trentasei figliuoli suoi viventi tra

legittimi e bastardi, e dieciotto femmine gravide di lui. Stava intanto

_Gian-Galeazzo Visconte_, conte di Virtù e suo nipote, in Pavia, della

qual città, siccome ancora di Piacenza, Novara, Alessandria, Bobbio,

Alba, Asti, Como, Casale di Santo Evasio, Valenza, Vigevano, e di varie

altre terre in Piemonte, era padrone. Perchè dalla moglie _Caterina_

niuna prole maschile aveva egli ricavato fin qui, già faceano i lor

conti sopra dei di lui Stati i figliuoli di Bernabò, anzi neppure si

vedeva egli sicuro in vita: sì smoderata era l'ambizione di Bernabò,

tuttochè suo zio e suocero, e quella de' suoi figliuoli. Fu anche

detto che Bernabò avesse fatti de' tentativi contro la vita di lui,

con istudiarsi di sedurre la figliuola, moglie d'esso Gian-Galeazzo,

la qual rivelasse tutto al marito. Comunque sia, l'arte tenuta da

Gian-Galeazzo per difendersi dalle sue insidie era quella di non

arrischiarsi mai di capitar in essa città di Milano, ancorchè a lui

spettasse il dominio della metà di quella città[1963]. Sopportava

anche in pace tutte le superchierie che gli facea di quando in quando

Bernabò; nè usciva mai senza un copioso accompagnamento di guardie.

Diedesi inoltre ad una maniera di vivere che è la più efficace per

ingannare altrui, cioè ad una vita divota[1964], conversando sempre

con religiosi, frequentando le chiese, facendo abbondanti limosine,

e mostrandosi alieno da ogni disegno di maggiormente ingrandirsi. Per

questo suo bigottismo Bernabò il tenea per uomo dappoco e da nulla.

