NOTE:

[1769] Gatari, Ist. Pad., tom. 17 Rer. Ital.

[1770] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.

[1771] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1772] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria di Monferrato, tom. 23 Rer.

Ital.

[1773] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1774] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1775] Annales Mediolan., tom. 16 Rerum Italic. Chronic. Placentin.,

tom. eod. Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1776] Corio, Istor. di Milano.

[1777] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1778] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.

[1779] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1780] Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital. Gatari, Istor.

Padov., tom. 17 Rer. Ital. Andreas de Redusio, Chron., tom. 19 Rer.

Ital.

[1781] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1782] Fazell., de Reb. Sic., lib. 9, cap. 6.

[1783] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[1784] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXXIII. Indiz. XI.

GREGORIO XI papa 4.

CARLO IV imperadore 19.

Per continuare la guerra contro i Visconti _papa Gregorio XI_, come si

usava in questi sì sconcertati tempi, impose le decime nell'Ungheria,

Polonia, Dania, Svezia, Norvegia ed Inghilterra. L'oro indi raccolto

servì ad accrescere le due armate, destinate l'una in Piemonte contra

di _Galeazzo Visconte_, e l'altra sul Modenese contra di _Bernabò_, di

lui fratello; i quali Visconti erano stati di nuovo scomunicati nella

pubblicazion della bolla _In Coena Domini_. La vendetta che ne fece

Galeazzo[1786], fu di spogliar gli ecclesiastici sottoposti al suo

dominio, e di esiliarli. Più discreto in questo fu Bernabò, quantunque

opprimesse i suoi anche egli con esorbitanti gravezze. Ora giacchè

era finita la tregua, senza che si fosse potuto intavolar pace fra i

Visconti e i collegati, _Bernabò_ nel dì 5 di gennaio spedì parte del

suo esercito ai danni del Bolognese[1787], cioè mille uomini d'armi da

tre cavalli l'uno, e trecento arcieri. Questa masnada pervenne sino a

Cesena saccheggiando tutto il paese. Ma mentre carichi di preda se ne

tornavano indietro, venne con loro alle mani, nel passare verso San

Giovanni il fiume Panaro[1788], _Giovanni Aucud_ coi suoi Inglesi e coi

Bolognesi, e li mise in rotta, con far prigioni circa mille persone.

Secondo la Cronica di Piacenza[1789], la maggior parte degli sconfitti

si salvò colla fuga; ma non è da credere, perchè erano in paese nemico.

