NOTE:

[1833] Caresinus, Chron., tom. 12 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19

Rer. Ital.

[1834] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[1835] Albert. Argentinensis, Chron. Magdeburgense.

[1836] Raynald., Annales Eccles.

[1837] Itinerar. Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Italic.

[1838] Vita Gregorii XI, tom. eod.

[1839] Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 13.

[1840] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di

Bologna, tom. eod.

[1841] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1842] Cron. di Rimini, tom. eod. Cron. di Siena, tom. eod.

[1843] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1844] Cronica di Rimini, tom. eod. Annal. Forolivien., tom. 21 Rer.

Ital.

[1845] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1846] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 13.

[1847] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Cronica di Siena, tom. eod.

[1848] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.

[1849] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.

Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXXVIII. Indiz. I.

URBANO VI papa 1.

VENCESLAO re de' Romani 1.

Dell'anno presente funestissima sempre fu e sarà la memoria nella

Chiesa pel deplorabile scisma che accadde. Attendeva il pontefice

_Gregorio XI_ a risarcir le chiese di Roma, divenute nido di gufi,

perchè abbandonate per più di settanta anni da' cardinali, che, immersi

nelle delizie di Provenza, niun pensiero si metteano de' loro titoli,

e tutto lasciavano andare in rovina. Scorgendo ancora, che sminuendosi

ogni dì più la forza delle sue armi, più giovevole gli sarebbe riuscita

la pace che la guerra co' Fiorentini e coi lor collegati, adoperò la

mediazione del re di Francia per trattare d'un aggiustamento, nè poco

vi contribuiva _santa Caterina da Siena_. S'interpose ancora _Bernabò

Visconte_[1850]; e però in Sarzana si tenne un congresso, dove spedì

il papa per suo plenipotenziario _Giovanni cardinale_ della Grangia,

vescovo d'Amiens, e v'intervennero quattro ambasciatori _fiorentini_,

quei della _regina Giovanna_, e de' _Veneziani_ e _Genovesi_. In

persona ancora vi fu lo stesso Bernabò Visconte, mostrandosi più degli

altri portato alla concordia[1851]. Il dibattimento fu grande; ma ciò

che arenava l'affare consisteva nella pretensione del papa, che voleva

essere rifatto di ottocento mila fiorini, spesi, come egli dicea, in

questa guerra per colpa de' Fiorentini; laddove i Fiorentini non si

sentivano voglia neppur di pagare un soldo, essendo stati i cattivi

ministri del papa i primi ad offendere. Mentre si agitavano questi

punti, eccoti arrivare la morte di esso papa[1852]. Lo aveano di nuovo

sovvertito i cardinali franzesi per farlo ritornare in Francia, e si

figurò la buona gente che Dio per questo tagliasse il filo de' suoi

giorni, acciocchè si fermasse in Italia la corte pontificia, senza

por mente agli innumerabili disordini e scandali che tennero dietro

alla mancanza di questo pontefice. Succedette la di lui morte nel dì

27 venendo il dì 28 di marzo, e gli fu data sepoltura nella chiesa di

Santa Maria Nuova[1853]. Per tale avvenimento restò sospeso il trattato

della pace; e i ministri adunati in Sarzana se ne ritornarono alle lor

case per aspettar la creazione di un nuovo pontefice. Congregaronsi a'

dì 7 d'aprile a questo fine in conclave i cardinali che si trovavano

allora in Roma[1854]. Quattro soli erano i porporati italiani, dodici

i franzesi. Per cattivo augurio fu preso che in quello stesso giorno

un fulmine entrò nel conclave, e, bruciati alquanti arnesi, uscì per

una finestra. Cominciò tosto la discordia ad imperversare fra loro. I

primi volevano un papa di lor nazione, acciocchè si fermasse in Italia

la sacra corte. Da' Franzesi, che sospiravano di ricondurla di là da'

