NOTE:

[1934] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Raynald., Annal.

Ecclesiast.

[1935] Theodoric. de Niem, Histor.

[1936] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1937] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.

[1938] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Rubeus, Hist. Ravenn.

[1939] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXXXIV. Indiz. VII.

URBANO VI papa 7.

VENCESLAO re dei Romani 7.

Il guasto grande che la peste avea fatto nell'armata del _duca d'Angiò_

accrebbe l'animo a _Carlo re di Napoli_ per finalmente uscire in

campagna con tutte le sue forze: al che nello stesso tempo l'incitava

_papa Urbano_, a cui troppo stava a cuore l'abbattere questo potente

protettore dell'antipapa[1941]. Maggiore impulso venne ancora dalle

nuove che era in moto un altro esercito di cavalleria, che il re di

Francia spediva in rinforzo del duca suo zio. Ascendeva l'armata del

_re Carlo_ a sedici mila cavalli e a molta fanteria; e seco erano

assaissimi baroni napoletani, la lista de' quali si legge ne' Giornali

da me dati alla luce. Nel dì 12 d'aprile arrivò il re Carlo con queste

genti a Barletta, e fece prigione _Raimondello Orsino_, uno dianzi de'

suoi più potenti e più prodi partigiani, probabilmente per sospetti

di sua fede, ma non finì il mese stesso che questi ebbe la fortuna

di fuggirsene e di passare all'armata del duca d'Angiò, il quale con

grandi carezze il ricevette, e diedegli, mercè d'un matrimonio, il

contado di Lecce. Ora trovandosi il re Carlo in Barletta, mandò nello

stesso dì 12 al duca d'Angiò il guanto della disfida. Accettollo il

duca di buon cuore, e diede per risposta, che fra cinque dì sarebbe

alle porte di Barletta. Nulla più desiderava egli che di decidere

la contesa con una battaglia. Ma il re Carlo, apprendendo poscia il

rischio, a cui con quella disfida avea esposto sè stesso e la corona,

fece venire al campo _Ottone duca di Brunsvich_, già marito della

regina Giovanna, fin qui stato prigione nel castello di Molfetta, per

consigliarsi seco, ben conoscendolo un capitano di rara sperienza e

saviezza. Ottone, ben pesate le cose, fu di parere che il re tenesse a

bada per alquanti giorni il nemico, e si guardasse da battaglia, perchè

il duca d'Angiò non potea tener la campagna, e da per sè si andrebbe

disfacendo. Però, a riserva di qualche scaramuccia vantaggiosa pel re

Carlo, fatto di armi non seguì, e l'Angioino deluso e malcontento se ne

ritornò indietro. Allora il re, per ricompensa del buon servigio, mise

in libertà il duca di Brunsvich, e questi lieto se n'andò a trovare il

papa.

Era passato da Napoli esso pontefice a Nocera, città di suo nipote,

nel dì 16 di maggio, dove la sua corte patì di molti disagi. Nel

giugno s'infermò di peste, o d'altro pericoloso male, il _re Carlo_,

e con gran fatica la scampò. Ma per lo stesso malore essendo morto

il contestabile del regno, conferì questa carica al _conte Alberico

da Cunio_, ossia da Barbiano. Diversa ben fu la sorte del suo

avversario, cioè di _Lodovico duca d'Angiò_, principe già intitolato

re di Napoli. O sia che egli fosse attossicato, o preso dalla peste,

oppure, come abbiamo dai giornali suddetti, ch'egli si riscaldasse

troppo nel voler impedire il sacco già incominciato da' suoi soldati

nella città di Biseglio, che spontaneamente se gli era data: certo è,

aver egli terminata in Bari la carriera del suo vivere[1942] nel dì

10 d'ottobre. Nella Cronica di Forlì[1943] è riferita la di lui morte

a' dì 11 di settembre. Tramandò egli a _Lodovico_ suo figliuolo di

tenera età in questi tempi la signoria della Provenza e degli altri

suoi Stati di Francia, e le sue pretensioni sul regno di Napoli. Per

questo colpo d'inaspettata fortuna rimase senza maggior fatica il re

Carlo vincitore, perchè le milizie angioine a poco a poco andarono

sfumando per ridursi al loro paese, e non ne restò che una parte, la

quale si mise sotto gli stendardi di _Raimondello Orsino_, valoroso

continuator della guerra in quel turbatissimo regno. Erasi partito

nella state dell'anno presente, siccome dianzi accennammo, per ordine

del re di Francia Engerame sire di Cussì, ossia Coucy, con copiosa

moltitudine d'uomini d'armi, per venire in aiuto del duca d'Angiò

Lorenzo. Buonincontro[1944] li fa ascendere a quindici mila cavalli; ma

l'autore della Cronica Estense[1945] ed altri[1946] neppure contano la

metà. Fecero costoro gran danno al Piacentino in passando, con avervi

bruciate e saccheggiate varie ville. Per la via di Pontremoli passarono

a Lucca. In gran timore ed affanno furono per questo i Fiorentini;

ma il buon uso de' regali e di una ambasceria li difese. Altrettanto

fecero i Sanesi[1947]. I nobili Tarlati da Pietramala cogli altri

Ghibellini usciti d'Arezzo di tal congiuntura si prevalsero per levar

la signoria di quella città a _Carlo re di Napoli_. Nella notte del dì

29 di settembre il sire di Cussì colle sue brigate, avendo scalate le

mura d'Arezzo, v'entrò, e restò di nuovo messa a sacco quell'infelice

città. Si ridussero bensì nel castello le genti del re Carlo e i

Guelfi, ma immantenente furono quivi assediati dai Franzesi. Allora

i Fiorentini, che non poteano mirar di buon occhio gli oltramontani

in quel nido, trattarono di far lega co' Sanesi, Perugini e Lucchesi,

e intanto spedirono l'esercito loro ad assediare la città di Arezzo.