Poscia nel dì 20 di febbraio il legato della Chiesa coll'esercito

marciò verso Piacenza e Pavia, e si impadronì del castello San

Giovanni. Quasi tutte le altre castella del Piacentino ed alcune del

Pavese, prevalendo in esse i Guelfi, si ribellarono a _Galeazzo_,

dandosi al legato; il che poi fu la loro rovina. Nello stesso tempo

_Amedeo conte di Savoia_ con un'altra poderosa armata passò il Po e il

Ticino, e giunse sino alle porte di Pavia, dove distrusse i giardini

di _Galeazzo Visconte_. Poscia, venuto sul territorio di Milano, si

accampò a Vicomercato, dove si fermò alquanti mesi, facendo scorrerie,

e mettendo in contribuzione tutto il paese. Seco erano _Ottone duca_

di Brunsvich e _Luchinetto Visconte_. S'inoltrò poscia sul Bresciano a

cagion di un trattato di tradimento che avea in Bergamo. Colà penetrò

colle sue genti anche il legato pontificio, chiamato in aiuto; e le

sue masnade in saccheggi ed incendii si studiarono di non essere da

meno degli altri. Affinchè non si unissero col conte di Savoia, accorse

l'armata de' Visconti, e presso Monte Chiaro disfece buona parte di

esso esercito pontificio, colla morte di circa settecento uomini, e

coll'acquisto di cinquecento cavalli. Ma nel dì 8 di maggio comparendo

colle loro squadre inglesi e franzesi _Giovanni Aucud_ e il _signore di

Cussì_, benchè inferiori di gente, diedero una gran rotta all'esercito

de' Visconti nel luogo di Gavardo, ossia al ponte del fiume Chiesi,

dove rimasero prigionieri moltissimi nobili italiani e tedeschi,

distesamente annoverati dall'autore della Cronica Estense[1790]. Fra

i principali si contarono _Francesco marchese_ d'Este fuoruscito di

Ferrara; _Ugolino_ e _Galeazzo marchesi_ di Saluzzo, _Castellino da

Beccheria, Romeo de' Pepoli, Gabriotto da Canossa, Federigo da Gonzaga,

Beltramo Rosso da Parma_, e _Francesco da Sassuolo_, quel medesimo

che, per avere ucciso il nobil uomo _Gherardo de' Rangoni_ da Modena,

occasionò la presente guerra. _Gian-Galeazzo_ conte di Virtù, figliuolo

di _Galeazzo_, che si trovò in quel frangente, per miracolo si salvò.

Narra il Gazata[1791] che in questi tempi passò per Milano e per Pavia

un vescovo nipote del papa con seguito di cinquanta persone, il quale

si esibì ai fratelli Visconti di trattar di pace col papa. Fu ben

veduto, e gli fu dato salvocondotto per passare al campo del conte di

Savoia, che si trovava allora sul Milanese. Ma Galeazzo, tenendogli

buone spie alla vita, scoprì ch'egli portava seco cento venti mila

fiorini d'oro per le paghe del conte. Buon boccone fu questo per lui;