monti, se ne voleva un franzese[1855]; e fra essi Franzesi quei di

Limoges, che erano i più, particolarmente il desideravano della loro

città. Non fu difficile al popolo romano il conoscere l'intenzion de'

cardinali oltramontani; e però si svegliarono dei tumulti nella plebe,

che gridava: _Romano lo volemo, romano_. Dagli stessi magistrati furono

inviati ambasciatori al sacro collegio, con pregarlo di dare per questa

volta alla Chiesa di Dio un papa romano oppure italiano; e in fine

si venne ad esigerne solamente un romano; e intorno al conclave si

udivano le voci minacciose del popolo che richiedevano lo stesso. In

grande imbroglio ed anche paura si trovavano per questo i cardinali:

laonde, perchè non era creduto alcuno de' quattro porporati italiani

atto a sì sublime ministero, finalmente di concorde volere elessero

nel dì 8 di aprile _Bartolomeo Prignano_ arcivescovo di Bari, di

nazione Napoletano, che si abbattè allora in corte, sul riflesso che

non potendo avere papa un nazionale i Franzesi, avrebbono almeno un

suddito della casa di Francia, cioè della _regina Giovanna_. Accettò

egli, dopo qualche renitenza, o vera o finta, la gran dignità. Ma non

si attentavano i cardinali a pubblicar l'eletto, per timore che, non

essendo romano, rimanessero esposte le lor vite al furore del popolo,

il quale, subodorato che era seguita qualche elezione, più che mai

insolentiva, e dimandava chi era l'eletto.

Ora accadde che venuto ad una finestra il vecchio cardinale di San

Pietro, _Francesco Tebaldeschi_ Romano, per acquetar quel tumulto,

corse voce che egli era eletto papa. Tutti allora a gran voce gridando:

_Viva San Pietro_, corsero alla casa del cardinale, e le diedero il

sacco; tornati poscia al conclave, giacchè era ancor chiuso, rotte

le porte, entrarono dentro, volendo vedere il novello pontefice, e si

diedero a venerare il cardinal di San Pietro, che in fine espressamente

lor disse di non esser egli papa, ma bensì l'arcivescovo di Bari,

personaggio ben più meritevole del triregno. Intanto se ne fuggirono

alcuni de' cardinali, chi in castello Sant'Angelo, e chi nelle fortezze

di Roma. Venuta la mattina del dì 9 di aprile, fece l'arcivescovo di

Bari notificar l'elezione sua ai magistrati della città, che ne furono

contenti, e corsero tosto a rendergli i tributi del loro ossequio. Non

volle egli che si procedesse innanzi, se non venivano i sei cardinali

rifugiati in castello Sant'Angelo, i quali assicurati dal senatore

vennero, ed uniti con cinque altri, rinnovarono l'elezione, che fu di

nuovo accettata. Si cantò dipoi il _Te Deum_, ed intronizzato il papa,

prese il nome di _Urbano VI_. Seguì poi la sua coronazione nel dì 18 di

aprile, giorno solenne, e a tutte le funzioni assisterono per alcune

settimane i sedici cardinali che si ritrovavano allora in Roma; anzi

col consiglio ed assenso de' medesimi furono spedite a tutti i re,

principi e repubbliche le circolari, per notificar loro la canonica

elezione del nuovo papa. Lo stesso scrissero questi porporati ai sei

che erano rimasti in Avignone, di modo che pubblicamente e chiaramente

tanto questi come quelli riconobbero per vero e legittimo pontefice

_Urbano VI_. Ma non si può abbastanza deplorare il tradimento tanti

anni prima fatto da _Clemente V_, con fissare la Sede apostolica di

là dai monti. Quanti disordini da ciò provenissero, l'abbiam finora

veduto. Il massimo forse è quello che ora son per dire. Aveano

ben volontariamente consentito i cardinali franzesi all'elezion di

Urbano; ma non sapeano darsi pace che si fosse guasto il nido delle

lor delizie in Provenza, e che fosse ritornata in Italia la cattedra

pontificia. Falso è quello che si legge presso d'alcuni storici,

cioè che avessero eletto l'arcivescovo di Bari[1856] solamente per

liberarsi dalle violenze de' Romani, facendosi promettere da lui, che

qualor fossero tutti in luogo libero, egli rinunzierebbe il papato.

