NOTE:

[1729] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.

[1730] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[1731] Corio, Istor. di Milano.

[1732] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[1733] Cronica di Siena, tom. eod.

[1734] Tronci, Annal. Pisan.

[1735] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1736] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1737] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1738] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[1739] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[1740] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 13.

[1741] Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.

[1742] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.

[1743] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer.

Ital.

[1744] Corio, Istor. di Milano.

[1745] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCCCLXX. Indizione VIII.

GREGORIO XI papa 1.

CARLO IV imperadore 16.

Rimase in quest'anno sommamente afflitta Roma, anzi l'Italia tutta,

per la risoluzione presa da _papa Urbano V_ di ritornarsene ad

Avignone[1746]. Giusto motivo di questo divorzio punto non appariva,

perchè Roma tutta gli ubbidiva, e il rispettava nelle forme dovute ad

un sovrano e ad un vicario di Cristo. Lo Stato ecclesiastico già quasi

tutto cominciava a godere i frutti di quella pace che egli vi avea

portata. Per quanto si raccoglie dalla sua Vita[1747], prese egli per

pretesto di tornarsene in Francia, il potere più da vicino applicarsi

a metter pace fra i re di Francia e d'Inghilterra, che si andavano

allora divorando l'un l'altro. Ma il Petrarca forse toccò[1748] il

punto, attribuendo ai cardinali franzesi l'aver commosso il buon

papa a far questo salto. Avvezzi alle delizie della Provenza, e alla

vita dissoluta che si tenea in quelle parti, non si poteano vedere

in Italia. Per essere venuto il papa alla sua propria residenza,

sparlarono sempre di lui finchè visse, e più ancora dappoichè la morte

l'ebbe rapito. Tanto dunque si può credere ch'essi tempestassero,

rappresentandogli il gran bene che ne verrebbe per quetar l'aspra

guerra dei suddetti due re, ch'egli nella state di questo anno,

partitosi da Roma per andare a villeggiare a Montefiascone, mentre

riposò in Viterbo, scoprì la sua intenzione di riveder la Francia, con

ordinare a tutti i cortigiani di prepararsi al viaggio. Per quanto

gli fosse detto contro, e predetta la morte e lo sdegno di Dio, se

andava, non si lasciò smuovere dal suo proponimento. Perciò nel dì 5

di settembre ito a Corneto, quivi si imbarcò, avendogli provveduto

un suntuoso stuolo di galee i re di Francia e d'Aragona, la reina

Giovanna, i Pisani e i Provenzali. Ebbe a pentirsi da lì a non molto

d'avere abbandonata la sua particolar greggia, e insieme l'Italia;

perciocchè, giunto ad Avignone, stette poche settimane a cadere

infermo; e questa infermità nel dì 19 di dicembre il trasse di vita.

Pontefice dotato di tutte le più belle virtù convenienti al suo sublime

santo ministero, umile sprezzator delle pompe, limosiniere, zelante del

culto di Dio, e tale in somma che tenuto fu per santo dopo sua morte,

si narravano grazie ottenute da Dio per intercessione di lui. Oltre a

varie Croniche[1749], ne fa fede anche il Petrarca nelle sue lettere;

e l'autore della Cronica Bolognese[1750] attesta che in quella città

fu con indicibil duolo compianta la perdita di questo buon pontefice

per li tanti benefizii ch'egli e il _cardinale Anglico_, suo fratello,

aveano compartiti ad essa città, e per la fama de' suoi miracoli si

cominciò a dipignere per le chiese la di lui effigie. Altrettanto

abbiamo dagli Annali di Genova di Giorgio Stella[1751]. Fu poi nel dì

30 di dicembre eletto sommo pontefice _Pietro Ruggieri_, figliuolo

di Guglielmo conte di Belforte, e nipote di _Clemente VI_, che era

cardinale di Santa Maria Nuova, giovane di età, ma vecchio di costumi,

scienziato nelle leggi, ne' canoni e nella teologia, modesto, liberale,

e amato da tutti per le sue oneste e cortesi maniere. Prese il nome

di _Gregorio XI_. Dicono ch'egli fu scolare di _Baldo_ gran legista in

Perugia.

Secondochè scrive Matteo Griffoni[1752], riuscì a _Giovanni Aucud_

d'introdurre in San Miniato, assediato da' Fiorentini, un convoglio

di vettovaglia e di munizioni. Ciò non ostante, per tradimento di uno

di quei terrazzani, appellato Luparello, i Fiorentini entrarono nella

terra nel dì 9 di gennaio dell'anno presente. Il presidio di _Bernabò

Visconte_ si ritirò nella rocca, la quale al fine venne anch'essa

nelle lor mani. Ad alcuni di que' nobili cittadini ribelli fu mozzo il

capo. Se ne fuggirono gli altri, cioè parte de' Mangiadori, conti di

Collegalli e Ciccioni, e con essi Filippo Borromeo, da cui discende

la chiarissima famiglia de' conti Borromei di Milano. Tolto dunque

a Bernabò quel nido in Toscana, egli richiamò l'Aucud in Lombardia.

