[1686] Corio, Istoria di Milano.
[1687] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[1688] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1689] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1690] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[1691] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.
[1692] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1693] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[1694] Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.
[1695] Chron. Veron., ubi sup.
[1696] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1697] Matth. Palmerius, Vit. Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital.
[1698] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXVI. Indizione IV.
URBANO V papa 5.
CARLO IV imperadore 12.
Nacque nel maggio dell'anno presente a _Galeazzo Visconte_ in
Pavia una figliuola da Bianca di Savoia, a cui fu posto il nome
di _Valentina_[1699], e col tempo passò in Francia, maritata in un
principe di quella real casa. Per questa nascita si fecero mirabili
feste in quella città. Ed essendo in tal congiuntura capitati colà
_Niccolò marchese_ d'Este e _Malatesta Unghero_, che andavano per
loro affari alla corte del papa, tennero insieme con _Amedeo conte_
di Savoia al sacro fonte la fanciullina. Passarono dipoi i due primi
principi a Milano, dove ricevettero di grandi finezze da Bernabò,
quando il lor viaggio ad Avignone avea per iscopo la rovina di lui,
se la fortuna gli avesse assistiti. Giunti questi due principi al
papa, il mossero a maneggiare una lega, in cui avessero luogo non
solamente il papa stesso[1700], i suddetti due signori, _Francesco
da Carrara, Lodovico_ e _Francesco da Gonzaga_, ma anche lo stesso
_Carlo imperadore_, a cui fu d'essa lega dato il baston da comando, e
_Lodovico re_ d'Ungheria. Questa poi fu conchiusa nel dì 7 d'agosto
dell'anno seguente. Le apparenze erano che la volessero unicamente
contro le compagnie de' soldati masnadieri, flagello insopportabil
allora dell'Italia; ma creduto fu che segretamente si trattasse della
depression de' Visconti, la potenza de' quali dava da gran tempo troppa
gelosia a cadauno de' principi d'Italia. Appena l'accorto Bernabò ebbe
sentore di questo maneggio, che per chiarirsi delle lor intenzioni
diede ordine a' suoi ambasciatori di far istanza per essere ammesso in
quella lega. Il papa li rimise allo imperadore, e l'imperadore gli andò
menando a mano un pezzo, tanto che Bernabò si assicurò de' lor disegni.
Il perchè comandò ad _Ambrosio_ suo figliuolo, il quale si trovava
allora nel Genovesato, di assoldar sempre più gente. Fu ubbidito.
Pagava profumatamente, nè di più ci volea perchè tutti i ribaldi e
malcontenti ed Inglesi e Tedeschi corressero a lui: laonde raunò un
formidabile esercito[1701]. Passò questa gente alla Spezia, e ad altri
luoghi della riviera di Genova, saccheggiando dappertutto. Arrivarono
a Levanto, andarono a Chiavari. Tutti fuggivano per quelle parti, e in
Genova stessa era sommo lo spavento.
E pur crebbero gli affanni nel dì 13 di marzo, perchè _Galeazzo
Visconte_ mandò ad intimar la guerra a quel popolo. Si dubitò forte
che bollissero intelligenze per deporre _Gabriello Adorno_ doge,
dacchè fu manifesto essersi unito coi nemici _Lionardo di Montaldo_,
rivale dell'Adorno, e bandito in Genova. Fu dunque preso il partito
dal consiglio di Genova di trattar accordo coi signori di Milano,
e restò dipoi nell'anno seguente convenuto che i Genovesi pagassero
loro ogni anno quattro mila fiorini d'oro, e mantenessero quattrocento
balestrieri al loro servigio, e in tal guisa cessò quel rumore. Per
questo accordo _Ambrosio Visconte_ colle sue masnade si ritirò da
que' contorni, e tornò con _Giovanni Aucud_ a salassare i miseri
Sanesi[1702]. Se vollero essi levarsi d'addosso queste sanguisughe,
dappoichè varii loro luoghi aveano patito il sacco e l'incendio, fu
d'uopo pagare a' dì 23 di aprile dieci mila e cinquecento fiorini
di oro e molte carra di armadure, oltre a varii altri regali di
commestibili. Se ne andarono costoro col malanno alla volta di Roma. Al
servigio dei Perugini dimorava allora _Albaret_ Tedesco, capitano della
compagnia della Stella. Perchè costui trattava un tradimento in danno
di quella città, nel novembre tagliata gli fu la testa. D'ordinario
andavano a finir male questi capi d'assassini. Colla morte naturale,
che seguì nell'anno presente, di _Giovanni da Oleggio_, stato già
tiranno di Bologna, la città di Fermo ritornò sotto il pieno dominio
della santa Sede. Più istanze aveano fatte i Romani affinchè _papa
Urbano V_ riportasse la sedia pontificale e la residenza in Roma.
Veggonsi ancora lettere esortatorie del Petrarca per questo. Forse niun
bisogno avea egli di tali sproni, perchè, prima anche d'essere alzato
al trono pontificale, attribuiva i disordini dello Stato della Chiesa,
anzi dell'Italia tutta, alla lontananza dei papi, ed avea già mostrata
la sua disposizione a levarsi dalla Provenza. Pertanto, avendo presa
la risoluzion di venire a Roma, scrisse in questo anno al _cardinale
Egidio Albornoz_ che gli preparasse il palagio in Roma, ed un altro in
Viterbo, dove pensava di passar la state dell'anno prossimo venturo.