All'interno lor mal animo e dispiacere s'aggiunsero i disgusti che

in poco tempo riceverono da Urbano[1857]. Era egli in concetto di

menar vita austera, e di nudrir molto zelo per la religione; ma non

abbondava di prudenza, perchè l'alterigia e il credere troppo a sè

stesso e agli adulatori gli toglieva la mano. Dicono ch'egli possedeva

gran probità e molte altre virtù; ma o di queste non aveva egli se

non la superficie, od almeno scomparvero tutte, dacchè fu salito

al pontificato. In vece di usar l'umiltà, che sta bene anche ne'

romani pontefici, per non dire di più; invece di guadagnarsi almeno

sui principii l'affetto de' cardinali, e di lavorare a poco a poco

la riforma della corte pontificia, che veramente gran bisogno avea

di correzione, cominciò egli tosto a trattar con aspre maniere que'

porporati, a detestar la loro dissolutezza, l'avarizia, la simonia,

i conviti, ad esigere la residenza dei vescovi, ed a minacciar varie

novità, tutte bensì lodevoli, ma che toccavano sul vivo chi era usato

alla libertà ed anche al libertinaggio. Di più non ci volle, perchè i

cardinali franzesi concepissero disegni di scisma, per liberarsi da un

pontefice sì contrario ai loro interessi e alle concepute speranze; e

massimamente perchè con rotonde parole disse loro di voler creare tanti

cardinali italiani, che pareggiassero od anche superassero il numero

de' franzesi.

Col pretesto dunque del caldo, i cardinali oltramontani l'un dietro

all'altro usciti di Roma si raunarono nella città d'Anagni, e quivi

diedero principio alle lor conventicole, invitando colà nel dì 20 di

luglio i tre cardinali italiani che erano rimasti col papa, uno de'

quali, cioè _Francesco cardinale_ di San Pietro, mancò poi di vita

nel seguente agosto, con protesta che Urbano era stato legittimamente

eletto, e ch'egli il riconosceva per vero successor di San Pietro.

Comunicati a _Carlo V re di Francia_ i lor disegni, il trovarono

quei cardinali disposto a secondarli per la voglia di riavere un

papa franzese, e di tirar di nuovo oltramonti la corte pontificia.

Alla _regina Giovanna_ di sommo piacere era riuscita (se pur fu vero)

l'elezione d'un papa napoletano[1858], ed avea anche inviato _Ottone

duca di Brunsvich_ suo marito con suntuoso accompagnamento e ricchi

donativi a prestargli ubbidienza. Ma essendo ritornati esso duca e

gli altri uffiziali per alcune cagioni non ben conosciute disgustati

del papa, la regina anch'ella si diede a proteggere l'empie mene de'

cardinali franzesi. Il focoso pontefice si lasciò anche scappar di

bocca, che avrebbe mandata quella regina a filare nel monistero di

Santa Chiara. Gran fuoco partorirono queste parole[1859]. Conobbe

allora, ma troppo tardi, papa Urbano VI, assai informato di queste

macchine, gli amari frutti dell'imprudenza sua nell'essersi scoperto

sì rigido sul principio del suo governo, e ne tentò anche il rimedio

coll'inviare ad Anagni i tre cardinali italiani per placare gli

ammutinati, oppure per propor loro un concilio generale[1860]. Non

fu accettata l'offerta, perchè que' porporati aveano già fisso il

chiodo di ribellarsi. Per sicurezza chiamarono alla lor guardia la

compagnia de' Bretoni comandata da _Bernardo da Sala_, contra di cui

si oppose parte del popolo romano in armi per impedirgli il passaggio.