Si cavò _Gian-Galeazzo_ la maschera in quest'anno. Fece egli prima

sapere a _Bernabò_ di voler passare alla visita della miracolosa

immagine della Madonna di Varese per adempiere un suo voto, e che il

pregava di scusarlo, se non entrava in Milano, quantunque sommamente

desiderasse d'abbracciare il suo carissimo zio e suocero. Poscia

partitosi da Pavia con grosso accompagnamento di gente, cioè delle sue

guardie e di assaissimi altri guerniti d'armi di sotto (nella Cronica

Estense[1965] è scritto, aver egli menato seco cinquecento lance),

nella sera del dì 5 di maggio si fermò a Binasco[1966], e nel dì

seguente cavalcò nelle vicinanze di Milano. Bernabò gli mandò incontro

due de' suoi figliuoli _Lodovico_ e _Ridolfo_ lungi due miglia, i quali

furono ben accolti e trattenuti con assai carezze. Allorchè fu egli

non molto distante dalla città, dove era allora lo spedale di Santo

Ambrosio, uscì anche _Bernabò_ per porta Vercellina, affine di fargli

una visita con poche guardie, cavalcando una mula, tuttochè avvertito

prima da un certo Medicina suo cortigiano di non fidarsi, perchè egli

avea poco prima osservato l'andamento, le vesti ed il contegno di

quella gran truppa, che non pareva apparato da divozione. Ma era giunto

il tempo che Dio voleva chiamare ai conti quell'uomo spietato, reo di

tanti peccati. Si abbracciarono, si baciarono lo zio ed il nipote; e

dopo sì bella festa _Gian-Galeazzo_, voltatosi a Jacopo dal Verme e ad

Antonio Porro, disse loro in tedesco _stinchier_. Allora fu circondato

Bernabò da tutti quegli armati; Jacopo gli tolse la bacchetta; Otto da

Mandello gli tirò di mano e fuor della testa della mula la briglia,

Guglielmo Bevilacqua gli tagliò il pendon della spada, gridando egli

indarno al nipote che non fosse traditor del suo sangue. Furono anche

presi e disarmati i suddetti due suoi figliuoli. Con questa preda

Gian-Galeazzo entrò per la porta di fuori nel castello di porta Zobbia,

che era suo. E di là poi, divolgato il caso, cavalcò per la città,

udendo le gioiose acclamazioni del popolo, che gridava: _Viva il conte,

e muoiano le gabelle e le colte_. Non vi fu chi alzasse un dito in

favore di Bernabò; anzi l'accorto Gian-Galeazzo per ben attaccare esso

popolo a' suoi interessi, gli permise di dare il sacco ai palagi del

medesimo Bernabò e de' suoi figliuoli, dove erano raccolte di grandi

ricchezze. Fu egli dichiarato signor generale di Milano, e la mattina

seguente se gli arrendè il castello di San Nazaro, fabbricato da

Bernabò, colla rocca di porta Romana. Quivi, secondo il Corio[1967],

vennero alle sue mani sei carra d'argento lavorato con altro prezioso

mobile, e settecento mila fiorini d'oro in contante. Il Gazata, storico

vivente allora, scrive[1968] che nella sola torre si trovò un milione

e settecento mila ducati o sia fiorini d'oro, oltre ai mobili preziosi

d'oro e d'argento. In pochi giorni vennero in potere di _Gian-Galeazzo_

Lodi, Bergamo, Crema, Soncino, Ghiara d'Adda, Cremona, Parma e Reggio,

a riserva de' castelli d'esse città, che ressero per qualche giorno,

ma in fine si diedero. _Carlo_ figliuolo di Bernabò, allorchè seguì

la prigionia del padre, udita tal nuova, corse a Cremona, poscia

a Parma, e di là a Reggio. Dappertutto trovò i popoli in sedizione

contra di lui per l'odiosa memoria di Bernabò; e però gli convenne

ritirarsi a Mantova, con passare dipoi in Germania ad implorare aiuto

dai duchi di Baviera e d'Austria suoi cognati. Il solo _Mastino_, altro

figliuolo di esso Bernabò, ma assai giovinetto, perchè di soli dieci

anni[1969], corso a Brescia sua città con un buon nerbo di combattenti,

sostenne per alquanti giorni l'assedio di quella cittadella aiutato

dai _Gonzaghi_ e da _Antonio dalla Scala_. Ma in fine capitolò la resa,

con promettergli Gian-Galeazzo dodici mila fiorini d'oro l'anno sino a

certo tempo, ma probabilmente con animo di nulla eseguire; che questo

era il suo costume.

Così in poco tempo quella volpe di _Gian-Galeazzo_, dopo aver

atterrato l'orso, giunse a formare una gran potenza in Lombardia,

la qual cominciò a dar gelosia e timore a tutti i vicini. Ardita e

pericolosa parve ai più sensati l'impresa da lui fatta; ma egli assai

informato quanto si potesse promettere de' popoli, tutti disgustati

per le bestialità, crudeltà ed estorsioni di Bernabò, si animò a

tentarla, e gli venne fatta. E perchè un gran dire fu dappertutto,

trattandosi di uno zio, egli pubblicò e mandò a tutti i principi un

manifesto, in cui, coll'esporre in parte le iniquità di Bernabò e de'

suoi figliuoli, cercò di giustificarsi come potè il meglio. Leggesi

questo manifesto negli Annali Milanesi da me dati alla luce; ma non

si può digerire ch'egli fingesse di essere stato assalito presso

a Milano da Bernabò, e che per difesa il facesse prigione. Fu poi

condotto Bernabò con Donnina sua amica nelle carceri del castello di

Trezzo, edificato da lui stesso, dove per più di sette mesi ebbe agio

di riconoscere l'instabilità delle grandezze umane, e di chiamare ai

conti la coscienza sua. Fugli poi dato il tossico, e nel dì 17 oppure

18 di dicembre, contrito de' suoi molti peccati, terminò i suoi giorni

in età di sessantasei anni. Fece Gian-Galeazzo, per chiarir ben la

sua morte, portare a Milano il di lui cadavero, dove gli furono fatte

sì solenni esequie, come se fosse morto signore di Milano, se non

che non avea lo scettro in mano. Gli fu poi data sepoltura in San

Giovanni in Conca, dove tuttavia si mira la statua sua a cavallo.

