[1819] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria di Monferrato, tom. 22 Rer.
Ital.
[1820] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffon.,
Chron., tom. eod.
[1821] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1822] Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.
[1823] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Rubeus, Hist.
Ravenn., lib. 6.
[1824] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1825] Bonincontrus, Annal. tom. 21 Rer. Ital.
[1826] Corio, Istoria di Milano.
[1827] Matth. de Griffon., Chronic., tom. 18 Rer. Ital.
[1828] Cronica di Bologna, tom. eod.
[1829] Gazata, Chron., tom. eod.
[1830] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.
[1831] Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1832] Raynaldus, Annal. Eccles.
Anno di CRISTO MCCCLXXVII. Indiz. XV.
GREGORIO XI papa 8.
CARLO IV imperadore 23.
Disposte in Roma tutte le cose pel solenne ricevimento di _papa
Gregorio XI_, si mosse egli da Corneto, e per mare e pel Tevere arrivò
colà nel dì 17 di gennaio[1836]. Magnifico fu l'apparato, con cui
l'accolse quel popolo, incredibile il plauso e l'allegrezza d'ognuno,
tutti sperando finiti i pubblici guai, guarite le piaghe dell'Italia,
dappoichè al vero suo sito si vedea ritornato il vicario di Cristo
con tutta la sacra sua corte. La piena descrizione dell'itinerario di
questo papa, e del suo felice ingresso in Roma, l'abbiamo da Pietro
Amelio agostiniano[1837]. Ma questo sereno non durò molto. Troppo in
secoli tali erano avvezzi i baroni e i popoli tutti alle rivoluzioni.
Non sono men difficili ad estinguere i mali abiti del corpo politico,
che quei del corpo naturale e dell'animo umano. In fatti dal popolo
di Roma non gli fu mantenuto se non pochissimo di quello che aveano
promesso[1838], con seguitar massimamente i dodici caporioni a voler
comandare, e a tenere in piedi i Banderesi. _Francesco da Vico_,
tiranno di Viterbo e d'altri luoghi, soffiava nel fuoco; fors'anche i
Fiorentini vi teneano pratiche per questo. Cercò dunque il buon papa
di acconciar colle buone questi rumori. Andò poscia a villeggiare ad
Anagni, e gli riuscì nel mese di novembre di pacificar il prefetto da
Vico con accordo onorevole. Altrettanto bramava di fare coi Fiorentini,
e loro apposta mandò ambasciatori; ma cotanto erano que' magistrati
immersi nel loro vendicativo impegno, lusingandosi di sostenerlo con
facilità dacchè aveano mossa sì gran tempesta, che rifiutarono ogni
ragionevol concordia, benchè del non seguito accordo dessero eglino
la colpa al papa, che a chiare note protestava di volersi vendicare
de' Fiorentini. Più ancora si figuravano essi facile l'abbassamento
della corte romana, perchè aveano saputo staccare a forza di danaro
dall'armata pontificia _Giovanni Aucud_ colla sua compagnia d'Inglesi.
Scrive l'Ammirati[1839] che gli assegnarono ducento cinquanta mila
fiorini l'anno: tanta era la lor forza ed izza contra del pontefice.
Ma per la condotta di costui, o per altri motivi, disgustato
_Ridolfo Varano_ signore di Camerino, e generale dell'armi loro,
inaspettatamente passò alla banda del papa. Il gastigarono i Fiorentini
con far dipignere l'effigie di lui impiccato pe' piedi nel loro
palazzo: del che egli si rise; e una pittura più sconcia degli Otto,
che allora governavano Firenze, fece anch'egli fare in Camerino. Ma
prima di questi avvenimenti, un troppo orribile fatto succedette nella
città di Cesena, che gran discredito diede all'armi pontificie[1840].
Avea quivi messa la sua residenza il sanguinario _cardinal di
Ginevra Roberto_; la sua guardia era di Bretoni. Nel dì primo di
febbraio[1841], perchè uno di questa mala gente volle per forza della
carne da un beccaio, si attaccò una rissa. La disperazione avea preso
quel popolo, perchè i Bretoni, dopo aver consumato tutto il distretto,
erano dietro a divorar anche la città[1842]. Trassero a questo rumore i
cittadini in aiuto del lor compatriotto, e gli altri Bretoni a sostener
il loro compagno. Divenne perciò generale la mischia, e più di trecento
di quegli stranieri rimasero uccisi. Il cardinale pien di furore si
chiuse nella Murata, e mandò per gl'Inglesi dimoranti in Faenza, che
tosto corsero a Cesena, ed ebbero ordine di mettere a fil di spada
quel misero popolo. Con ducento lance vi arrivò ancora _Alberico conte
Barbiano_, che era al servigio della Chiesa. Corsero costoro per la
terra, e fecero ben que' cittadini disperati quanta difesa poterono;
ma soperchiati dall'eccessivo numero di que' barbari, non poterono
lungo tempo reggere all'empito loro. Non vi fu allora crudeltà che
non commettessero i vincitori; fecero un universal macello di quanti
vennero loro alle mani, senza risparmiare vecchi decrepiti, fanciulli,
religiosi, ed anche donne pregnanti. Dalla loro sfrenata libidine niun
monistero di sacre vergini andò esente; tutto in fine fu messo a sacco,
chiese e case. Fu creduto che circa quattro mila persone rimanessero
vittima del barbarico furore; fuggirono quei che poterono; e l'Aucud,
per isgravarsi alquanto da sì grave infamia, mandò un migliaio di donne
scortato fino a Rimini, ritenendo quelle che più furono di soddisfazion
di que' cani. Circa otto mila di que' miseri fuggiti si ridussero a
Cervia e Rimini limosinando, perchè spogliati di tutto. Grande sparlare
che fu per questo de' ministri della Chiesa.