Bisognò venire ad una battaglia. Fu questa infausta ai Romani; più di

cinquecento rimasero sul campo, moltissimi altri furono fatti prigioni;

e per questo in Roma seguì una fiera sedizione contra di tutti gli

oltramontani, massimamente franzesi, che furono spogliati e messi nelle

carceri. Venne il dì 9 d'agosto, e i dodici cardinali che erano in

Anagni, undici franzesi, e _Pietro di Luna_ spagnuolo, pronunziarono

_papa Urbano_ usurpatore della Sede apostolica e scomunicato. Ciò che

fu più strano, i tre cardinali italiani, cioè quel di Firenze _Pietro

Corsini_ vescovo di Porto, quel di Milano, cioè _Simone da Borzano_

e _Jacopo Orsino_, uomo di somma ambizione, lasciato Urbano, andarono

a trovar gli altri, che erano passati a Fondi, sotto la protezione di

_Onorato conte_ di quella città, divenuto nimico del papa. Tuttavia,

per testimonianza di Tommaso da Acerno[1861], essi non consentirono

all'empie loro risoluzioni.

Quivi nel dì 20 di settembre i suddetti quindici cardinali elessero

un antipapa; e questo infame onore toccò allo zoppo _Roberto

cardinale di Genova_, che già abbiam veduto sì screditato per la

sua crudeltà. Costui prese il nome di _Clemente VII_. Non ad altro

motivo appoggiarono essi la loro sacrilega risoluzione, se non alla

violenza loro usata dai Romani, per cui pretendeano nulla l'elezion

precedente, per difetto di libertà. Il pontefice Urbano VI, trovandosi

abbandonato da tutti i cardinali, nel dì 19 di dicembre (gli Annali

Milanesi[1862] riferiscono ciò al dì 28 d'ottobre; altri anche prima

del dì 20 di settembre) fece una promozione di ventinove cardinali,

tutti persone di merito, che, a riserva di tre, accettarono. Negli

stessi Annali sono descritti uno per uno. Dichiarò parimente privati

della porpora e scomunicati i cardinali ribelli col loro capo. Ed

ecco formato un lagrimevole e terribile scisma, per cui restò dipoi

lungamente sconvolta e lacerata l'occidental Chiesa di Dio, ne

seguirono infiniti scandali, e crebbe a dismisura la depravazion de'

costumi non meno ne' secolari che negli ecclesiastici. Tanto papa

Urbano, quanto l'antipapa Clemente sostennero le loro ragioni alle

corti dei re e principi cristiani. Tennero il partito dell'antipapa

il _re di Francia_, la _regina Giovanna_ di Napoli, la _Savoia_,

ed altri paesi confinanti alla Francia. Pel legittimo pontefice si

dichiararono il resto dell'_Italia_, l'_Inghilterra_, la _Germania_,

la _Boemia_, l'_Ungheria_, la _Polonia_ e il _Portogallo_. Papa Urbano,

perchè il bisogno premeva, nel dì 24 di luglio dell'anno presente fece

pace con _Bernabò Visconte_. Anche i Fiorentini aveano spedita a Roma

un'ambasceria onorevole per riconoscere esso pontefice. Neppur essi

stentarono ad ottener pace da lui, e a condizioni ben diverse dalle

pretese dal precedente papa.

Gravido fu d'altri funesti avvenimenti questo infelice anno. Nel dì 29

di novembre diede fine alla sua vita in Praga _Carlo IV imperadore_,

principe di molta pietà e buona intenzione, ma di poco valore, che

tuttavia fu un eroe a petto del suo successore, cioè di _Venceslao_

suo figliuolo[1863], già eletto re de' Romani, ed approvato poi

anche da _papa Urbano_. Terminò parimente i suoi giorni nel dì 4 di

agosto _Galeazzo Visconte_ signor di Pavia, di molte altre città e

della metà di Milano. Poco si dolsero di sua morte i sudditi suoi,

perchè troppo aggravati da lui in occasion delle guerre passate. Se

gli era attaccato ancora nel crescere degli anni il male de' vecchi,

cioè l'avarizia; e non pagando egli i suoi soldati, cagione era

che seguissero continui furti e rapine. In somma fu uomo cattivo, e

considerato piuttosto come tiranno che come signore. Nel dominio de'

