NOTE:

[1850] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1851] Leonardus Aretin., Hist., lib. 9.

[1852] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1853] Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1854] Raynaldus, Annal. Eccles. Vita Gregorii XI, ubi supra.

[1855] Acta apud Papebrochium.

[1856] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Gatari,

Istor. di Padova, tom. eod.

[1857] Thomas de Acerno, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1858] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[1859] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1860] Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1861] Thomas de Acerno, Part. II, tom. eod.

[1862] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1863] Albert. Argent., Chronic., Trithem. et alii.

[1864] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.

[1865] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.

[1866] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer.

Ital.

[1867] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1868] Chinazzi, Istoria, tom. 15 Rer. Ital.

[1869] Andreas de Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Italic.

[1870] Cronica Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1871] Gino Capponi, del tumulto de' Ciompi, tom. 18 Rer. Ital.

Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 14. Cronica di Siena, tom. 15 Rer.

Ital.

[1872] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXXIX. Indiz. II.

URBANO VI papa 2.

VENCESLAO re de' Romani 2.

Erasi, come abbiam detto, dichiarata in favore dell'_antipapa Clemente

Giovanna regina_ di Napoli, a ciò animata dal re di Francia, per li

motivi politici, ma non cristiani, che abbiamo accennato di sopra. Però

Clemente, affin di confermare nel suo partito i Napoletani, si portò

per mare a quella città[1873]. Fu accolto dalla regina colle maggiori

dimostrazioni d'ossequio, come se fosse stato legittimo papa; ma non

l'intese così il popolo, siccome quello che per _Urbano_, creduto da

essi vero papa, e riguardato come compatrioto, nudriva più affetto,

mirando per lo contrario in Clemente un assassino della Chiesa di Dio.

Fecesi perciò una gran sollevazione contra di lui, di maniera che la

regina Giovanna, temendo anche di sè stessa, il fece sloggiare ben

presto, e ritornare a Fondi. Perch'egli non si teneva quivi sicuro,

nel mese di maggio s'imbarcò co' suoi scomunicati cardinali, a riserva

di due, che lasciò in Italia ad accudire a' suoi interessi; e, dopo

aver corso varii pericoli per le tempeste di mare, nel dì 10 di giugno

arrivò a Marsiglia, e poscia andò a piantare la sua residenza in

Avignone. Fece anch'egli de' nuovi cardinali, fece de' processi contra

di _papa Urbano VI_, scomunicò i di lui cardinali; e siccome Urbano

non men colle armi spirituali che colle temporali avea mossa guerra

a lui e a' suoi aderenti, anch'egli altrettanto praticò, con inviar

quei soccorsi di gente e di danaro che potè alla _regina Giovanna_, al

_conte di Fondi_ e al _prefetto da Vico_, ch'erano della sua fazione. E

qui cominciò a vedersi un mostruoso sconvolgimento nella Chiesa di Dio,

con darsi dall'uno e dall'altro i medesimi vescovati e benefizii[1874]:

dal che nacquero private e pubbliche guerre e stragi. E i grandi,

secondochè l'ambizione o l'interesse consigliava, aderivano a chi

dei due contendenti più loro offeriva, sposando ora l'uno ora l'altro

partito, e prevalendo quasi sempre i cattivi sopra i buoni, e toccando

le chiese a persone indegne con sommo esterminio della disciplina

ecclesiastica tanto ne' secolari che ne' regolari. Molti ancora dei

prelati e preti aderenti ad Urbano furono presi, uccisi od annegati

dai Clementini; e saccheggi, incendii ed ammazzamenti furono parimente

fatti dall'altra parte[1875]. Gran noia e danno recava intanto ai

Romani fedeli di _papa Urbano_ castello Sant'Angelo, perchè tuttavia

detenuto da un uffiziale dell'antipapa; e per questo il papa non potea

abitare al Vaticano. L'assedio vi fu posto, e nel dì 29 d'aprile

venne costretta quella fortezza alla resa colla fame, o piuttosto

con danaro. N'ebbe non poca gioia il pontefice, il quale nello stesso

mese fece predicare la crociata contra dell'antipapa e della regina

Giovanna, e prese al suo soldo la compagnia di San Giorgio, composta

di masnadieri italiani e tedeschi. Spese bene il suo danaro, perchè

costoro diedero una fiera rotta alla compagnia de' Bretoni, che era

a' servigi dell'antipapa, facendone grande strage, e prigioni quasi

tutti i caporali della medesima[1876]. Succedette questo fatto sotto

Marino nel dì 28 d'aprile. _Alberto conte di Barbiano_, ossia di Cuneo,

era il condottiere d'essa compagnia di San Giorgio, a cui si unirono

anche le soldatesche romane. Questo fu il colpo che maggiormente

affrettò l'antipapa a fuggirsene d'Italia. Dopo questi fatti la regina

Giovanna, per placare il popolo, si mostrò inclinata ad abbandonar

l'antipapa, e mandò anche suoi ambasciatori a Roma. Per colpa di

chi avvenisse, nol so dire; ben so che nulla ne seguì; e tornati gli

ambasciatori, continuarono le ostilità fra essa e papa Urbano, il quale

intanto inviperito cercava le vie di torle il regno, siccome in fatti

avvenne dipoi, per quanto vedremo. I Bolognesi[1877], prevalendosi,

di tali sconcerti, si rimisero maggiormente in libertà; e, per meglio

sostenersi, fecero lega coi comuni di Firenze, Perugia e Siena, sempre

nondimeno aderendo ad _Urbano VI_, papa legittimo.

Strepitosa fu nell'anno presente la guerra de' Veneziani e Genovesi.

Il racconto di essa esigerebbe più carte ma io, seguitando la brevità,

ne accennerò solamente i fatti più importanti, rimettendo per gli

altri men riguardevoli il lettore a Daniello Chinazzi[1878], al

Caresino[1879], ai Gatari[1880] e al Redusio[1881]. Di molte prodezze

avea fatto _Vittor Pisani_ coll'armata navale veneta nell'Adriatico;

ma questa armata si trovò molto sminuita e snervata per li patimenti

del verno e per mancanza delle vettovaglie, indarno richieste e indarno

aspettate da Venezia. Tuttavia, essendo sopraggiunta a Pola, dove

egli si trovava, l'armata navale de' Genovesi, comandata dal valoroso

_Luciano Doria_, il Pisani, sopraffatto dalle istanze de' suoi, benchè

alcune delle sue galee gli mancassero, perchè non peranche spalmate,

andò ad assalirla. Crudelissima fu la battaglia nel dì 5 oppure 6 di

maggio; sul principio vi restò morto da un colpo de' nemici il _Doria_

generale de' Genovesi, e presa la capitana. Ma sopraggiunte dieci altre

galee genovesi, poste dianzi in aguato, non potè reggere la flotta

veneta. Quindici galee rimasero in potere de' vincitori con più di due

mila prigioni, parte dei quali fu decapitata dagli inumani Genovesi

in vendetta dell'ucciso generale. Vittor Pisani con sette altre galee

salvatosi, andò a presentarsi al consiglio in Venezia; e quasichè la

sfortuna e l'evento sinistro di un fatto d'arme fosse un delitto, fu,

senza ascoltar sue scuse, cacciato in prigione. Ora per tal vittoria

insuperbiti i Genovesi, si misero in pensiero di procedere innanzi per

espugnar, se poteano, l'inespugnabil città di Venezia. Gran coraggio

facea loro a tale impresa anche _Francesco da Carrara_ signor di Padova

lor collegato, ed implacabil nemico dei Veneziani. Venne anche loro

un abbondante rinforzo di legni, d'armati e di munizioni da Genova,

condotto da _Pietro Doria_, nuovo generale di tutta l'armata. Pertanto

nel dì di Pentecoste comparvero i Genovesi al porto di San Niccolò di

Lido; entrarono in Chiozza picciola, ed unitisi con loro i ganzaruoli,

legni sottili inviati dal Carrarese, nel dì 16 d'agosto diedero un

furioso assalto di molte ore alla stessa città di Chiozza grande, e se

ne impadronirono colla morte di circa ottocento sessanta Veneziani,

e prigionia di circa tre mila e ottocento. Fu data a sacco la misera

città. A tale conquista tenne dietro quella di Loreo, della torre delle

Bebbe e d'altri siti; e la vittoriosa armata scorreva sino a Malamocco,

abbandonato da' Veneziani. Non si può esprimere la costernazione che

tal perdita e il brutto aspetto di peggiori conseguenze cagionarono

nell'animo dei Veneziani, gente in tante altre disavventure sempre

coraggiosa e costante. _Andrea Contareno_ doge non lasciò di far cuore

ad ognuno, e fu risoluto nel consiglio d'inviare ambasciatori a _Pietro

Doria_ per trattar di pace, con un foglio in bianco, per accettar le

condizioni anche più dure, purchè fosse in salvo la libertà di Venezia.