Potrebbe taluno maravigliarsi come di tanti principi, a' quali avea

maritate Bernabò le sue figliuole, niuno alzasse mai un dito per aiutar

lui o i suoi figliuoli. Ma così potente quasi in un momento divenne

Gian-Galeazzo, che non osò alcuno d'affacciarsi; e poi a debil canna

d'ordinario s'attiene chi si fida delle parentele. Per altro Galeazzo

sapea l'arte di governar popoli. Consolò ogni città col diminuir le

loro contribuzioni e gabelle, accordar que' privilegii che gli erano

chiesti, levar gli abusi passati, e far ministrare buona giustizia ad

ognuno. Il Gazata[1970], che fioriva in questi tempi, racconta aver

egli ridotto l'aggravio di mille e ducento fiorini d'oro, che pagava il

popolo di Reggio ogni mese, a soli quattrocento: conchiudendo ch'egli

trasse dall'inferno le città già suddite di Bernabò, e le mise in

paradiso. La tirannia, la crudeltà e il troppo salassare i popoli non

furono mai il vero mezzo per continuare o propagare i dominii.

Fu in quest'anno guerra nel Friuli. Avea _papa Urbano_ conferito il

patriarcato d'Aquileia in commenda a _Filippo d'Alanzone_ della real

casa di Francia, cardinale vescovo di Sabina, e sua creatura[1971].

S'ebbero a male quei d'Udine, perchè chiesa cotanto insigne e

fornita di sì nobil principato fosse ridotta alla condizion di

tante badie, allora date in commenda, cioè in preda ai cacciatori

di beni ecclesiastici, senza dar loro un vero patriarca. Però nol

vollero accettar per signore, e pochi furono que' luoghi che a lui

si sottomettessero. Si venne perciò all'armi. Ricorse il cardinale

a _Francesco da Carrara_ signor di Padova, siccome confinante per

la tenuta di Trivigi, Ceneda, Belluno e Feltre; anzi fece a lui

raccomandare da _papa Urbano_ la protezione de' suoi affari. Perchè la

brama o avidità di accrescere i proprii Stati è una febbre innata in

tutti i dominanti, ma in chi più, in chi meno gagliarda a misura delle

forze; il Carrarese vi saltò dentro a piè pari. Non è se non probabile

che egli meditasse di procacciarsi una parte almeno di que' dominii.

Ma i _Veneziani_, a' quali stava sul cuore ogni movimento del Carrarese

odiato, si misero segretamente a dar aiuti di gente e danaro al comune

di Udine. Nè ciò bastando, mossero contra di Francesco da Carrara il

signor di Verona e Vicenza, cioè il giovane _Antonio dalla Scala_,

pagandogli sotto mano ogni mese quindici mila fiorini d'oro. Invanitosi

lo Scaligero per aver dalla sua la possente repubblica di Venezia, per

quante preghiere e ragioni adoperassero gli ambasciatori padovani, non

si volle mai rimuovere dal contratto impegno; e, fatta massa di gente,

dimandò il passo per mandarla in Friuli in aiuto di Udine. Questo

gli fu negato; e però cominciò a far delle scorrerie sul Padovano. Il

Carrarese anch'egli per rendergli la pariglia, e a più doppii, fece

cavalcar le sue genti con quelle del patriarca d'Aquileia sul Veronese

e Vicentino, che ne riportarono inestimabil bottino. Mandò Antonio

dalla Scala a dolersene col Carrarese, e gli fece con alterigia sapere

di volerne vendetta, quand'anche dovesse perdere Verona e Vicenza; e

che forse riuscirebbe ad un can giovine di prendere una volpe vecchia.

_Francesco da Carrara_ rigettò sulle genti del patriarca quell'insulto,

e saggiamente si offerì di far pace, e di rifare i danni dati. Ma lo

Scaligero, sempre più alzando la testa, persistè nel suo proposito, ed

attese più che prima a fornirsi di soldati. Nell'anno presente[1972]

cessò di vivere in Rimini _Galeotto Malatesta_ signore di quella città,

rinomato per la sua prodezza e saviezza. _Pandolfo_ e _Carlo_ suoi

figliuoli unitamente succederono ne' suoi Stati. Furono ancora novità

a' dì 13 di dicembre nella città di Forlì[1973]. Quivi signoreggiava

_Sinibaldo degli Ordelaffi_. Gli vollero risparmiar la fatica di

comandare due suoi nipoti _Pino_ e _Cecco degli Ordelaffi_; e però il

presero e cacciarono in prigione, assumendo essi l'intero dominio di

quella città.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 133 / 216 题