Ma neppur collo spoglio di Faenza e Cesena si saziò l'ingordigia di
questi diabolici masnadieri. Andavano essi chiedendo paghe[1843],
e paghe non venivano. Il perchè, nel giorno primo di marzo il
cardinale legato portatosi a Ferrara, quivi per aver danaro vendè la
desolata città di Faenza a _Niccolò marchese_ d'Este, da cui nel dì
6 d'aprile fu mandato _Selvatico Boiardo_ suo capitan generale con
alquante schiere d'armati a prenderne il possesso. Ma troppo male
impiegata fu quella somma d'oro (e fu di quaranta mila fiorini d'oro);
imperciocchè essendosi nell'ultimo dì d'agosto partito da Ferrara il
cardinal suddetto[1844], _Astorre dei Manfredi_, assistito da _Bernabò
Visconte_, dai Fiorentini e Forlivesi, per una chiavica entrò di
notte in Faenza, e se ne insignorì nel dì 25 di luglio, con restar
sommamente beffato il marchese. Celebraronsi con pomposa solennità
in quest'anno nel giorno ultimo di maggio le nozze di _Francesco
Novello_ figliuolo di _Francesco da Carrara_ signor di Padova con
_Taddea_ figliuola d'esso marchese _Niccolò_. Trattarono in quest'anno
i Bolognesi di pace col papa[1845], e nel settembre la conchiusero,
avendo ottenuta facoltà per cinque anni avvenire di reggersi a comune,
con pagare annualmente alla santa Sede dieci mila fiorini d'oro. In
quest'anno[1846], dacchè _Ridolfo da Camerino_ ebbe volte le spalle
ai Fiorentini, fece lor guerra colle forze del papa; ma ne riportò
solamente danno, e gli fu anche data una rotta dal _conte Lucio_
capitano de' Fiorentini. Reggevasi in questi tempi a comune la terra di
Bolsena. Cadde in pensiero ad alcuni frati minori di sottometterli alla
Chiesa, figurandosi forse di fare un'opera santa e meritevole[1847];
ed essendo il convento loro presso alle mura, v'introdussero una notte
i Bretoni. Il bel guadagno fu, che questi Barbari misero tutta la
terra a sacco, e vi tagliarono a pezzi forse cinquecento tra uomini e
donne. Anche in Foligno fu novità. Sollevatosi parte di quel popolo nel
dì 11 d'agosto, uccise _Trincio de' Trinci_ signore di quella città,
ed imprigionò un suo figliuolo; ma nel dì 22 di dicembre Corrado de'
Trinci, fratello dell'ucciso, di volere di un'altra parte di esso
popolo ricuperò la terra, e cavò di prigione il nipote. Era ogni cosa
in conquasso in questi tempi negli Stati della Chiesa e nel vicinato;
e i Fiorentini e Pisani fecero per forza dir le messe, senza volere
rispettar l'interdetto. Il papa per questo fulminò maggiori scomuniche,
ma senza far mutare cervello a' suoi nemici. _Bernabò Visconte_[1848],
per maggiormente assodare nel partito suo e de' Fiorentini _Giovanni
Aucud_ e il _conte Lucio_ Tedesco da Costanza, diede a cadaun di loro
in moglie due sue figliuole bastarde. Furono composte in quest'anno nel
dì 15 di giugno[1849] le differenze che vertivano fra _Gian-Galeazzo_
Visconte conte di Virtù, e _Secondotto marchese_ di Monferrato, con
avere Gian-Galeazzo accoppiata in moglie al marchese sua sorella
_Violante_, vedova di _Lionetto_ d'Inghilterra, e con promessa di
restituirgli Casale di Santo Evasio, ogni qualvolta fosse mancato di
vita _Galeazzo_ suo padre. Altre promesse fece dipoi Gian Galeazzo al
marchese e ad _Ottone duca di Brunsvich_, venuto apposta da Napoli per
assistere al giovinetto marchese. Ma, siccome vedremo, Gian-Galeazzo
non dovea credere che il promettere seco portasse l'obbligo di mantener
la parola.