NOTE:

[1811] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1812] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[1813] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens.,

tom. eod.

[1814] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1815] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1816] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[1817] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Veronens., tom. 8

Rer. Ital. Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.

[1818] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXXVI. Indiz. XIV.

GREGORIO XI papa 7.

CARLO IV imperadore 22.

Sempre più andarono peggiorando in quest'anno gli affari temporali

della Chiesa romana in Italia. Pareva che tutti i popoli, anche delle

più minute terre, andassero a guadagnar indulgenza, ribellandosi al

papa loro legittimo signore. Ascoli si rivoltò; Civita Vecchia, Ravenna

ed altre città non vollero essere da meno. _Guglielmo cardinale_ legato

apostolico tenne colla sua presenza per quanto potè in ubbidienza

la città di Bologna[1820]; ma quel popolo al vederne tanti altri,

che, scosso il giogo, aveano ripigliata la libertà, segretamente

ancora stuzzicato da' Fiorentini, autori di tutte queste sedizioni,

finalmente nella mattina del dì 20 di marzo, mostrando sospetto che

il cardinale fosse dietro a vendere Bologna a _Niccolò marchese_ di

Ferrara[1821] per mancanza di danari (che neppur un soldo veniva da

Avignone), levarono rumore, e presero il palazzo. Fuggì travestito

il legato, e poscia se ne andò a Ferrara. Fu dato il sacco a tutto

il suo avere e a tutta la famiglia sua. Poscia, dacchè si furono que'

cittadini impadroniti del castello di San Felice, che furiosamente fu

smantellato, formarono governo popolare, e mandarono a Firenze per aver

soccorso. Prima di questo avvenimento, cioè sul fine di dicembre, anche

la città di Forlì[1822], dopo avere scacciata la fazione guelfa, si

sottrasse alla signoria della Chiesa, e nel dì dell'Epifania dell'anno

presente acclamò per suo signore _Sinibaldo_, figliuolo di _Francesco

degli Ordelaffi_, il quale nell'anno 1373 era mancato di vita in

servigio de' Veneziani.

A sì fatti sconcerti vennero dietro in breve innumerabili mali in

Italia. Soggiornava in Faenza il vescovo d'Ostia, conte della Romagna;

e perciocchè _Astorre_ ossia _Astorgio de' Manfredi_ teneva pratiche

per far ribellare ancor quella città, nè mancavano ivi risse e tumulti,

chiamò colà _Giovanni Aucud_, che co' suoi Inglesi era all'assedio di

Granaruolo[1823]. Entrato che fu l'Aucud colla sua gente, cominciò a

fare istanza per le sue paghe. Perchè era vota la borsa del ministro

pontificio, trovò l'iniquo inglese la maniera di pagarsi alle spese

dell'infelice città[1824], oppur ciò fu a lui ordinato, come fama

corse, dallo stesso conte della Romagna, ch'era il peggior uomo del

mondo. Col pretesto dunque che meditassero ribellione, trecento de'

principali cittadini cacciò in prigione; spinse fuor di città gli

altri (erano circa undici mila persone dell'uno e dell'altro sesso),

con ritener solamente quelle donne che piacquero a lui ed ai suoi.

Tutta la città con inudita crudeltà fu interamente data a sacco, e vi

restarono trucidate circa trecento persone, massimamente fanciulli.

Ecco quai cani tenessero allora al suo servigio in Italia i ministri

pontificii. Nel mese d'aprile anche Imola si sottrasse all'ubbidienza

del papa, e ne divenne poco appresso padrone _Beltrame degli Alidosi_.

Di Camerino parimente e di Macerata in queste rivoluzioni s'impadronì

_Ridolfo da Varano_, personaggio di gran valore. Chiaramente conobbe

allora _papa Gregorio XI _a quanti malanni avessero non men egli che

i suoi predecessori esposta l'Italia, e soprattutto gli Stati della

Chiesa colla lor lontananza. Perciò allora fu che prese la risoluzione

di trasportar la corte di qua da' monti per timore di perdere tutto,

giacchè Roma stessa tutta era in confusione, e buona parte de' baroni

romani in rivolta. Ma conoscendo che la presenza sua sarebbe riuscita

un inutile spauracchio, se non veniva fiancheggiata dall'armi, assoldò

in breve tempo un esercito di Bretoni sì poderoso, che, secondo il

comune uso d'ingrandir sempre il numero de' combattenti e i successi

delle battaglie, fama fu che ascendesse a quattordici mila cavalli.

Alcuni dicono dodici mila. Buonincontro[1825] non li fa più di sei

mila cavalli, ed altri non più di quattro. Certo non furono solamente

ottocento, come ha il Corio[1826]. Diede il pontefice il comando di

quest'armata a _Roberto cardinale_ della basilica de' dodici Apostoli,

fratello del conte di Genevra, cioè ad un mal arnese, che zoppicava

d'un piede, e maggiori vizii nascondeva nel petto.

Costui, dichiarato legato apostolico, calò in Italia, e sul

principio di luglio arrivò con quella perfida e bestial gente sul

Bolognese[1827]. Dopo essersi impadronito di Crespellano, Monteveglio

ed altri luoghi, cominciò delle fiere ostilità contra de' Bolognesi;

ma più si applicò a dei trattati segreti per ricuperar Bologna.

