NOTE:

[1703] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1704] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1705] Raynald., Annal. Ecclesiast.

[1706] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1707] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1708] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1709] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1710] Corio, Istoria di Milano.

[1711] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Bonincontr., tom. eod.

[1712] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXVIII. Indiz. VI.

URBANO V papa 7.

CARLO IV imperadore 14.

Continuò papa Urbano il suo soggiorno nel palazzo del Vaticano anche

nella primavera di quest'anno, e nel mese di marzo _Giovanna regina_

di Napoli e _Pietro re_ di Cipri vennero a Roma per baciargli i

piedi, e per trattar dei loro affari[1715]. Ad essa regina in segno

d'onore fu donata dal pontefice la rosa d'oro. Venuta la state, andò

il santo Padre a villeggiare a Montefiascone, della cui buon'aria e

situazione si compiacque assaissimo. Eresse quivi un vescovato e un

capitolo di canonici. Insigni parentadi si studiò sempre _Bernabò

Visconte_ di fare; ma _Galeazzo_ suo fratello gli andò innanzi anche in

questo. _Bianca_ sua moglie era sorella di _Amedeo VI conte di Savoia;

Isabella_, moglie di _Gian Galeazzo_ suo figliuolo avea per padre il

re di Francia. Contrasse egli parentela in quest'anno anche col re

d'Inghilterra[1716], con dare in moglie a _Lionello_ ossia _Lionetto_,

figlio d'esso re e duca di Chiarenza, _Violante_ sua figliuola. La

dote fu magnifica, perchè, oltre a ducento mila fiorini d'oro[1717],

concedette al genero la città d'Alba e molte castella in Piemonte,

come Montevico, Cuneo, Cherasco e Demonte. Nel dì 27 di maggio venne il

reale sposo a Milano[1718], accolto con ismisurata pompa e regali senza

fine dai Visconti fratelli, e da gran nobiltà dell'uno e dell'altro

sesso. Celebraronsi le nozze nel dì cinque di giugno, nel qual giorno

si fecero nobilissimi conviti, che si veggono descritti dall'autore

degli Annali Milanesi e dal Corio. Alla prima mensa, dove sedeano i

principi, fu ammesso anche _Francesco Petrarca_ insigne poeta: tanta

era la di lui riputazione. Ma infausto fine ebbe questo matrimonio;

imperciocchè il suddetto principe inglese, divenuto padrone d'Alba

e delle suddette castella in Piemonte, per intemperanza, o per altre

cagioni, finì di vivere in Pavia nell'anno presente (altri dicono nel

seguente) con incredibil rammarico e gravissimo danno di Galeazzo, il

quale non solamente perdè il genero, e seco le speranze di appoggio

dalla parte del re d'Inghilterra, ma neppur potè ricuperar Alba e

l'altre terre dotali del Piemonte, delle quali si fece padrone Odoardo

il Dispensiere inglese, siccome andremo vedendo.

Stava in questo mentre _Bernabò Visconte_ suo fratello attento agli

andamenti e preparamenti de' principi collegati, ben prevedendo

che l'aveano giurata contra di lui; sapea eziandio che _Carlo IV

imperadore_, capo della lega, si disponea a passar in Italia con

formidabili forze. Però da tutte le parti cercò al suo soldo gente,

e determinò di prevenire i nemici colle sue armi e con quelle di

_Can Signore dalla Scala_ suo collegato. Erano allora le armate di

Italia, siccome osservò il Corio, composte di varie nazioni. In quelle

di Bernabò e di Galeazzo si contavano Italiani, Tedeschi, Ungheri e

Borgognoni; e lo stesso succedea in quelle degli Estensi, Gonzaghi

e Scaligeri. Il papa nell'esercito suo avea gran copia di Franzesi,

Spagnoli, Bretoni, Provenzali e Pugliesi. Fra poco vedremo comparire

anche l'imperadore con Boemi, Schiavoni, Polacchi ed altre nazioni.