Il signor di Padova, siccome uomo saggio, consigliò di accettar la

pace. Ma il Doria non altra risposta diede agli ambasciatori, se non la

seguente: _Alla fè di Dio, signori Veneziani, non avrete mai pace da

noi, se prima non mettiamo la briglia a quei vostri cavalli sfrenati

che stanno sopra la porta della chiesa di san Marco. Imbrigliati che

sieno, vi faremo stare in buona pace_. E ricusati i prigioni genovesi,

con dire, che sperava di venir presto in persona a liberarli, con

sì aspre maniere li licenziò. L'alterigia genovese fu la salute

di Venezia[1882]. Molto ancora a salvarla contribuì l'ambizione ed

avarizia loro; perciocchè se avessero rilasciata Chiozza al Carrarese,

che ne faceva istanza, per attender essi colla loro armata a maggiori

imprese, forse diverso esito avrebbe avuta la presente guerra. Ma

si può credere che Iddio volesse salva in mezzo a tanti pericoli la

nobilissima città di Venezia.

Spirata la speranza della pace, ad altro non pensarono i saggi

Veneziani che a prepararsi per una gagliarda difesa. Ma ritrovarono

il popolo mal disposto, perchè tutti bramavano per capitano di

mare il valoroso ed innocente _Vittor Pisani_, e questi era nelle

carceri[1883]. Fu dunque presa la determinazione di metterlo in

libertà, con pregarlo di dimenticar le ingiurie, e di avere per

raccomandata la patria: il che non solo promise egli di fare, ma fece

in effetto da lì innanzi con una gloriosa intrepidezza e costanza.

L'allegria e il coraggio per questo si diffuse nel popolo tutto; ed

essendo stato proposto di armare quaranta nuove galee, con promettere

la nobiltà a chi maggiormente impiegasse uomini e denari in soccorso

del pubblico, mirabil cosa fu il vedere la gara de' benestanti che

andavano ad offerir sè stessi, i lor figliuoli, oppur somme rilevanti

di danaro; di modo che in breve tempo fu rimessa in piedi una fiorita

armata di legni e di gente, tutta pronta a dare il suo sangue in

aiuto della patria. Leggesi nelle Storie del Chinazzi e dei Gatari il

ruolo di coloro che generosamente contribuirono ad armare la suddetta

flotta. Capitan generale di essa volle essere lo stesso doge _Andrea

Contareno_; ammiraglio ne fu dichiarato _Vittor Pisani_. Intanto avendo

_Lodovico re d'Ungheria_ inviati a _Francesco da Carrara_ dieci mila

de' suoi combattenti[1884], sotto il comando di _Carlo_ figliuolo del

già _duca di Durazzo_, spedì esso Carrarese _Francesco Novello_ suo

figliuolo colle altre sue forze all'assedio di Trivigi, lasciando che

i Genovesi a lor talento si regolassero nella guerra. Trivigi fece

bella difesa, e deluse tutti gli attentati de' nemici. Moltissimi

fatti d'armi, parte favorevoli, parte contrarii, accaddero dipoi fra

i Veneziani e Genovesi, ch'io tralascio, ristringendomi a dire, che

accidentalmente attaccato il fuoco ad una cocca all'imboccatura del

porto di Chiozza, questi si affondò, e chiuse la bocca di esso porto,

con serrare nello stesso tempo in quella città i Genovesi. Fecero ben

questi delle incredibili prodezze; ma non minori furono quelle de'

Veneziani, i quali finalmente misero il formale assedio alla città di

Chiozza. Prima di questi tempi, cioè nel giugno di quest'anno, era

stato spedito _Carlo Zeno_ valente capitano dai Veneziani in corso

per infestare i Genovesi con nove galee. Diede egli il sacco alla

riviera di Genova; fece di ricchissime prede; e sopra tutto nel dì 17

di ottobre prese una cocca de' Genovesi appellata la Bichignona, la

maggiore e più ricca che allora solcasse il mare, in cui trovò merci di

valore immenso, ascendente, per quanto fu detto, a più di cinquecento

mila fiorini d'oro. Ma avvisato finalmente il Zeno de' bisogni della

patria, lasciò il gustoso mestiere di corsaro, e se ne tornò a Venezia,

conducendo seco quattordici galee, perchè in viaggio s'era accresciuto

il suo stuolo. Con gran giubilo de' suoi concittadini arrivò nel dì

primo di gennaio, e ritrovò che seguitava l'assedio di Chiozza non

senza gran mortalità dall'una e dall'altra parte. Anch'egli fatto

condottiere dell'armata, s'applicò ad obbligar quella città alla resa.

