NOTE:

[1902] Fazellus de Reb. Siculis.

[1903] Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Redusio, Chron., tom.

19 Rer. Ital.

[1904] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1905] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1906] Theodoric. de Niem., Gobelinus, et alii.

[1907] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[1908] Bonincontrus Morigia, Annal., tom. 21 Rer. Italic.

[1909] Gorelli, Chron., tom. 15 Rer. Ital.

[1910] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXXXII. Indiz. V.

URBANO VI papa 5.

VENCESLAO re de' Romani 5.

_Lodovico duca d'Angiò_, che a tempo non era potuto venire in Italia

per impedir la caduta e prigionia della _regina Giovanna_, si mise

in quest'anno in cuore di liberarla dalle mani del _re Carlo_. A tale

effetto raunò un formidabile esercito di Franzesi e d'altre nazioni.

Costume è de' popoli, ed anche de' principi, siccome abbiam detto più

volte, d'ingrandire a dismisura il ruolo delle armate. Oltre all'autore

della Cronica di Forlì[1913], il Gazata[1914], vivente allora, giugne a

dire che il di lui esercito ascendeva a sessantacinque mila cavalieri.

L'autore degli Annali Milanesi[1915] gliene dà quarantacinque mila.

Ma il Cronista Estense[1916] e Matteo Griffoni[1917] con più giudizio

scrissero ch'egli entrò in Italia con quindici mila cavalli, e tre

mila e cinquecento balestrieri; ed avea seco _Amedeo conte di Savoia_,

principe di gran riputazione. Era questo duca d'Angiò, se si ha da

credere al Gazata, uomo crudelissimo, e da tutti odiato in Francia.

Vantavasi egli di venire in Italia per abbattere _papa Urbano_,

giacchè egli riconosceva l'antipapa Clemente per vero papa. Rapporta

il Leibnizio[1918] un atto curioso d'esso Clemente, cioè una bolla

di lui, colla quale instituisce e dona al suddetto duca d'Angiò e a'

suoi discendenti il _regno dell'Adria_, formandolo colle provincie

della marca di Ancona e Romagna, col ducato di Spoleti, colle città

di Bologna, Ferrara, Ravenna, Perugia, Todi, e con tutti gli altri

Stati della Chiesa romana, a riserva di Roma, Patrimonio, Campania,

Marittima e Sabina. Dio non permise poi un sì grave assassinio allo

stato temporale de' romani pontefici. Quell'atto vien riferito da esso

Leibnizio nell'anno presente 1382. Ma ivi si legge: _Datum Spelunga

Cajetanae Dioecesis XV kalendas maji, pontificatus nostri anno primo_:

note indicanti l'anno 1379. Ma non par molto verisimile che, stando

allora l'antipapa nel territorio di Gaeta, ideasse così di buon'ora

uno smembramento tale degli Stati della Chiesa. Comunque sia, affine

di potere sicuramente passare per gli Stati de' Visconti, _Lodovico_

cercò l'amicizia di _Bernabò_, e si convenne che il Visconte darebbe

in moglie _Lucia_ sua figliuola ad un figliuolo d'esso duca, e gli

presterebbe quaranta mila fiorini d'oro, con altri patti d'assistenza

per la conquista del regno di Napoli[1919]. Negli Annali Milanesi[1920]

è scritto avergli Bernabò promesso ducento mila fiorini d'oro a titolo

di dote: e lo stesso autore, siccome il giornalista napoletano[1921],

ci conservarono il registro dell'insigne nobiltà e baronia che

accompagnò esso duca d'Angiò a questa spedizione. Fece Bernabò quante

finezze potè all'Angioino nel suo passaggio; passaggio ben greve ai

territorii, che tanta cavalleria ebbero a mantenere, e sofferir anche

lo spoglio delle case. Furono ben trattati i Bolognesi; e _Guido da

Polenta_ signor di Ravenna alzò le bandiere d'esso duca di Angiò[1922].