suoi Stati succedette _Galeazzo_ suo figliuolo, soprannominato _conte

di Virtù_, che da lì innanzi fu appellato _Giovan-Galeazzo_[1864]. La

doppiezza ed ingordigia di questo novello principe cominciò tosto a

scoprirsi nell'anno presente. Imperocchè il popolo d'Asti, malcontento

del governo di _Secondotto marchese_ di Monferrato[1865], accordatosi

con un fratello del marchese medesimo, che era governatore della città,

negò ad esso marchese l'ingresso, allorchè egli ritornava da Pavia

colla moglie _Violante_. Gian-Galeazzo, essendo ricorso a lui come

cognato, il marchese non mancò d'unire con lui le sue armi; e fatte

poi di belle promesse per quetare quel popolo, prese il possesso della

città, e mediante una capitolazione cominciò a mettervi il podestà

e gli uffiziali a nome del marchese. Ma fu questa una mascherata;

per tal via Gian-Galeazzo s'impadronì d'Asti, nè più volle renderlo

al cognato; mostrando bene quanto più poderosa sia l'ambizione che

la parentela fra i principi. Era Secondotto un umor bestiale e quasi

furioso. Per minimi accidenti uccideva di sua mano uomini e fanciulli.

Con animo di passare in Monferrato, venne egli nel mese di dicembre a

Cremona; ed arrivato a Langirano sul distretto di Parma, mentre era in

una stalla, preso dal suo furore, strangolar volle un ragazzo di suo

seguito. Allora un Tedesco, per salvar la vita al compagno, sguainata

la spada, tal colpo diede sulla testa al marchese, che da lì a quattro

giorni miseramente spirò l'anima sua, e fu seppellito in Parma[1866].

Succedette nella signoria di Monferrato _Giovanni Terzo_ suo fratello,

tuttavia incapace di governo, il quale nel gennaio seguente costituì

governatore de' suoi Stati il _duca Ottone di Brunsvich_ tornato di

nuovo apposta da Napoli, siccome fedel tutore di quella casa, per

accudire agl'interessi del pupillo principe, e per ricuperare la

città d'Asti: il che non gli venne mai fatto. Mosse in quest'anno

_Bernabò Visconte_ le pretensioni di _Regina dalla Scala_ sua moglie

contra di _Bartolommeo_ ed _Antonio dalla Scala_ signori di Verona

e Vicenza. Cioè pretendeva ella, per essere bastardi i fratelli, di

dover succedere, siccome legittima e naturale, in quel dominio. Nel

dì 18 d'aprile, giorno solenne di Pasqua, entrò all'improvviso il

grande sforzo dell'armi di Bernabò sul Veronese, e quivi fabbricate

due bastie, diede un gran sacco al paese[1867]. Voce comune fu che a

Bernabò non potea mancare la conquista di quelle due città; ma egli

avea al suo soldo _Giovanni Aucud_ co' suoi Inglesi, e il _conte Lucio_

co' suoi Tedeschi, cioè due personaggi avvezzi ai tradimenti, perchè

troppo facili a lasciarsi corrompere dal danaro. Di questo onnipotente

mezzo si servirono gli Scaligeri. Accortosi perciò della trama Bernabò,

licenziati e banditi questi due capitani colla lor gente, diede luogo

ad un trattato d'accordo. Si convenne che gli Scaligeri pagassero a lui

di presente cento sessanta mila fiorini d'oro, e poscia quaranta mila

altri ogni anno per lo spazio di sei anni, in tutto quattrocento mila

fiorini d'oro. Ma questa pace, siccome dirò, solamente seguì nell'anno

susseguente, e diversamente ancora viene raccontato questo fatto dagli

Annali Milanesi e da Daniello Chinazzi[1868]. Secondo essi, _Francesco

da Carrara_ mandò gagliardi soccorsi agli Scaligeri, e i Veronesi non

solamente scorsero tutto il Bresciano, ma anche alzarono quattro bastie

intorno a Brescia, di modo che Bernabò conchiuse nel settembre una

tregua fino al principio di gennaio.

