[1888] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1889] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1890] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1891] Theodericus de Niem., lib. 1, cap. 22.
[1892] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1893] Vita Clementis Antipap., P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[1894] Chinazzi Istor., tom. 15 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova,
tom. 17 Rer. Ital.
[1895] Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15
Rer. Ital.
[1896] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1897] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1898] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di
Firenze, lib. 15.
[1899] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1900] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.
[1901] Corio, Istor. di Milano.
Anno di CRISTO MCCCLXXXI. Indizione IV.
URBANO VI papa 4.
VENCESLAO re de' Romani 4.
In quest'anno ancora seguitò la guerra fra i Veneziani e Genovesi per
mare[1903]; e _Carlo Zeno_, valente generale de' primi, fatti quanti
danni potè agli altri, conservò l'onor della patria colle sue navi
in corso. Ma per la guerra di terra non fu già propizia la sorte ai
Veneziani. _Francesco da Carrara_ continuava l'assedio o blocco di
Trivigi, ed avendo occupate varie castella e paesi d'intorno, impediva
ai Veneziani il recar soccorso a quell'afflitta città. Però il senato,
che per le passate disgrazie si trovava esausto di denaro e scarso di
combattenti, pensò ad abbandonar la terra, per attendere unicamente al
mare, dove tuttavia erano assai forti i maggiori loro avversarii, cioè
i Genovesi. Trivigi non si potea lungo tempo sostenere: ma piuttosto
che lasciarlo cadere in mano del Carrarese, determinarono i Veneziani
di donare ad altri quella città: tanto era l'odio che gli portavano, e
sì forte il riguardo ch'egli maggiormente non s'ingrandisse. Spedirono
dunque _Pantaleon Barbo_ a _Leopoldo duca d'Austria_, offerendogli
Trivigi, purchè egli prendesse a far guerra contra del Carrarese. Nel
dì 2 di maggio diedero essi al duca il possesso di quella città: il che
fu una stoccata al cuore di _Francesco da Carrara_, il quale, dopo aver
ridotto Trivigi alle estremità, si vide sul più bello tolto il boccone
di bocca. Pertanto ordinò egli nel dì 6 di maggio che il suo campo,
giacchè il duca era in viaggio, si levasse di sotto a quella città. Ma
venendo Pantaleon Barbo suddetto colà con due carrette cariche di panno
d'oro e d'argento, per regalare il duca d'Austria alla sua entrata
in Trivigi, inciampato nelle truppe padovane, fu preso con tutto il
suo equipaggio, e condotto a Padova sotto buona guardia. Era egli il
maggior nemico che si avesse il Carrarese; e tuttochè graziosamente
fosse rimesso in libertà, con promessa di non essergli contro, pure
operò peggio di prima. Nel dì 7 del mese suddetto arrivò il duca
Leopoldo con circa dieci mila cavalli nei contorni di Trivigi, e nel
dì 9 fece la sua solenne entrata in essa città. Poco si fermò egli,
e, lasciato quivi un copioso presidio, se ne tornò in Germania. Ed
intanto il Carrarese seguitava a prendere le castella del Trivisano con
istupor d'ognuno, e vi faceva inalberar le bandiere del re d'Ungheria,
con dire di essere suo servitore. Di pace intanto si trattava alla
gagliarda fra i Veneziani e la lega. Erasi interposto _Amedeo conte
di Savoia_, duca di Chablais, e marchese d'Italia, principe allora di
sommo credito, per quetar tanti turbini; e per la fede che ebbero in
lui tutti gl'interessati, fu egli appunto accettato come mediatore
e compromessario di sì gloriosa impresa. A questo fine concorsero
a Torino le ambascerie del _re d'Ungheria_, de' _Veneziani_, de'
_Genovesi_, del _signore di Padova_, e del _patriarcato d'Aquileia_,
che, per la morte del patriarca _Marquardo_, succeduta in quest'anno,
si trovava allora mancante di pastore. Proferì il conte di Savoia il
suo laudo nel dì 8 d'agosto in Torino[1904], in cui decretò che il
castello di Tenedo fosse rimesso in sua mano per due anni, dopo i quali
lo dovesse spianare; che al Carrarese si restituissero alcuni luoghi,
ed egli fosse disobbligato dai patti della pace dell'anno 1372, con
altre condizioni ch'io tralascio. Da questa concordia restò escluso
_Bernabò Visconte_. Non si può abbastanza esprimere l'universale
allegria che questa pace produsse, massimamente nei popoli ch'erano
mischiati nella guerra. E allora fu che il senato veneto mantenne la
data parola a chi più degli altri si era segnalato in aiuto della
patria, con avere specialmente alzate alla nobiltà veneta trenta
famiglie popolari.