tutto sel prese, facendo poi dire al prelato che con sicurezza se

n'andasse, ma che non dovea portar sussidii ai suoi nemici. Partissi

nel dì 13 di maggio da Sassuolo _Manfredino_ signor di quella terra per

andare a Firenze. Appena fu fuori, che quegli abitanti gli serrarono le

porte dietro. Volle rientrare, ma non potè. Fu appresso data la terra

al _marchese Niccolò Estense_; e così andarono dispersi da lì innanzi i

signori di Sassuolo con gastigo meritato da essi per la ribellione al

loro signore, e per l'ingiusto ammazzamento del Rangone. All'incontro

_Guido Savina da Fogliano_, staccatosi dalla lega, s'accordò con

_Bernabò Visconte_, sottomettendo a lui ventiquattro castella ch'egli

possedeva nel Reggiano, e ne riportò dei vantaggiosi patti. _Giovanni

vescovo_ di Vercelli della casa del Fiesco in quest'anno colle milizie

della Chiesa e colla fazion de' Brusati proditoriamente tolse a

_Galeazzo Visconte_ quella città, ma non già la cittadella, che si

sostenne. In tale occasione barbaricamente essa città tutta fu posta a

sacco, non men di quello che era succeduto alla città di Reggio. Era

stato cagione l'avvicinamento del conte di Savoia[1792] che alcune

valli del Bergamasco, per commozione de' Guelfi, s'erano ribellate

a _Bernabò Visconte_. Egli perciò spedì colà, nel mese d'agosto, il

prode suo figliuolo _Ambrosio_ con copia grande di gente d'armi per

mettere in dovere que' popoli. Trovavasi Ambrosio nella valle di San

Martino ad un luogo appellato Caprino, quando gl'infuriati rustici il

sorpresero con tal empito, che restò non solamente preso, ma anche

vituperosamente ucciso nel dì 17 d'agosto. Da questo colpo fu anche

aspramente trafitto il cuore di Bernabò suo padre; e però nel prossimo

settembre cavalcò egli in persona con grosso esercito in quella valle,

fece grande scempio di quelle genti, le quali in fine umiliatesi

ritornarono alla di lui ubbidienza. Orrido e lagrimevole accidente

fu l'occorso in quest'anno nella città di Pavia[1793]. Mentre dal

castello si portava alla sepoltura il corpo del defunto giovinetto

_Carlo Visconte_, figliuolo di _Gian-Galeazzo_, nel passare sul ponte,

questo pel peso si ruppe, e caddero nell'acque profonde della fossa

murata da amendue i lati più di ottanta persone nobili di varie città

di Lombardia, e massimamente di Milano e di Pavia, che tutte rimasero

miseramente annegate. Vi si aggiunse un altro caso strano; cioè, appena

rotto il ponte, cominciò un diluvio di pioggia e gragnuola, che durò

più di due ore: il che servì ancora ad impedire ii soccorso di scale

e corde agl'infelici caduti. Il Gazata, autore degno, in questi tempi

di maggior fede, riferisce[1794] questo infortunio al dì 3 d'aprile

dell'anno seguente, e vuole che vi perissero cento e dieci persone

nobili. Dopo la vittoria riportata dall'esercito collegato contra

di _Bernabò_ al fiume Chiesi, _Giovanni Aucud_, trovando che molti

dei suoi Inglesi erano o rimasti estinti nel conflitto o feriti, e

veggendosi in paese nemico senza vettovaglia, oltre all'andare le genti

de' Visconti sempre più crescendo, ritirandosi bel bello, si ridusse

a Bologna. Gli tenne dietro con gran fretta anche il conte di Savoia

coll'esercito suo, e venuto sul Bolognese, quivi si fermò, aspettando

indarno le paghe promesse, con desolar intanto quel territorio amico.

Finalmente esso conte, non osando passare pel Piacentino e Pavese,

fu obbligato, se volle tornare in Piemonte, a prendere la strada

del Genovesato: il che gli costò molte fatiche, e perdita di gente e

cavalli, terminando con ciò la campagna, senza aver preso che poche

castella in Piemonte, e con aver solamente rovinati varii paesi.

_Galeazzo Visconte_ gran guerra fece sul Piacentino, e ricuperò gran

parte delle castella ribellate. Si trattò di pace; ma, non fidandosi

il papa de' Visconti, i suoi ministri ritrovando più conto in seguitar

la guerra, per cui arricchivano molto succiando la pecunia pontificia,

e profittando de' saccheggi, andò per terra ogni trattato, e continuò

la rovina di quasi tutta la Lombardia. Non era minor fuoco in questi

tempi fra i Veneziani e _Francesco da Carrara_ signor di Padova[1795].