_Ridolfo da Camerino_, generale de' Fiorentini, che ivi si trovava,

uomo accorto, non mai volle uscire a battaglia. Proverbiato per questo,

rispondeva: _Io non voglio uscire, perchè altri entri_. Nel dì 11

di settembre scoperte le mine tenute da esso cardinale in Bologna,

ne pagarono il fio alcuni nobili che teneano mano alla congiura,

coll'esserne stati alcuni decapitati, ed altri banditi. Continuò poi

per tutto l'autunno la guerra sul Bolognese, commettendo i Bretoni

ogni maggior crudeltà, con desolar tutto, e incendiar molte migliaia

di case. Il Cronista Bolognese[1828] ce ne lasciò una lagrimevol

descrizione, accompagnato da gravi doglianze contro i pastori della

Chiesa. _I Fiorentini_ e _Bernabò Visconte_ non dimenticarono di dar

soccorso in questi pericoli a Bologna. Ma _Niccolò marchese di Ferrara_

favoriva la parte del papa, e fu creduto che il cardinale gli volesse

vendere quella città. Intanto il papa conchiuse pace con _Galeazzo

Visconte_[1829], rilasciando a lui la città di Vercelli, Castello

San Giovanni, e circa cento altre castella sul Piacentino, Pavese e

Novarese: con che Galeazzo sborsasse in varie rate ducento mila fiorini

d'oro. Ma ripugnando il vescovo di Vercelli a restituire Vercelli,

Galeazzo ne entrò in possesso solamente nell'anno seguente, essendo

stato tradito il vescovo da' suoi, e fatto prigione. Allo sdegno del

papa contra de' Fiorentini, i quali aveano eccitato sì grave incendio

negli Stati della Chiesa, parve poco il mettere l'interdetto a Firenze,

il fulminare contra di quei magistrati le più terribili scomuniche ed

altre pene. Stese ancora il gastigo contra di qualunque Fiorentino che

si trovasse in Europa, dando facoltà a cadauno di farli schiavi, e di

occupar le loro mercatanzie ed ogni loro avere; e però in qualche luogo

di Francia ed Inghilterra[1830], quasi fosse un enorme delitto l'essere

Fiorentino, fu mirabilmente eseguita la concession papale, benchè si

trattasse di tante persone innocenti, le quali niuna relazion aveano

colle risoluzioni prese in Firenze: cosa che può far orrore ai nostri

giorni, e dovea farlo anche allora. Furono cacciati da Avignone, e

ne fuggirono da altri paesi per paura di tali pene tanti Fiorentini,

che, venuti in Italia, poteano formare un'altra città. Fu posto

l'interdetto a Pisa e a Genova, perchè que' popoli non aveano scacciato

i Fiorentini.

La speranza intanto di rimediare a tanti sconvolgimenti di cose

parea riposta nella venuta del pontefice; nè mancarono persone pie,

e, fra l'altre, santa _Caterina da Siena_, che con lettere calde il

sollecitarono a tal risoluzione, promettendogli cose grandi, se si

lasciava vedere in Italia[1831]. Perciò, venuto egli a Marsiglia

nel dì 22 di settembre, e servito dipoi dalle galee della _regina

Giovanna_, de' _Genovesi_ e _Pisani_, s'imbarcò nel dì 2 d'ottobre, e

nel dì 18 arrivò a Genova, dove si fermò alquanti giorni, a cagion del

mare grosso, che per tutto il viaggio gli fu contrario, di modo che

per quella fortuna si affogò il vescovo di Luni, e si ruppero molti

legni. Finalmente giunse a Corneto, e, quivi sbarcato, celebrò poi

le feste del santo Natale. Accorsero gli ambasciatori romani[1832] a

complimentarlo, e gli diedero con uno strumento il pieno ed assoluto

dominio di Roma, conservando nondimeno varii loro usi e privilegii.

Guerra fu in questo anno fra _Leopoldo duca_ d'Austria e i _Veneziani_

per segreti impulsi, come fu creduto, di _Francesco da Carrara_[1833].

Possedeva il duca le città di Feltro e di Belluno. Di colà a dì 15 di

maggio spedì egli senza disfida alcuna tre mila cavalli addosso al

territorio di Trevigi, che fecero in quelle parti un gran guasto, e

piantarono dipoi due bastie a Quero. Forniti che si furono di gente i

Veneziani, espugnarono quelle bastie, e il lor generale _Jacopo de'

Cavalli_ Veronese passò fin sotto Feltro, e vi mise l'assedio, ma

poi se ne ritirò. Succedette anche un fatto d'armi colla peggio de'

Veneziani. Interpostosi finalmente mediatore _Lodovico re _d'Ungheria,

seguì fra loro una tregua di due anni, che fece depor l'armi ad

amendue le parti. Arrivato a Napoli[1834] nel dì 25 di marzo dell'anno

presente_ Ottone duca di Brunsvich_, solennemente sposò la _regina

Giovanna_. Riuscì parimente in quest'anno[1835] a _Carlo IV imperadore_

di far eleggere _Venceslao_ suo figliuolo re de' Romani: il che seguì

nelle feste di Pentecoste; ma gli convenne comperar questa elezione

dagli elettori con esorbitante somma di danaro; cioè con promettere a

cadaun di essi venti mila fiorini. Ne scarseggiava egli assaissimo, e

però impegnò loro i dazii e le rendite dell'imperio.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 124 / 216 题