[1873] Clementis VII Vita, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Giornal. Napolet.,
tom. 21 Rer. Ital.
[1874] Theodoricus de Niem., Histor.
[1875] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Vita di santa Caterina da
Siena.
[1876] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1877] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1878] Chinazzi, Istor., tom. 15 Rer. Ital.
[1879] Caresin., Chron., tom. 13 Rer. Ital.
[1880] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[1881] De Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1882] Caresin., Chron., tom. 12 Rer Ital.
[1883] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[1884] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[1885] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.
[1886] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[1887] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXX. Indiz. III.
URBANO VI papa 3.
VENCESLAO re de' Romani 3.
Andava sempre più avvalorandosi lo incendio dello scisma. _Papa Urbano_
pien di bile contro di _Giovanna regina_ di Napoli[1890], principal
promotrice, o almeno fomentatrice della deplorabil divisione insorta
nella Chiesa di Dio, nel dì 21 d'aprile la dichiarò con bolla solenne
scismatica, eretica, rea di lesa maestà, privata di tutti i suoi
dominii, confiscati tutti i di lei beni, assoluto ogni suo suddito
dal giuramento di fedeltà. Fulminò ancora le censure e la sentenza di
deposizione contro _Bernardo da Caors_ arcivescovo di Napoli, per aver
egli prestata ubbidienza all'_antipapa Clemente_. E diede per pastore
a quella chiesa _Luigi Bozzuto_ nobile napoletano, che fu per questo
aspramente perseguitato dalla regina Giovanna. Ma i suoi principali
maneggi furono con _Lodovico re d'Ungheria_ e _Polonia_, offerendogli
il regno di Napoli, acciocchè colle sue armi calasse in Italia.
Lodovico, siccome quegli che da gran tempo temea che Giovanna chiamasse
alla successione di quel regno qualche straniero, ed insieme amava
_Carlo dalla Pace_ sopra mentovato, principe suo nipote; non volle
già egli, per essere vecchio, accudire in persona a quell'acquisto,
ma bensì condiscese che esso Carlo, sbrigato che fosse della guerra
co' Veneziani, marciasse alla volta di Napoli colle sue armi, per
detronizzar la regina. Ora papa Urbano, per effettuar questo disegno,
trovandosi scarso di danaro, e conoscendo la necessità di averne,
giacchè la pubblicazion della crociata poco fruttava, non lasciò
indietro mezzo alcuno per raunarne alle spese della Chiesa romana e
delle altre ancora[1891]. Perciò riservò a sè stesso le rendite di
tutti i beneficii vacanti; vendè a' cittadini romani assaissimi stabili
e diritti delle chiese e dei monisteri di Roma, con ricavar da tali
alienazioni più di ottanta mila fiorini di oro. Passando anche più
innanzi, a misura dei bisogni, vendè poscia o convertì in moneta insino
i calici d'oro e d'argento, le croci, le immagini de' santi, e gli
altri mobili preziosi d'esse chiese[1892]. Diede inoltre nel dì 30 di
maggio di quest'anno facoltà a due cardinali d'impegnare o alienare i
beni mobili ed immobili delle altre chiese, ancorchè contraddicessero
i prelati, i capitoli e i titolari de' benefizii. Poco meno faceva in
Francia l'antipapa Clemente. Tutto era ben impiegato per sostenere il
loro impegno. La causa di Dio si allegava da entrambi, ma ognuno teneva
per consigliera anche l'ambizione. Intanto in Napoli non s'ignorava
il disegno del papa e di _Carlo dalla Pace_, anzi dappertutto se ne
discorreva senza riguardo alcuno[1893]. Però la _regina Giovanna_
pensando alla propria difesa, e sperando assai nell'aiuto della
Francia, dappoichè Dio non le avea data successione, e il figliuolo
suo già condotto in Ungheria dovea essere mancato di vita; nel dì 29
di giugno dell'anno presente adottò per suo figliuolo _Lodovico duca di
Angiò_, fratello di _Carlo V re_ di Francia, soprannominato il Saggio,
e ciò fece con partecipazione ed assenso dell'antipapa Clemente;
affrettando quel principe ad accorrere in aiuto suo, prima che
arrivasse il turbine che la minacciava dalla parte dell'Ungheria. Ma
perchè nel settembre terminò il suddetto re Carlo i suoi giorni, cotal
mutazione ritardò poi di troppo la venuta di esso Lodovico d'Angiò in
Italia.
