[1595] Gattari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer Ital. Matteo Villani, lib.
8, cap. 30.
[1596] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Italic.
[1597] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1598] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1599] Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.
[1600] Corio, Istor. di Milano.
[1601] Matteo Villani, lib. 8, cap. 60.
Anno di CRISTO MCCCLIX. Indizione XII.
INNOCENZO VI papa 8.
CARLO IV imperadore 5.
Dacchè _Bernabò Visconte_ ebbe sciolta la lega lombarda, che tanto gli
avea dato da fare, benchè avesse fatta pace ancora con _Giovanni da
Oleggio_ signor di Bologna, nè questi occasione alcuna gli avesse dato
di romperla; pure si preparò in quest'anno per fargli guerra, tenendo
per fermo che fosse giunto il giorno beato di ricuperar Bologna[1603].
Unita dunque una armata di quattro mila cavalli e di molta fanteria,
di cui fece capitano il _marchese Francesco Estense_ fuoruscito di
Ferrara, nel dì 6 di dicembre questa arrivò nelle vicinanze di Modena.
Avea l'Oleggio ben preveduto questo nembo, e a tal fine spediti i suoi
soldati con parte del popolo di Bologna alla guardia del fiumicello
Muzza, e fatto anche fortificar quelle ripe; ma appena giunse la voce
dell'avvicinamento di un sì poderoso esercito nemico, che tutti diedero
volta e si ritirarono a Bologna. Nel dì 8 del suddetto mese avendo
l'armata milanese passato in due guadi il fiume Panaro, andò a mettere
l'assedio a Crevalcuore, e per accordo entrò in quella terra nel dì 17.
Poscia nella festa del santo Natale arrivò ne' contorni di Bologna;
levò a quella città il canale dell'acqua del Reno, e per conseguente
l'uso de' mulini, e fabbricò una bastia a Casalecchio. Allora fu che
Giovanni da Oleggio cominciò a prevedere di non poter sostenere a lungo
tante forze venutegli addosso, massimamente perchè neppure uno alzava
un dito per lui.
Prima che queste cose avvenissero[1604], _Galeazzo Visconte_, aiutato
da _Bernabò_ suo fratello, spedì un poderoso esercito sotto il comando
di _Luchino dal Verme_ all'assedio di Pavia. Moriva di voglia di quella
sì riguardevol città; e seco erano i signori da Beccheria, i quali
aveano già prese tutte le castella della Lomellina e del distretto
pavese. Frate Jacopo Bussolari, di cui abbiam parlato altre volte,
dell'ordine di santo Agostino, e non già degli Umiliati, come ha il
Corio[1605], non cessava colle sue prediche di animar quel popolo
alla difesa, promettendo loro continuamente vittorie. E perciocchè
era venuto meno il danaro, con persuadere alle donne l'abbandonare
il lusso e le pompe, cavò loro di mano tutti gli anelli, e gioielli e
vesti preziose, e da' cittadini tutti i vasi d'oro e d'argento, colla
vendita dei quali fatta in Venezia ricavò assai pecunia per supplire
a' bisogni della guerra. Ma questo a nulla giovò. Cominciò la città a
penuriar di grano. Il buon frate ne cacciò tutti i poveri, gl'inabili
e le donne di mala vita. Pure di dì in dì cresceva la carestia[1606],
e a questi malanni s'aggiunse una grave epidemia, che portò gran gente
all'altro mondo. Secondochè scrisse il Corio, i Pavesi durante questo
assedio fecero una sortita con tal bravura, che misero in isconfitta
l'esercito del Visconte, uccidendone e prendendone assaissimi. Dal che
nondimeno non punto sbigottito Galeazzo, in breve rifece l'armata, e
più forte di prima tornò a strignere d'assedio Pavia. Nulla di ciò s'ha
da Pietro Azario storico di questi tempi. Ma siamo assicurati da Matteo
Villani[1607] e dagli Annali di Piacenza[1608] che _Giovanni marchese_
di Monferrato, vedendosi tolta la maniera di soccorrere quella città,
non meno per terra che per acqua, prese al suo soldo la compagnia del
_conte Lando_, e fattala venire per la riviera di Genova, andò con essa
gente a postarsi verso Bassignana. Non poterono i Visconti impedire un
dì lo sforzo di costoro, che non introducessero in Pavia un convoglio
di vettovaglia; ed allora accadde, a mio credere, il conflitto poco
fa accennato dal Corio. Ma nel mese di settembre peggiorò la febbre di
Pavia, con aver Galeazzo Visconte tirata al suo soldo buona parte della
suddetta compagnia del conte Lando, gente senza legge e fede, pronta
a vendersi ogni dì a chi più le offeriva. Restò solamente al servigio
del marchese di Monferrato _Anichino di Bongardo_ Tedesco con circa
due mila persone tra cavalieri e fanti. Perciò veggendo fra Jacopo
Bussolari e i principali di Pavia disperato ii lor caso, nel mese di
novembre cominciarono a trattare con Galeazzo della resa della città,
e a procurar dei vantaggiosi patti. Impetrarono tutto, e il Visconte
anch'egli ottenne il possesso e dominio di Pavia. Gran confidenza
mostrò il Visconte al Bussolari in quel trattato, ed anche dopo essere
entrato padrone in Pavia; ma giacchè il superbo frate, nel procacciare
agli altri una buona capitolazione, scioccamente avea dimenticato di
chiedere alcuna sicurezza o vantaggio per la propria persona, da lì a
pochi giorni fu preso, e condannato dal suo generale ad una perpetua
prigionia nella città di Vercelli: gastigo a cui non si oppose il
Visconte, o, per dir meglio, gastigo a lui procurato segretamente
dal Visconte medesimo, e d'istruzione ad altri d'attendere al loro
breviario, e di non mischiarsi ne' secolareschi affari, e molto meno
in quei di guerra. Fece poi Galeazzo fabbricar un forte castello in
Pavia per tenere in briglia quel popolo, che da tanto tempo manteneva
una grave antipatia con Milano e co' signori di Milano. Grande
accrescimento di potenza fu questo a _Galeazzo Visconte_.