Aveva il _re Carlo_ spedito il _conte Alberico da Barbiano_ con

trecento uomini d'armi per opporsi a questo passaggio. Per tale, benchè

picciolo, aiuto Forlì e Cesena tentate dal duca si sostennero, e vi

furono solamente bruciate alcune ville. Anche _Galeotto Malatesta_

negò la vettovaglia. Ciò non ostante, e quantunque Alberico avesse dato

il guasto a tutto il foraggio del paese di là da Forlì, pure l'armata

angioina nel mese d'agosto passò oltre, ed essendosegli data Ancona,

arrivò finalmente nel regno di Napoli. L'autore della Cronica di Rimini

scrive[1923] d'aver veduto passar quest'armata, e parve a lui e ad

altri vecchi pratici della guerra di non essersene mai veduta una sì

grossa, nè di più bella gente, di modo che comunemente si credeva che

fossero più di quaranta mila cavalli. Intanto il re Carlo, sentendo

qual turbine terribile romoreggiasse contra di lui, secondo la mondana

politica credette non essere più da lasciare in vita l'imprigionata

_regina Giovanna_. Sui principii la trattò egli con assai umanità, le

fece anche delle carezze, sperando d'indurla a cedere in suo favore non

solo il regno di Napoli, ma anche la Provenza[1924]. Tale nondimeno era

l'odio che in suo cuore covava essa regina contra di questo ladrone

(così ella il chiamava), che mai non volle consentire. Arrivate

le galee di Marsiglia, siccome dissi, troppo tardi in aiuto suo,

allora il re Carlo rinforzò le batterie, acciocchè essa confessasse

d'essere trattata da madre, e comandasse ai Provenzali di ricevere

esso re Carlo per signore. Finse ella di acconsentire, ma come furono

condotti alla presenza sua gli uffiziali di quelle galee, da donna

magnanima disse loro quanto potè di male del re Carlo, ordinando che

si sottomettessero, non mai a quell'assassino, ma bensì a _Lodovico

duca d'Angiò_, eletto da lei per suo erede; e che per conto di lei ad

altro non pensassero se non a farle il funerale, e a pregar Dio per

l'anima sua. Da ciò venne che il _re Carlo_ la fece chiudere in dura

prigione; ed allorchè intese che con tante forze era per venire il duca

d'Angiò per liberarla, nel dì 12 di maggio, siccome hanno i Giornali

di Napoli[1925], oppure nel dì 22, come ha il testo di Teodorico

di Niem[1926], o col veleno, oppure, come fu voce e credenza più

accertata, con laccio di seta la fece privar di vita, e poscia esporre

il suo cadavero, acciocchè fosse veduto da tutti. Tal fine ebbe la

misera regina, la cui fama di molto restò annerita per la morte del suo

primo marito Andrea, in cui certo è che ebbe mano. Tristano Caracciolo,

scrittore di gran senno ed onoratezza, da lì a cent'anni fece assai

conoscere che nel resto delle azioni sue fu principessa giusta, saggia

e degna di lode, benchè con fine sì ignominioso miseramente terminasse

la vita.

Entrato il _duca d'Angiò_ per la parte d'Abruzzo nel regno di Napoli,

fu messo in possesso dell'importante città dell'Aquila, datagli da

_Ramondaccio Caldora_. Ebbe Nola, Matalona, ed altre città e terre.

Seco fu una gran frotta di baroni napoletani, che aveano tutti sposato

il partito di lui e dell'infelice regina. Veggonsi essi ad uno ad uno

annoverati dal Buonincontri ne' suoi Annali[1927]. E quindi nacque

la fazione _angioina_, che lungo tempo durò poi, e tenne diviso quel

regno. Per mediazione di _papa Urbano_ condusse il _re Carlo_ al

suo soldo _Giovanni Aucud_ con due mila e ducento cavalli[1928], che

nel dì 22 d'ottobre giunse a seco unirsi. Così venne egli ad avere

quattordici mila cavalli al suo servigio; ma il _duca d'Angiò_ ne

contava molte migliaia di più. Avrebbe il re potuto venire ad un fatto

d'armi, siccome bramavano gli avversarii franzesi; ma, per consiglio

del saggio _conte Alberico da Barbiano_, volle star sempre alla

difesa, sperando che vedrebbe a poco a poco dissiparsi e venir meno

le soldatesche del principe nemico, siccome in fatti avvenne. Portata

al duca d'Angiò la nuova che l'Aucud era venuto a militare contra

di lui, considerandolo tuttavia come capitano dei Fiorentini, ordinò

che in Provenza fossero prese tutte le merci de' Fiorentini: ordine

che fu puntualmente eseguito con grave danno di quella nazione[1929].

Verità o finzione fosse, certo è che i Fiorentini l'aveano casso. Nel

mese d'ottobre del presente anno mancò di vita _Lodovico da Gonzaga_

signor di Mantova[1930], e andò a rendere conto a Dio dei due suoi

fratelli _Ugolino_ e _Francesco_ uccisi per ordine suo. Aveva atteso

a mettere insieme gran danaro. Gli succedette nel dominio _Francesco_

suo figliuolo, che avea per moglie una figliuola di _Bernabò Visconte_.

L'ultimo anno ancora della vita di _Lodovico re d'Ungheria e di

Polonia_ fu questo, cioè di un principe che abbiam veduto mischiato

non poco negli affari d'Italia, e che lasciò dopo di sè una memoria

gloriosa per la sua pietà e per le sue memorabili imprese[1931].

Di lui non restò prole maschile. Solamente ebbe due figliuole, cioè

_Maria_, che ereditò il regno d'Ungheria, e coronata prese il nome di

re, e non di regina. Ad _Edvige_, altra sua figliuola, toccò il regno

di Polonia. A questa grande eredità aspirava _Carlo di Durazzo_ re

di Napoli, pretendendo dovuti quei regni a sè, come maschio e parente

stretto; ma per ora, trovandosi egli troppo occupato dalla guerra col

_duca d'Angiò_, con dissimulazione se la passò. In vigor della pace

fra i Veneziani e Genovesi, dovea essere consegnato ad _Amedeo conte di

Savoia_ l'importante castello di Tenedo[1932]. Spedirono essi l'ordine,

ma _Zanachi Mudazzo_ capitano di quella fortezza si ostinò in non

volerla consegnare. Creduto ciò un'invenzione de' Veneziani, fu fatta

in Genova gran rappresaglia e sequestro delle merci che erano ivi de'

Fiorentini, perchè questi erano entrati mallevadori della consegna e

distruzione di Tenedo. I Veneziani, che operavano con sincerità, furono

obbligati a spedire uno stuolo di galee e d'altri legni colà, che,

assediato quel castello, l'astrinsero nell'anno seguente alla resa,

e dipoi lo smantellarono, portando altrove tutti gli abitanti. Venne

a morte nel dì 5 di giugno _Andrea Contareno_ doge di Venezia[1933],

principe glorioso per aver salvata la patria in mezzo a tanti pericoli.

Ebbe per successore _Michele Morosino_, eletto doge nel dì 10 d'esso

mese. Ma poco potè egli godere di quell'eccelsa dignità, di cui era

sì meritevole per le sue rare virtù, perchè Dio il chiamò a sè nel

dì 15 d'ottobre. Però l'elezione di un altro doge, fatta nel dì 24 di

novembre, cadde nella persona di _Antonio Veniero_.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 130 / 216 题