Ma eccoti giugnere la nuova che _Lodovico duca d'Angiò_ avea chiusi

gli occhi a questa vita: il che fece risolvere il sire di Cussì a

vendere quella spopolata città, per ritornarsene alle sue contrade.

Data l'avrebbe ai Sanesi par venti mila fiorini d'oro[1948]. Non

seppero questi abbracciare così buon partito. I Fiorentini, più presti

e sagaci, conchiusero essi il contratto colla spesa di cinquanta mila

fiorini, e con far paura di guerra ai Sanesi, se non lasciavano quel

maneggio. Così la città d'Arezzo, ma desolata, venne, ossia ritornò per

suo meglio alle mani de' Fiorentini nel dì 20 di novembre, e da lì a

pochi giorni anche il cassero, ossia la fortezza, fu loro consegnata da

_Jacopo Caracciolo_ vicario del re Carlo. Gran festa si fece per tale

acquisto a Firenze[1949]. I Tarlati con un manifesto spedito a tutti i

principi d'Europa pubblicarono per traditore il sire di Cussì, perchè

contro ai patti e giuramenti avea venduta quella città.

Dimorava tuttavia in Nocera papa _Urbano VI_, e questa sua lunga

permanenza nel regno dispiacea forte alla real corte di Napoli[1950],

che temea (se pur non ne avea anche delle pruove) che un cervello sì

ambizioso e fantastico facesse degl'intrighi per torre il regno al

re, e darlo al suo caro nipote Butillo. Per farlo tornare a Roma,

anche la _regina Margherita_ gli avea usato delle insolenze, con

impedire il passaggio delle vettovaglie a Nocera. Ora guarito che fu

il _re Carlo_ dalla sua lunga e pericolosa malattia[1951], e tornato

a Napoli nel dì 10 di novembre, informato del dimorar tuttavia il

pontefice in Nocera, e de' sospetti che correvano, orgogliosamente

gli mandò a dimandar la cagione perchè si fosse partito da Napoli,

e a dirgli che vi tornasse. Doveva egli tener per meglio di averlo

sotto i suoi occhi[1952]. La risposta d'Urbano fu, essere il costume

dei re d'andare a' piedi del papa, e non già che il papa andasse ai

re. A questo tuono aggiunse, che se Carlo desiderava di averlo per

amico, liberasse il regno da tante gabelle. Replicò allora il re con

più ardenza, ch'egli ne imporrebbe delle nuove; quello essere regno

suo, conquistato coll'armi; e che il papa s'impacciasse de' suoi preti.

Di qui ebbe principio una guerra scoperta fra il papa e il re Carlo.

Rapporta il Rinaldi[1953] una bolla di questo pontefice, data in Napoli

nell'ultimo dì di novembre dell'anno presente, in cui, perchè era in

collera con tutti gli ordini religiosi, proibì loro il poter confessare

e predicare senza licenza de' parrochi. Suppone tal bolla tornato il

papa a Napoli: il che non s'accorda coi giornali suddetti. Fece in

quest'anno la peste molta strage in Genova[1954], ed ogni settimana

circa novecento persone erano portate al sepolcro. Nel mese di giugno

fu da essa colpito e poi rapito _Leonardo da Montaldo_ doge di quella

repubblica, per le sue virtù ed abilità degno di più lunga vita; e in

luogo suo fu eletto doge _Antoniotto Adorno_, dianzi bandito da quella

città. Avea nel precedente anno _Francesco da Carrara_[1955] talmente

angustiata la città di Trivigi, con prendere tutto all'intorno le

castella e fortezze, che _Leopoldo duca d'Austria_ cominciò a gustar le

proposizioni di pace, e di vendere quella città al Carrarese. In fatti

seguì fra loro il contratto, e parimente per quello di Ceneda, Feltre

e Cividal di Belluno, secondo il Gataro iuniore, Francesco da Carrara

pagò sessanta mila fiorini d'oro al duca. Ma il vecchio Gataro parla

di cento mila, aggiugnendo di più, che sì gran somma fu ricavata sotto

nome di prestito dalle borse de' cittadini padovani: e però laddove

quel popolo avrebbe dovuto rallegrarsi non poco per l'accrescimento

della potenza, altro non s'udì che mormorazioni, altro non si vide

che malinconia, rari ben essendo que' popoli che non paghino caro

le conquiste fatte dai loro signori. Nel dì 4 di febbraio fu dato

il possesso di quella città al Carrarese, il quale magnificamente lo

prese, e attese da lì innanzi a procacciarsi l'amore di quel popolo,

che tanto avea patito, con donar loro grani da seminare, coll'esentarli

da molte gravezze, con prestar danari ai marcatanti[1956], acciocchè

tornasse a fiorire quella città; e in fine col conferir posti lucrosi

ai Trivisani si studiò di amicarseli tutti. Mancò di vita in quest'anno

nel dì 18 di giugno _Beatrice_, comunemente appellata _Regina dalla

Scala_, moglie di _Bernabò Visconte_. Era, secondo il Corio[1957],

donna empia, superba e insaziabile in raunar tesori, e per ingrandire

i figliuoli fu creduto che essa macchinasse contro la vita di

_Gian-Galeazzo Visconte_ signor di Pavia e d'altre città.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 132 / 216 题