Continuarono i Veneziani con gran vigore per alcuni mesi ancora ad
assediare la città e il porto di Chiozza, dove erano rinserrati i
Genovesi[1894]; nel qual tempo seguirono molti fatti d'armi e di
singolar bravura dall'una e dall'altra parte. Ma sempre più veniva
mancando agli assediati la provianda; e quantunque da Genova fosse
venuta un'armata nuova di ventitrè galee e di alcuni altri legni
minori per dar loro soccorso, niuna via trovò questa per mettere
gente in terra e sovvenire al bisogno de' suoi nazionali; tante erano
le guardie e i passi presi dai Veneziani. Finalmente, vinti dalla
fame, i Genovesi, nel dì 21 di giugno mandarono ambasciatori al _doge
Contareno_, e si renderono a discrezione. Circa quattro mila d'essi
e di altri loro ausiliarii rimasero prigioni, e furono condotti alle
carceri di Venezia. Nel dì 24 il doge trionfante entrò in Chiozza.
Vennero alle mani dei vincitori diciannove galee, assaissimi burchi
e barche colle lor munizioni, e copiosa quantità di sale. Tutto il
rimanente, secondo le promesse, fu lasciato in preda alle soldatesche.
Ed ecco dove andò a terminare il grave pericolo della nobilissima
città di Venezia e la albagia de' Genovesi. Erasi intanto l'armata
navale d'essi Genovesi, che navigava nell'Adriatico, accresciuta sino
a trentanove galee, e sei galladelle. Con queste forze essi nel dì
primo di luglio presero la città di Capo d'Istria, e la donarono al
patriarca d'Aquileia, a cui i Veneziani la ritolsero nel dì primo di
agosto per valore di _Vittor Pisani_, il quale con quarantasette galee
ben armate fu inviato colà. Ma nel calore di queste imprese caduto
infermo esso Pisani, nel dì 13 del mese suddetto gloriosamente diede
fine alla sua vita[1895]. Impadronironsi poscia i Genovesi della città
di Pola, e la consegnarono alle fiamme. Ribellossi ancora alla signoria
di Venezia Trieste nel dì 26 di giugno, e si sottomise al patriarca
d'Aquileia. Tralascio altri fatti; ma non debbo tacere che _Francesco
da Carrara_ nel maggio e nei seguenti mesi tornò a stringere d'assedio
la città di Trivigi, e l'avea ridotta quasi agli estremi per mancanza
di vettovaglie. Fecero sforzi grandi i Veneziani per soccorrerla di
viveri, e riuscì loro di introdurvene, ma non tanto da assicurarla per
l'avvenire; e massimamente peggiorò lo stato di quella città, dacchè
il Carrarese nel novembre e dicembre s'impossessò di Porto Buffaledo e
di Castelfranco. Perciò anche dopo la liberazion di Chiozza, seguitò la
repubblica veneta ad essere in mezzo a gravissime burrasche.
Intanto _Carlo dalla Pace_, nipote del re d'Ungheria, con
consentimento, oppure coll'ordine d'esso re, sul principio d'agosto
si mosse da Verona con mille lancie di buoni combattenti ungheri,
e cinquecento arcieri (negli Annali di Milano[1896] è scritto che
avea seco nove mila Ungheri), premendo più a lui il suo disegno
per la conquista del regno di Napoli, che i vantaggi della lega
contra de' Veneziani; e per gli Stati del marchese d'Este arrivò sul
Bolognese[1897], dove la sua gente, benchè amica, trattò il paese da
nemico. Andò sino a Rimini, ed era per continuare il viaggio da quella
parte, quando i fuorusciti fiorentini, che erano molti e potenti in
questi tempi, l'indussero a cangiar cammino[1898]. Aveano essi fatto
prima venire la compagnia di San Giorgio, comandata da _Alberico conte_
di Barbiano, sul Pisano, Sanese e Fiorentino, sperando di obbligare
i cittadini dominanti a rimettergli in città. Ma _Giovanni Aucud_,
preso per loro generale dai Fiorentini, e il _conte Averardo di Lando_
lor capitano gli aveano fatti tornare indietro con poco lor gusto.
