[1658] Raynald., Annal. Eccles.
[1659] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Raynaldus, Annal. Eccles.
[1660] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Mutinens., tom. eod.
[1661] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic. Chron. Placentin., tom.
16 Rer. Ital. Additamenta ad Cortusior. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1662] Matteo Villani, lib. 12.
[1663] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[1664] Additamenta ad Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1665] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital., pag. 408.
[1666] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1667] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Matteo
Villani, lib. 11, cap. 42.
[1668] Idem, cap. 45.
[1669] Filippo Villani, lib. 11, cap. 63.
[1670] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCLXIV. Indizione II.
URBANO V papa 3.
CARLO IV imperadore 10.
Cotanto s'adoperarono co' lor buoni uffizii _Carlo IV imperadore e
i re di Francia e d'Ungheria_[1673], che fu conchiuso il trattato
di pace fra la Chiesa romana, il _marchese Niccolò d'Este_ signor di
Ferrara[1674], _Francesco da Carrara_ signor di Padova, i _Gonzaghi_ e
gli _Scaligeri_ dall'un canto, e _Bernabò Visconte_ dall'altro, nel dì
3 di marzo. In vigore di questa pace rinunziò il Visconte a tutte le
sue pretensioni sopra Bologna, e restituì Lugo, Crevalcuore e qualunque
altro luogo occupato da lui negli Stati della Chiesa; e parimente al
marchese di Ferrara qualsivoglia fortezza o bastia ch'egli tenesse
nel distretto di Modena. Obbligossi il papa[1675] di pagare a Bernabò
cinquecento mila fiorini d'oro in otto rate; e furono rilasciati tutti
i prigioni. Per l'esecuzion di essa pace essendo venuto a Milano il
_cardinale Andreino_ legato apostolico, Bernabò gli fece grande onore,
e poscia sul principio d'aprile in segno di sua allegrezza volle che
si facesse un solenne torneo, a cui invitò tutti i principi e baroni
italiani. In questa occasione[1676] il suddetto cardinale legato
trattò e stabilì pace anche fra _Giovanni marchese_ di Monferrato e
_Galeazzo Visconte_: con che cessò in quelle parti ancora il furor
della guerra, e ne partirono gli Inglesi quivi restati, coll'andarsi
ad unire agli altri che erano in Toscana. Fecero dipoi[1677] questi
due principi una permuta di terre che l'uno avea occupato all'altro.
E quanto a Galeazzo, egli seguitò ad affliggere i suoi popoli, e
specialmente il clero con nuove taglie e contribuzioni. Pubblicò
ancora contra dei traditori de' suoi Stati la lista delle pene e dei
tormenti che si doveano dar loro. La rapporta l'Azario, e fa orrore.
Inoltre tanto egli, come Bernabò fecero smantellar assaissime castella
e fortezze ne' loro Stati che appartenevano ai nobili guelfi, per
tor loro la comodità e voglia di ribellarsi in avvenire. Se con tal
maniera di governo si facessero amare i due fratelli Visconti, ognuno
può immaginarselo. Fu quasi[1678] tutta la Lombardia, Romagna e Marca
in quest'anno sommamente afflitte da un diluvio di cavallette ossia
di locuste volatili, venute, per quanto fu creduto, dall'Ungheria.
Oscuravano il sole, quando, alzatesi a volo, passavano da un luogo
all'altro, e durava il passar loro due ore continue, tanto era lungo,
ampio e sterminato l'esercito loro per aria. Consumavano l'erbe e tutta
l'ortaglia dovunque si posavano. Pare che Filippo Villani[1679] dia il
nome di grilli a queste locuste, giacchè scrive che un vento li portò
per mare. Io l'avrei chiamato uno sproposito, se nella Vita di Urbano
V[1680] non si vedessero distinti i grilli dalle locuste. Nel maggior
rigore del verno non lasciarono gl'Inglesi, confermati al loro soldo
dai Pisani, di fare di quando in quando delle cavalcate sul territorio
di Firenze, portando a varie terre la desolazione. Anche il suddetto
Villani descrive i lor costumi, e l'arte e l'ordine da essi tenuto
nella guerra con bravura e sprezzo dei patimenti: al che le milizie
italiane non erano allora molto usate. Non bastò ai Pisani la gran
brigata degl'Inglesi da loro assoldati, capo de' quali si comincia in
questi tempi ad udire _Giovanni Aucud_, in inglese _Kauchouod_, dai
Toscani chiamato _Aguto_, uomo che s'acquistò dipoi gran rinomanza in
Italia. Presero anche al loro soldo _Anichino di Bongardo_, capitano
di tremila barbute tedesche, licenziato da _Galeazzo Visconte_ dopo la
pace suddetta: con che erano di molto superiori di forze ai Fiorentini.