Se l'Italia stesse bene fra tanti e sì varii, quasi dissi, cani e

ladroni, ognun può immaginarselo. Avvenne[1719] che nel dì 9 di marzo,

trovandosi in Parma una grossa guarnigione di Bernabò, vennero alle

mani i soldati italiani coi tedeschi ed ungheri, e degli ultimi ne

rimasero uccisi trentadue. Fecero gli uffiziali del Visconte far tregua

di tre mesi fra loro, e si quetò per allora il tumulto. Ora Bernabò,

unite le sue armi con quelle del fratello _Galeazzo_ e dello Scaligero,

all'improvviso nel dì cinque d'aprile portò la guerra sul Mantovano

per terra e per acqua[1720], avendo fatto calare per Po una copiosa

flotta di galeoni armati. Entrò nel serraglio di Mantova da due parti,

mettendo a sacco e fuoco tutto il paese, e quivi fabbricò una bastia

fortissima. Anche dalla parte di Guastalla mandò un esercito verso

Borgoforte, e se ne impadronì. Non tardò _Niccolò marchese_ d'Este a

spedire in soccorso de' collegati Gonzaghi i suoi galeoni armati per

Po. Giunta a Borgoforte questa flotta, attaccò battaglia con quella del

Visconte. Dieci ore durò il combattimento; in fine la peggio toccò ai

legni estensi; e quelli che non si poterono salvar colla fuga, rimasero

in potere dei vincitori. Ciò fatto, l'esercito di Bernabò si accostò

maggiormente a Mantova. Intanto andarono covando i Tedeschi l'odio

conceputo contra de' soldati italiani per la rissa succeduta in Parma,

finchè se la videro bella. Essendo un dì sul Mantovano, senza far caso

della tregua giurata, assalirono i fanti italiani. Lunghissimo fu il

combattimento, e molti furono trucidati dall'una e dall'altra parte;

ma perchè gl'Italiani erano in minor numero, toccò loro la peggio; e

circa settecento d'essi si gittarono nel Po. Bernabò, ch'era in Parma,

corse a Guastalla tutto dolente, e tanto si maneggiò, che fecero

pace insieme. Anche in Bergamo, giunta la nuova dell'assassinio fatto

agl'Italiani dai Tedeschi ed Ungheri, quarantacinque di quei Tedeschi,

i quali erano ivi in presidio, furono spogliati ed uccisi.

Si mosse, nell'aprile di quest'anno, dalla Boemia _Carlo IV

imperadore_[1721] con un possente esercito, accompagnato dai duchi di

Sassonia, d'Austria, di Baviera, da' marchesi di Moravia e di Misnia,

e da varii altri vescovi e gran signori. Giunse nel dì 5 di maggio a

Conegliano, dove fu a rendergli i suoi ossequii _Niccolò marchese_ di

Ferrara. Nel dì 12 di giugno arrivò a Figheruolo sul Ferrarese, e seco

si congiunsero, le milizie di _papa Urbano_, governate dal _cardinale

Anglico_, vescovo d'Albano, fratello d'esso pontefice, con quelle della

_reina Giovanna_. L'anonimo autore degli Annali Milanesi[1722] (se pur

non è guasto il suo testo), per ingrandir la gloria de' Visconti, si

lasciò scappar dalla penna che questa armata ascendeva a cinquanta mila

cavalieri, senza la fanteria. L'autore della Cronica di Rimini[1723]

narra che Carlo venne in Italia con trenta mila cavalieri. E

all'incontro il Corio[1724] scrive essere stata l'armata dei collegati

di venti mila persone. Tuttavia, qualunque fosse l'esercito di lui,

pareva che l'imperadore avesse da ingoiare i Visconti. Ma Carlo IV,

principe debole di consiglio in quasi tutte le imprese sue, nulla fece

di rilevante in questo anno. Mise l'assedio ad Ostiglia, terra allora

del Veronese: non potè averla. Andò sotto alla bastia fabbricata da

Bernabò nel serraglio di Mantova, e con tutti i suoi assalti e con

tante forze non potè vincerla. Il peggio fu che, ingrossato il Po, li

suoi vollero tagliar l'argine del fiume per inondar la bastia; e quei

della bastia voltarono le acque addosso al campo dell'imperatore, di

modo che si trovò tutta la sua gente in pericolo, e convenne sloggiare

in fretta, lasciando anche indietro buona parte del bagaglio. Del pari

_Can Signore_ fece tagliar l'Adige, e lo spinse addosso al Padovano.

Andarono poi l'armi collegate a saccheggiare il Veronese. L'autore

della Vita di papa Urbano V lasciò scritto[1725] che Carlo si accomodò

collo Scaligero, e lo staccò dalla lega del Visconte. Null'altro di

rilevante fece l'imperadore con tanta potenza; e ciò che ridondò in suo

non lieve disonore, fu l'essersi egli fermato tanto colle sue genti

in Mantova, città amica e fedele, che quasi la ridusse all'ultimo

esterminio. Ora, dopo aver Carlo procurato una tregua, e, per quanto

fu creduto, ricevuta sotto mano buona somma di danaro dai Visconti, e

dopo aver licenziato molte delle sue milizie, a guisa di vinto si partì

da Mantova, e nel dì 24 d'agosto arrivò a Modena, dove il marchese gli

fece molto onore. Poscia pel territorio di Bologna passò in Toscana, e

nel dì cinque di settembre entrò nella città di Lucca.