Di maggiore importanza e strepito fu un'altra guerra che si accese

in questo anno: cioè contra dei Veneziani fecero lega insieme i

_Genovesi_, _Francesco da Carrara_ signor di Padova, _Lodovico re_ di

Ungheria e il _patriarca d'Aquileia_. Tutti aveano motivi o pretesti

contra di quella repubblica, la quale in tanto bisogno non contrasse

lega se non coi _Visconti_ e col _re di Cipri_, ma poco o niun soccorso

ne ricavò dipoi. Non si dee tacere che la scintilla di questa atroce

guerra venne dall'Oriente. Nell'agosto dell'anno 1376 i Genovesi,

presa la protezione di _Andronico Paleologo_, figliuolo accecato per

ordine di _Caloianni_ suo padre _imperadore_ vivente, l'alzarono al

trono, con deporre lo stesso suo padre amicissimo de' Veneziani. Per

questa scelleraggine Andronico promise loro il castello e l'isola di

Tenedo. Era quella una fortezza importantissima a cagione del passo

nel mar Maggiore. Ma non ebbero effetto le promesse, perchè quel

governatore, fedele a Caloianni, negò di consegnarla ai Genovesi, anzi

la diede dipoi a' Veneziani. Montarono in furia per questo i Genovesi,

e cominciarono le ostilità per mare contra di loro. Daniello Chinazzi

e Andrea Redusio[1869], scrittori esattissimi e minuti di tutti gli

avvenimenti di questa rabbiosa guerra, narrano i diversi incontri delle

nemiche armate. Favorevole fu in quest'anno ai Veneti la fortuna, e

fra le altre imprese _Vittor Pisani_ general di essi diede una rotta

a _Luigi del Fiesco_ generale de' Genovesi, costringendolo alla fuga,

dopo aver prese cinque loro galee. Maritò _Bernabò_ in quest'anno

_Valentina_ sua figliuola a _Pietro Lusignano_ re di Cipri[1870], e

nell'aprile coll'accompagnamento di secento quarantasei cavalli per

Modena e Ferrara la mandò a Venezia, da dove, scortata da una squadra

di navi veneziane, arrivò in Cipri. Ma non riuscì ad essi Veneti di

ritorre a' Genovesi Famagosta capitale di quell'isola. Loro bensì venne

fatto di obbligare a ritirarsi _Francesco da Carrara_, che avea stretto

d'assedio la terra di Mestre. Fu in quest'anno, correndo il mese di

luglio, in Firenze la congiura de' Ciompi[1871], cioè della più vil

plebe, che saccheggiò e bruciò molti palagi de' nobili. Capo d'essi fu

_Silvestro de' Medici_; ma poco durò la sua autorità, e fu dispersa

quella canaglia. Ampia descrizione ce ne lasciò Gino Capponi, da me

dato alla luce. Stesesi la pessima influenza di questo funestissimo

anno anche a Genova. Benchè _Domenico da Campofregoso_ doge di quella

repubblica tenesse sempre ai fianchi la prudenza nel governo suo,

pure il genio sempre tumultuoso di que' cittadini si mosse a rumore

contra di lui, e nel dì 17 di giugno, in concorrenza di _Antonio

Adorno_[1872], fu eletto doge _Niccolò di Guarco_, uomo manieroso,

ed amico anche de' nobili, che, per assicurarsi della sua signoria,

rinserrò tosto in dure carceri il _Campofregoso_ suo predecessore, e

_Pietro_ di lui fratello.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 126 / 216 题