Contuttociò pregarono il papa d'interporsi per la pace, e a questo fine
spedì il santo padre a Pisa e Firenze frate Marco da Viterbo, generale
de' frati minori. Ma i Fiorentini, pregni di superbia e d'odio,
rigettate le proposizioni, vollero piuttosto guerra che pace; tanto
più perchè il _conte Arrigo di Monforte_ condusse in loro aiuto un bel
corpo di cavalleria tedesca.
Pertanto l'armata pisana, forte di sei mila uomini a cavallo, oltre
alla fanteria, tornò sul distretto di Firenze, giugnendo fino alle
porte della città, distruggendo, secondo il costume, tutto il paese.
Varii badalucchi succederono in questi tempi fra le nemiche squadre; e
il valoroso conte di Monforte arrivò sino a Porto Pisano e a Livorno,
ed arse quei luoghi. Non risparmiarono i Fiorentini in tal congiuntura
il danaro per far desertare dal campo pisano gran quantità di Tedeschi
e d'Inglesi. Avendo essi già preso per loro capitano _Galeotto
Malatesta_, insigne mastro di guerra[1681], arditamente nel dì 29 di
luglio mossero la loro armata alla volta di Pisa. Sei miglia lungi da
quella città a Cascina erano accampati, quando _Giovanni Aucud_[1682],
presa ogni precauzione, andò con tutte le sue forze ad assalirli.
Atroce e lunga fu la battaglia, e in fine i Pisani ed Inglesi rotti
presero la fuga, restandone morti circa mille, e prigionieri circa
due mila, che trionfalmente furono poi menati a Firenze. Tra per
questa disgrazia, e perchè passò al soldo de' Fiorentini buona parte
degl'Inglesi, i Pisani si trovarono in gran tremore e spavento.
Spedirono _Giovanni dell'Agnello_, uomo popolare, ma astutissimo,
a _Bernabò Visconte_ per aiuto, e ne ebbero a prestanza trenta mila
fiorini di oro. Ma il furbo ambasciatore, tornato a Pisa, seppe ben
prevalersi dello scompiglio, in cui era la sua patria; imperciocchè
spalleggiato da Giovanni Aucud si fece eleggere doge di Pisa per un
anno. Intanto colla mediazione dell'arcivescovo di Ravenna e del
generale de' frati minori si trattava di pace. Vi acconsentirono
finalmente nel dì 30 d'agosto i Fiorentini, perchè si seppe, o fu
fatto credere, che i Pisani avessero indotto Bernabò Visconte a
prendere la lor protezione con dargli Pietrasanta. Decorosa e di molto
vantaggio fu cotal pace ai Fiorentini, avendo i Pisani restituite loro
tutte le franchigie ed esenzioni in Pisa e suo distretto, e ceduta
Pietrabuona, e promesso di pagare per dieci anni dieci mila fiorini
d'oro al comune di Firenze nella festa di s. Giovanni Battista. Così
dopo essersi disfatti questi due comuni, ed avere ingrassati colla
rovina loro gli oltramontani masnadieri, si quotarono, e diedero
commiato alle lor soldatesche. _Anichino di Bongardo_, avvezzo a
vivere di rapina, passò su quel di Perugia, e gli altri andarono a
dare il malanno ad altri popoli. Durante questa guerra aveano fatto
più cavalcate su quel di Siena le compagnie de' masnadieri inglesi e
tedeschi, e sempre convenne che i Sanesi con danari si liberassero da
quella mala gente. Ma allorchè furono costoro licenziati dai Pisani
e Fiorentini, la compagnia de' Tedeschi appellata di San Giorgio, di
cui erano capitani _Ambrosio_, figliuolo bastardo di Bernabò Visconte,
e il _conte Giovanni di Auspurgo_[1683], accozzatasi con quella
degl'Inglesi, governata da _Giovanni Aucud_, andò a solazzarsi sul
Sanese, spogliando, bruciando ed uccidendo. E perchè i Sanesi disperati
uscirono con tutto il loro sforzo nel dì 28 di novembre, passarono
quei malandrini a Sarzana, e poscia se n'andarono su quel di Perugia
e Todi. Infelice quel paese, dove arrivavano queste ingorde e fiere
locuste. Nel mese di luglio dell'anno presente si ammalò il vecchio
Malatesta signor di Rimini, Fano, Pesaro e Fossombrone[1684], rinomato
signore per tante sue imprese di guerra e per la molta sua saviezza.
Per attestato della Cronica di Rimini, in tutto il tempo della sua
infermità attese ad opere di molta virtù e di grande edificazione,
sì per la sua compunzione, come per le grazie e limosine ch'egli
fece. Finalmente nel dì 27 d'agosto dell'anno presente[1685], e non
già dell'anno seguente, come ha la Cronica di Filippo Villani, passò
all'altra vita, restando signore di quegli Stati _Galeotto Malatesta_
suo fratello, impegnato allora in servigio de' Fiorentini. Lasciò
dopo di sè due figliuoli, cioè _Pandolfo_ e _Malatesta Novello_,
soprannominato _Unghero_, che parteciparono del governo col suddetto
loro zio.