Fu ben presa, siccome dicemmo, al suo soldo da _Francesco degli
Ordelaffi_ la compagnia del _conte Lando_; ma parte perchè egli non
potea mantenerla, e parte per li prudenti maneggi del _cardinale
Egidio_ legato, questa si voltò verso il contado di Firenze, cercando
da sfamarsi e da trovar buon bottino. Non si lasciarono far paura
in questa occasione i Fiorentini, ed usciti in campagna con quanta
gente d'armi poterono adunare anche delle loro amistà, mostrarono
a que' masnadieri i denti in maniera, che a guisa di sconfitti si
partirono dal loro distretto, passando dipoi a' servigi del marchese
di Monferrato. Restato perciò in asse il bestiale signor di Forlì,
e sempre più stretta la sua città, si ridusse in fine come disperato
a quella risoluzione che mai non volle prendere in addietro, benchè
con patti di molto vantaggio. Interpostosi adunque _Giovanni da
Oleggio_[1609], andò l'Ordelaffo a rendersi liberamente al cardinale
legato, il quale nel dì 4 di luglio prese il possesso di quella città
e di tutte le fortezze, con gran festa di que' cittadini che si videro
liberati da un aspro giogo. All'Ordelaffo il prode cardinale diede
l'assoluzione, e lasciò la signoria di Forlimpopoli e di Castrocaro.
Così la Romagna restò in pace, e tutta all'ubbidienza della Chiesa
romana. Terminò i suoi giorni in quest'anno, nel dì 10 oppure 13 di
marzo[1610] _Bernardino da Polenta_ signore, o piuttosto tiranno
di Ravenna, uomo perduto nella lussuria, uomo crudele, che enormi
aggravii avea imposto a quel popolo, di modo che in Ravenna non
abitavano più se non dei contadini e de' poveri artigiani. Erede
suo fu _Guido da Polenta_, suo figliuolo, proclamato signore da quei
cittadini, tutto diverso dal padre, che, richiamato alla patria ogni
fuggito e bandito, si diede a governar con placidezza ed amore il suo
popolo, e dal cardinale legato riportò la conferma di quel dominio.
_Can Grande_ signor di Verona, anche egli per la sua vita dissoluta
e crudele[1611] s'era guadagnato l'odio del popolo suo. Maltrattava
del pari i suoi due fratelli, cioè _Can Signore_ e _Paolo Alboino_,
e non men la moglie, benchè bella e savia donna, perchè perduto
dietro a due meretrici. E perciocchè Can Signore udì un giorno certe
minaccie che il fecero temere della vita, scelse il dì 14 di dicembre
per vendicarsene. Trovato dunque per istrada in Verona Can Grande,
che a cavallo se ne andava a diporto, avventandosi, con uno stocco il
passò da parte a parte, e morto il lasciò. Se ne fuggì egli a Padova,
benchè niuno in Verona si movesse contra di lui. Il perchè nel dì 17
d'esso mese tornato colà con gente datagli da _Francesco da Carrara_
signore di Padova, dappoichè _Paolo Alboino_ suo fratello era stato
eletto signore, non trovò difficoltà veruna a farsi proclamar suo
collega nella signoria. Degna di memoria è la forse non mai veduta
strabocchevol quantità ed altezza delle nevi cadute in quest'anno in
Lombardia. In Modena, Bologna ed altre città fu alta due ed anche tre
braccia, laonde rovinarono molte case; e scaricata dai tetti, arrivava
sino alle gronde delle case, nè per contrada alcuna si potea passare,
nè buoi o carra mettersi in viaggio.