Passò la sua compagnia d'Inglesi, calcolata circa due mila barbute,

nel dì primo d'agosto sul Bolognese[1753], commettendo nelle vicinanze

di quella città le consuete sue crudeltà, e dipoi se ne andò sul

Parmigiano. Le paci che facea Bernabò duravano sempre quel solo tempo

che a lui piaceva, perchè non gli mancavano mai pretesti di romperle,

e sempre maneggiava ribellioni e tradimenti in casa de' vicini. Mosse

egli guerra nell'anno presente a _Feltrino Gonzaga_ signor di Reggio.

Affinchè egli non s'impadronisse di quella città, accorsero in aiuto di

lui le armi della Chiesa, de' marchesi estensi[1754] e de' Fiorentini,

che manteneano lega insieme per sospetto sempre di quel non mai quieto

bestione. Nel dì 20 d'agosto succedette una battaglia tre miglia lungi

da Reggio, in cui fu sconfitta parte del di lui esercito, e presa

una bastia da lui fabbricata a San Rafaello. Avea Bernabò sovvertiti

i principali della terra di Vignola nel Modenese, e massimamente i

nobili Grassoni, per ribellarla al _marchese Niccolò_. Scoperto il

trattato, ebbero que' traditori il meritato gastigo. Inoltre i signori

di Sassuolo, dopo aver ucciso a tradimento sul Bolognese _Gherardo de'

Rangoni_, uno de' nobili principali di Modena, e carissimo a Niccolò

marchese d'Este, si ribellarono, ponendosi sotto la protezion di

Bernabò. Questa ribellione fece tornare sul Modenese le genti della

lega, che, passate sul Parmigiano, aveano dato ivi un gran guasto.

Assediarono esse la Mirandola, senza poterla avere; e nel ritorno

furono colte in un agguato dall'_Aucud_ spedito da Bernabò. Per questo

colpo diedero i collegati orecchio a proposizioni di pace, la quale nel

prossimo novembre a dì 12 fu pubblicata tra essi e Bernabò. Ma perchè

non vi fu compreso _Manfredino da Sassuolo_, continuò la guerra del

marchese Niccolò contra di lui, e ciò servì di pretesto a Bernabò per

non osservare dipoi i capitoli d'essa pace.

Oltre misura fumava di collera _Galeazzo Visconte_ contra di _Giovanni

marchese_ di Monferrato per l'occupazione della città d'Alba e di molte

castella del Piemonte, siccome abbiam di sopra accennato. Però con un

possente esercito andò nell'anno presente a farne vendetta[1755]. Diede

il guasto alle di lui castella verso Po, e pacificamente s'impadronì

di Valenza nel mese di settembre. Condusse poi l'armata sotto Casale

di Santo Evasio, e strinse quella terra con vigoroso assedio, e

talmente l'angustiò, che per difetto di viveri que' cittadini nel dì

14 di novembre capitolarono la resa. Lo strumento di essa dedizione

vien rapportato da Benvenuto da San Giorgio[1756]. Per questa perdita

presero brutta piega gli affari del marchese Giovanni. Secondo il

Corio[1757], in questo medesimo anno esso Galeazzo ricuperò la città

di Como, che colla Valtellina se gli era ribellata. Bernabò diede

principio ad un mirabil ponte d'un arco solo sopra l'Adda a Trezzo, e

fece fabbricar cittadelle a Brescia, Bergamo, Cremona, Pizzighettone,

Crema, Pontremoli, Lodi, Sarzana ed altri luoghi. E perciocchè Galeazzo

suo fratello[1758] avea cominciato in Milano il castello di Porta

Zobbia, anch'egli si mise a fabbricarne un altro nel sito dove ora è

lo spedal maggiore. Quanto a Genova, se la pace entrava talvolta in

quella città[1759], bisognava ben che s'aspettasse d'uscirne in breve

per l'instabilità e bollore di quelle teste. _Gabriello Adorno_, allora

doge di quella città, benchè persona esente da ogni taccia di tirannia,

anzi lodevole in tutte le azioni sue, pure non giugneva a contentare

un popolo che troppo amava le novità, diviso per le fazioni guelfa e

ghibellina. Nel 13 d'agosto contra di lui insorse coll'armi una parte

del popolo. Fece egli sonar campana a martello per aver soccorso,

e niuno si mosse per lui. Fu preso per forza il palazzo ducale, ed

allora molti de' mercatanti e del popolo si ridussero alla chiesa

de' frati minori, dove proclamarono doge _Domenico da Campofregoso_,

mercatante ghibellino di molta prudenza e ricchezze. Per maggior sua

sicurezza fece egli ritenere il deposto Adorno, e mandollo prigione a

Voltabio, facendolo custodire da buone guardie. L'anno fu questo[1760],

in cui la città di Lucca, dopo tanti anni di servitù, ricuperò la sua

libertà, per maneggio specialmente de' Fiorentini, assai informati

de' movimenti di Bernabò Visconte, per ottenerla o con danari o colla

forza. Venticinque mila fiorini sborsati al _cardinal Guido_, che n'era

governatore, il fecero andar con Dio, e lasciar libero quel popolo,

il quale fra le allegrezze della ricuperata libertà non dimenticò di

atterrare l'odiata cittadella dell'Agosta, siccome quella che avea

tenuto sempre in addietro il giogo addosso alla città.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 118 / 216 题