In Toscana parimente era capitata la compagnia scemata di molto de'
Bretoni, ma fece anche essa poche faccende. Le speranze dunque date da
essi fuorusciti a Carlo dalla Pace gli fecero prendere il viaggio per
la Toscana, figurandosi egli, se non potea conquistar terre, almeno di
esigere ricche contribuzioni da quelle contrade. Gubbio se gli diede.
Città di Castello fu vicina a far lo stesso, se non che, scoperto a
tempo ch'egli veniva non per bene altrui, ma solo per pagar la sua
gente colla libertà dei saccheggi, restò rotto il contratto. Arrivò
egli nel settembre alla città d'Arezzo. I Bostoli ed Albergotti, dopo
aver cacciati i loro avversarii, signoreggiavano dianzi in quella
città, e vi aveano già ricevuto gli uffiziali di esso principe Carlo,
ma con provar ben tosto gli effetti della lor balordaggine in aver
messa la città e la fortezza in mano di gente barbara e senza fede,
perch'essa da lì a non molto fece balzar le teste agli stessi Bostoli
suoi benefattori ed amici. Siccome padrone assoluto di quella città,
_Carlo dalla Pace_ fece ivi battere sua moneta, e cominciò a martellare
i Sanesi per aver danaro. Ne smunse due mila fiorini d'oro e molta
vettovaglia. A sommossa poi de' banditi fiorentini minacciava la
città di Firenze, ed uscì anche in campagna co' suoi Ungheri e colla
compagnia dei Bretoni; ma essendosi postato a' confini Giovanni Aucud,
generale de' Fiorentini e gran maestro di guerra, con un bell'esercito,
gli fece tosto perdere la voglia di passar oltre. Mise dunque, pel
suo meglio, in trattato d'accomodamento le controversie, e, lasciando
burlati i fuorusciti, stabilì un accordo co' Fiorentini, da' quali
ricavò, sotto lo specioso titolo di prestito, quaranta mila fiorini
d'oro, e promessa di non dar aiuto alla _regina Giovanna_, con altri
patti. Non gli era mai d'avviso di levarsi di Toscana: tal paura gli
era saltata addosso. Però, lasciata la città di Arezzo in cattivo
stato, cavalcò alla volta di Roma, dove giunse prima che terminasse
l'anno corrente, ricevuto con gran festa da _papa Urbano VI_[1899], che
il dichiarò senatore di Roma, e seco andò facendo le disposizioni per
assalire nell'anno vegnente il regno di Napoli.
Due matrimonii seguirono nell'anno presente in Milano[1900], amendue
colla dispensa di papa Urbano, cioè quello di _Violante_, sorella
di _Gian-Galeazzo_ conte di Virtù, e già vedova di due mariti, con
_Lodovico Visconte_, suo cugino carnale, perchè figliuolo di Bernabò.
Anche lo stesso Gian-Galeazzo nel dì 2 d'ottobre prese per moglie
_Caterina_ figliuola del medesimo Bernabò, sua cugina carnale. Nè si
dee tacere che due anni prima, trovandosi il regno di Sicilia diviso
fra due fazioni, ed essendo la principessa _Maria_, erede di quel
regno, come in prigione[1901], aspirò Gian-Galeazzo alle nozze della
medesima, e ne seguirono anche gli sponsali, con patto che il Visconte
spedisse colà un corpo di combattenti per mettere in libertà quella
principessa, e ricuperar le terre occupate dai baroni; e similmente,
ch'egli nel termine di un anno passasse in persona in Sicilia. Ma,
scoperto questo trattato, il _re d'Aragona_, che, oltre all'avere
in quell'isola il suo partito assai forte, non sapea digerire che un
sì bel regno uscisse fuori della sua real casa: inviò nel precedente
anno tre galee nel mare di Pisa ad aspettare che gli uomini d'armi del
Visconte uscissero di Porto Pisano in navi, per andare in Sicilia.
Seguì battaglia fra loro, e rimasero fracassati i Lombardi. Per
questo accidente sinistro andò a monte il divisato matrimonio colla
principessa, ossia regina di Sicilia[1902], la qual prese dipoi per
marito _Martino_ della schiatta dei re aragonesi. Conseguentemente
anche Gian-Galeazzo si accoppiò con _Caterina_ sua cugina, sperando
col mezzo di tale unione di allontanare il suocero e zio Bernabò da
pensieri maligni contra di lui e de' suoi stati.