Era già pervenuto a Roma _Carlo dalla Pace_ colla sua armata, siccome
avvertimmo di sopra[1905]. Il _pontefice Urbano_ non solamente
l'investì del regno di Napoli con sua bolla data nel dì primo di
giugno, ma solennemente ancora di sua mano il coronò nel giorno
seguente in tal congiuntura; e giacchè questo pontefice era tutto
pieno di pensieri temporali, si obbligò ancora esso Carlo di conferire
il principato di Capoa a _Francesco Prignano_ nipote di lui, cioè la
miglior parte del regno, conquistato ch'egli l'avesse. L'ardore con
cui Urbano procedeva in questo affare, più che mai comparve; perciocchè
allora fu specialmente[1906], che spogliò chiese ed altari per fornir
di moneta questo suo favorito campione. Seco inoltre unì quante truppe
potè, e colla sua benedizione l'inviò contro la _regina Giovanna_. Avea
questa riposte le sue speranze nel valore di _Ottone duca di Brunsvich_
suo consorte, e nelle fallaci promesse de' baroni napoletani[1907]. Ma
era troppo divisa la cittadinanza di Napoli. Volevano alcuni la regina,
altri papa Urbano, altri il re Carlo. Si oppose Ottone sulle frontiere
all'esercito nemico; ma gli convenne ritirarsi[1908]. Inoltratosi il
re Carlo fin sotto a Napoli, dove s'era afforzato il duca Ottone, fu
creduto che si verrebbe a battaglia; ma trovaronsi traditori che nel
dì 16 di luglio aprirono una porta della città al re Carlo. Entrato
ch'egli fu, Ottone, dopo aver trucidato cinquecento de' nemici, si
ridusse ad Aversa, e la regina in Castel Nuovo, dove restò assediata e
in gravi angustie, perchè per balordaggine de' suoi ministri si trovò
sfornita di vettovaglia. Fu dunque obbligata a capitolare, che se nel
termine di alquanti giorni non veniva tal forza che la liberasse, ella
si renderebbe al re Carlo, il quale nello stesso tempo mostrava delle
buone intenzioni per lei. Perciò il duca Ottone nel dì 25 d'agosto,
ultimo della capitolazione fatta, calato da castello Sant'Ermo, andò
con sue genti a tentar la fortuna, ed attaccò un fiero combattimento
coll'esercito del re Carlo. Ma essendo stato ucciso _Giovanni marchese
di Monferrato_, che militava con lui (ed ebbe perciò successore nel
dominio dei suoi stati _Teodoro II_ suo minor fratello), e lo stesso
duca Ottone nel calor della battaglia essendo restato gravemente ferito
(non si sa se da' suoi o da' nemici) e poi fatto prigione, si mise in
rotta e fuga tutto l'esercito suo. Questa vittoria decise del resto. La
_regina Giovanna_ rendè sè stessa e i castelli nel giorno seguente al
re vincitore, e fu poi mandata prigioniera al castello di San Felice.