La superiorità delle forze de' primi tale era, che il Carrarese,

diffidando di potere resistere, cercò di tirar in lega _Alberto_ e

_Leopoldo duchi_ di Austria, comperando nondimeno il loro aiuto con

cedere ad essi le città di Feltre e di Cividal di Belluno. Perciò

quei principi spedirono molte soldatesche contra de' Veneziani sul

Trivisano. Più altre ne inviò _Lodovico re_ d'Ungheria e di Polonia,

comandate da _Stefano vaivoda_. Intanto _Uguccione_ da _Tiene_,

nunzio di papa Gregorio XI, perorava presso i Veneziani per indurli

alla pace. Condiscesero essi, ma, conoscendo la lor potenza, diedero

varii capitoli contenenti eccessive dimande per parte loro, che il

Carrarese sparse dipoi dappertutto _per far conoscere l'ingordigia

de' suoi avversarii_. Fra varii incontri e piccioli fatti d'armi, uno

spezialmente fu considerabile nel mese di maggio ad una fossa fatta

dai Veneziani verso Pieve di Sacco. Sì vigorosamente combatterono

allora gli Ungheri, che disfecero l'armata veneta, con far prigioni

assaissimi nobili veneti. Ma in un altro fiero conflitto a dì primo di

luglio, che riuscì favorevole a' Veneziani, restò prigione lo stesso

Stefano vaivoda generale degli Ungheri con altri nobili di sua nazione

ed italiani: il che fu d'infinito danno al Carrarese. Imperocchè gli

Ungheri protestarono da lì innanzi di non voler più guerra, se non

veniva posto in libertà il loro generale. A questo mal tempo se ne

aggiunse un altro; e fu, che i Veneziani sollevarono segretamente

_Marsilio da Carrara_ contro di Francesco suo fratello signore di

Padova. Si scoprì la congiura, e Marsilio ebbe tempo da fuggirsene a

Venezia nel dì 3 d'agosto. Per tali disavventure, e perchè il popolo di

Padova, disfatto da questa guerra, forte se ne lagnava, si trovava in

grandi affanni Francesco da Carrara. Il perchè per mezzo del patriarca

di Grado cercò colla corda al collo pace da' Veneziani: pace vergognosa

e gravosa a lui, perchè data da chi era al disopra di lui, ma che servì

a liberarlo dai pericoli maggiori, a' quali si vedeva esposto.

Scrive Andrea Redusio[1796] che il celebre _Francesco Petrarca_, allora

abitante sul Padovano, fu spedito dal Carrarese a Venezia per ottener

questa pace, e che alla presenza dell'augusto senato veneto lo stupore

gli tolse di mente l'orazion preparata. Secondo il Caresino[1797], si

obbligò il Carrarese a pagar cento mila fiorini d'oro per le spese

della guerra. I Gatari[1798] dicono trecento cinquanta mila ducati

ossia fiorini d'oro. Il Sanuto[1799] scrisse ducento quaranta mila;

con pagarne di presente i quaranta mila. Fu inoltre forzato a mandare

al senato veneto _Francesco_ Novello suo figliuolo a chiedere perdono,

e a dirupar varie castella sui confini, e a cederne delle altre ai

Veneziani: i quali piantarono i confini dove lor parve, senza che il

Padovano osasse reclamare. In somma, per non poter di meno, ebbe una

lezion sì dura, che pregno d'odio e di rabbia ad altro non pensò per

l'avvenire che a farne vendetta. Fu pubblicata questa pace in Venezia

nel dì 21 di settembre. Anche i Genovesi[1800] nell'anno presente

diedero gran pascolo ai novellisti. Vogliosi essi di vendicarsi de'

Cipriotti per l'affronto lor fatto nell'anno precedente, indirizzarono

alla volta di Cipri la poderosa loro armata, composta di quarantatrè

galee e d'altri legni minori, con circa quattordici mila combattenti.

Presero nel dì 10 d'ottobre senza molto contrasto la capitale di

quell'isola, cioè Famagosta; e quivi piantarono il piede con farsi

rendere ubbidienza dalle altre città e terre dell'isola. Al giovinetto

_re Pietro Lusignano_, con cui fecero la pace, lasciarono il titolo

di re, obbligandolo a pagare loro ogni anno quaranta mila fiorini

d'oro. Da queste dissensioni dei cristiani non lieve profitto intanto

ricavarono i Turchi, la potenza de' quali ogni dì più andava crescendo

in Asia, calando nello stesso tempo quella de' Greci. Essendosi in

questo mentre[1801] ribellato alla regina _Giovanna il duca d'Andria_

della casa del Balzo, essa spedì contra di lui coll'esercito _Giovanni

Malatacca_ da Reggio, che assediò e prese Teano. Se ne fuggì il duca

ad Avignone, spogliato di tutti i suoi Stati, i quali la regina vendè

tosto ad altri baroni. Cosa strana vien raccontata dall'autore della

Cronica di Siena[1802]: cioè che in quest'anno (quasi fosse forza di

maligno pianeta) i frati di varii ordini religiosi ebbero brighe e

dissensioni, e ne seguirono varii ammazzamenti fra loro. E le calunnie

ed oppressioni furono frequenti ne' lor monisteri. Frutti erano questi

della general corruzion de' costumi che regnava allora in Italia, per

colpa spezialmente della lontananza de' papi e delle guerre continue.

Certo non v'ha scrittore di questi tempi che non tocchi il depravamento

in cui si trovavano quasi tutti gli ordini religiosi.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 121 / 216 题