_Giovanni dell'Agnello_ doge di Pisa, perchè temeva assai di

perdere suo stato per la venuta dell'imperadore, gli avea per tempo

inviati suoi ambasciatori e regali, ed erasi accordato con lui, con

permettergli l'entrare in Lucca, e cedergli il castello dell'Agosta.

Carlo inviò innanzi il patriarca d'Aquileia suo fratello a prendere il

possesso d'essa città, e dipoi vi si trasferì egli in persona. Quivi

si trovò anche l'Agnello a riceverlo, oppure, come altri scrissero,

v'andò egli dipoi con assai nobile accompagnamento a pagargli il

tributo della sua divozione. Ma un dopo desinare stando egli con altri

nobili in un ballatoio, ossia sporto, o verone, o ringhiera, a veder

le buffonerie d'un giocoliere[1726], cadde quel ballatoio, e con esso

lui Giovanni dell'Agnello, il quale, per tal caduta, si ruppe una

coscia. Altri vogliono che, rottosegli sotto per istrada un ponte di

legno, ne ricevesse quella rottura; ma è più sicura la prima opinione.

Portata a Pisa questa nuova, come se il doge, persona odiata e tenuta

come tiranno, fosse morto, si levò a rumore tutto il popolo, gridando

_libertà_; e quantunque i figliuoli dell'Agnello fossero corsi colà per

sostenere l'autorità del padre, o farsi esaltare eglino stessi[1727],

bisognò che in fretta scappassero per non restar vittime del furore

de' cittadini, i quali cominciarono a reggersi a comune. Nel dì 3 di

ottobre arrivò ad essa Pisa l'imperadore coll'imperadrice. Impose una

contribuzione a quel popolo, e prese in prestito da alcuni di que'

mercatanti dodici mila fiorini d'oro. Minacciava intanto i Fiorentini,

richiedendo da essi Volterra ed alcune castella tolte a' Lucchesi. La

risposta fu, che gli risponderebbono per le rime, s'egli avea voglia

di guerra. In questi tempi una strepitosa disunione fu in Siena fra i

nobili e il popolo[1728]. Spedirono i Salimbeni all'imperadore, perchè

mandasse un corpo dei suoi armati. Egli vi spedì _Malatesta Unghero_

signore di Rimini con ottocento cavalli, il quale, entrato in Siena,

ed unitosi col popolo, atterrò il governo dei nobili. Colà poi da

Pisa si trasferì anche l'imperadore nel dì 12 di ottobre, ed ebbe il

dominio di quella città, dove dichiarò suo luogotenente Malatesta.

Suo vicario avea anche lasciato in Pisa e Lucca _Gualtieri vescovo_

d'Augusta. Per fiorini mille e secento venti in Firenze era in pegno

la corona imperiale d'oro, perchè Carlo sempre si trovava sbrollo,

tuttochè ruspasse danari da ogni parte. I Sanesi gliela disimpegnarono,

e inoltre a lui pagarono e prestarono altri danari. Dopo la dimora di

pochi giorni in Siena l'Augusto Carlo cavalcò alla volta di Viterbo,

dove l'aspettava _papa Urbano_[1729]. Quivi, trattato che ebbero

dei loro interessi, Carlo s'avviò verso Roma, e gli tenne dietro il

papa. Vicino alla porta del castello Sant'Angelo s'incontrarono, e

l'imperadore a piedi addestrò il pontefice, che veniva a cavallo,

sino a San Pietro. Arrivata da lì ad alcuni giorni l'_imperadrice

Isabella_, quarta sua moglie, con gran solennità fu coronata dal papa

nella basilica vaticana correndo la festa degli Ognissanti. Sbrigato

poi dagli affari che l'aveano condotto a Roma, sen venne di nuovo

l'imperadore a Siena, dove trovò più che mai in confusione quella città

e territorio; imperciocchè i nobili ridottisi alla campagna e alle

lor castella, venivano di tanto in tanto sino alle porte della città

saccheggiando e bruciando, di modo che i cittadini si morivano di fame.

Fu dunque fatta una tregua, e si raffrenarono per un poco quei barbari

movimenti.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 116 / 216 题