Per dar qualche aiuto a' Veneziani suoi collegati, _Bernabò Visconte_

in quest'anno condusse al suo soldo[1885] la compagnia della Stella,

composta di masnadieri. Capo di essi era _Astorre de' Manfredi_

signor di Faenza, che indarno avea tentato di penetrar nel Modenese

e Bolognese. Spinse il Visconte costoro all'improvviso nel dì 2 di

luglio addosso ai Genovesi. Si fermarono essi a San Pier d'Arena in

numero di circa quattro mila armati, buona parte cavalleria, e fecero

un netto del paese. Perchè in Genova si dubitava di discordia e di

cattive intelligenze, _Niccolò di Guarco_ doge col suo consiglio

giudicò meglio di adoperare l'esorcismo dell'oro per dissipare il

mal tempo. Con diciannove mila fiorini d'oro gl'indusse ad andarsene

con Dio. Andarono; ma che? Siccome gente di niuna fede, nel dì 22

di settembre eccoli comparir di nuovo nella villa d'Albaro presso

alla città. Allora i Genovesi irritati da questo tradimento, presero

le balestre e l'altre armi, e nel dì 24 usciti della città sul

far del giorno, coraggiosamente gli assalirono, li ruppero, e ne

fecero prigionieri assaissimi, con prendere tre bandiere di Venezia

e Milano. Astorre Manfredi fatto prigione, con aver promessa buona

somma di danaro a due Genovesi, in abito da contadino ebbe la fortuna

di salvarsi. Fu intrapreso in quest'anno, siccome dissi, l'assedio

di Trivigi da _Francesco da Carrara_ signor di Padova[1886], e colà

arrivò _Carlo_, soprannominato _dalla Pace_, figliuolo del fu _duca

di Durazzo_, della prosapia di _Carlo II re_ di Napoli, che seco, per

ordine del re d'Ungheria, condusse dieci mila cavalli. Nella Cronica

Estense[1887] non si parla se non di otto cento cavalli. Da Venezia gli

furono spediti ambasciatori per trattare di pace. Nulla si conchiuse

di questo; ciò non ostante, si lasciò egli corrompere dalla sete del

denaro, e permise che i Veneziani introducessero quanta vettovaglia

lor piacque in quella città e in varie castella: il che fu cagione

che i Padovani, trovandosi traditi da chi men lo dovea, sciogliessero

lo assedio di Trivigi. Intanto _papa Urbano VI_ maneggiava un segreto

trattato per condurre esso _principe Carlo_ alla conquista del regno di

Napoli: impresa molto desiderata da _Lodovico re_ d'Ungheria, il cui

odio contro la _reina Giovanna_ non mai s'era rallentato. Per dispor

meglio le cose, se ne tornò Carlo in Ungheria, risoluto di procedere

nell'anno vegnente alla volta di Napoli. Bench'io abbia raccontata

nel precedente anno la discordia di _Bernabò Visconte_ coi fratelli

_Scaligeri_ signori di Verona e Vicenza, pure[1888] vien creduto che

solamente in quest'anno nel dì 13 di maggio seguisse, se non la guerra,

almen la pace fra loro. Vi s'indusse Bernabò, perchè avendo spedito

_Giovanni Aucud_ co' suoi Inglesi, e il _conte Lucio_ Lando co' suoi

Tedeschi ai danni del Veronese, se ne ritirarono dopo venti giorni

con loro perdita: il che fu preso per un tradimento da Bernabò[1889].

Nè volendo egli per questo pagarli, que' masnadieri fecero di gran

saccheggio e bottino sul Bresciano e Cremonese. Li bandì Bernabò, e

pubblicò una taglia contra di loro, ma ciò fu creduto una finzione.

Andarono poi costoro in Romagna, e di là in Toscana.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 127 / 216 题