La maggior parte delle terre a lui parimente prestò ubbidienza. Nel
dì primo di settembre arrivò a Napoli il conte di Caserta con dieci
galee di Provenza, credendo di soccorrere la regina; ma ritrovò cielo
nuovo in quelle parti. All'incontro giunse a Napoli _Margherita_,
moglie del _re Carlo_, con _Ladislao_ e _Giovanni_ suoi figliuoli nel
dì 11 di novembre, e nel dì 25 fu coronata regina dal cardinale legato
apostolico con gran festa ed allegrezza di quel popolo, che per suo
costume ogni dì vorrebbe dei re nuovi.
Accaddero in quest'anno le calamità della città di Arezzo[1909]. Avea
il _re Carlo_ inviato colà per suo vicario _Giovanni Caracciolo_.
I mali suoi portamenti, oppur la giustizia severa ch'egli
esercitava[1910], cagion furono che la fazion guelfa, avendo prese
le armi, il costrinse a ritirarsi nella fortezza. Era il mese di
novembre, e trovavasi allora nel territorio di Todi colla compagnia di
San Giorgio il conte _Alberico da Barbiano_, cioè, come già dissi, il
più valente condottier d'armi che s'avesse allora l'Italia. Era egli
in questi tempi ai servigi del re Carlo, e forse principalmente per
la di lui buona condotta e bravura erano procedute con tanta felicità
le battaglie e la conquista del regno di Napoli. Fu il conte chiamato
con premurose lettere dal Caracciolo; ed egli, andato colà, ed entrato
nel castello, senza che gli Aretini avessero punto provveduto alle
difese, nel dì 18 di novembre piombò co' suoi masnadieri nella città,
e diede un orrido ed universal sacco alle case non meno dei Guelfi
che de' Ghibellini, senza risparmiar le chiese, i monisteri e l'onor
delle donne. Ser Gorelli poeta aretino d'allora vien descrivendo
tutte le enormità di quella tragedia. Boniforte Villanuccio, mandato
dipoi colà dal re Carlo, fece del resto, e finì di pelare l'infelice
città. Rimase perciò essa affatto desolata, e gli abitatori suoi per
la maggior parte si sbandarono chi qua chi là, accattando il pane per
sostenersi in vita. Un'altra funesta scena succedette in quest'anno
in Verona[1911]. Signoreggiavano quivi i due fratelli bastardi
_Bartolomeo_ ed _Antonio dalla Scala_. La matta voglia di non aver
compagni sul trono instigò il minore, cioè Antonio, a levar di vita il
fratello. Non era a lui ignoto che Bartolomeo andava di notte con un
solo compagno a solazzarsi con una sua amica: il che diede a lui campo
di levarlo senza fatica e tumulto dal mondo. Nella mattina adunque
del dì 13 di luglio fu ritrovato morto esso Bartolomeo con ventisei
ferite nel corpo, e trentasei in quello del suo compagno, davanti
alla porta d'un certo Antonio Veronese. Finse il malvagio fratello
d'esserne estremamente conturbato, e fece martoriare e poi morire la
donna ed alcuni suoi parenti innocenti, come se fossero stati autori
dell'omicidio; ma ben conobbero i saggi, e più lo conobbe _Francesco
da Carrara_, da qual mano era venuto il colpo; e perchè ciò gli scappò
di bocca, e fu riferito ad Antonio, questi non gliela perdonò mai più.
Fin qui la Provenza s'era mantenuta sotto l'ubbidienza dei re di Napoli
con altre terre del Piemonte[1912]. _Clemente VII_ antipapa, dacchè
intese conquistato dal _re Carlo_ il regno di Napoli, ed imprigionata
la _regina Giovanna_, investì d'esso regno _Lodovico duca_ d'Angiò,
zio del re di Francia, perchè già adottato da essa regina; e questi si
mise anche in possesso della felice contrada della Provenza, benchè non
senza molte opposizioni e contrasti d'alcuni di que' popoli.