NOTE:

[1582] Matteo Villani, lib. 7, cap. 56.

[1583] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1584] Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital.

[1585] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1586] Matteo Villani, lib. 7, cap. 84.

[1587] Piena Esposizione, Append., num. 14.

[1588] Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital.

[1589] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1590] Matteo Villani, lib. 7, cap. 98.

[1591] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matteo Villani, lib.

8, cap. 18. Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1592] Matteo Villani, lib. 7, cap. 72.

[1593] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Marino Sanuto,

Istor., tom. 22 Rer. Ital. Cortusiorum Hist., tom. 12 Rer. Italic.

[1594] Petr. Azar., Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 8,

cap. 2.

Anno di CRISTO MCCCLVIII. Indizione XI.

INNOCENZO VI papa 7.

CARLO IV imperatore 4.

La gran potenza e i fortunati successi di _Lodovico re_ d'Ungheria

nella guerra da lui mossa alla repubblica veneta indussero quel saggio

senato a pregarlo di pace, con rimettere a lui, sapendo quanto fosse

magnanimo, le condizioni dell'accordo[1595]. Gradì il re così manierosa

offerta, accettò i loro ambasciatori, e rispose di non voler danari,

perchè niun bisogno avea dell'altrui moneta, ma bensì che pretendea

quello che anticamente era della sua corona. Però fu convenuto che

a lui restassero le città dell'Istria, Dalmazia e Schiavonia; e

laddove da tanto tempo indietro il doge di Venezia si intitolava _dux

Venetiarum, Dalmatiae, Croatiae, et quartae partis totius imperii

Romaniae_, bisognò ridurre quel titolario al solo _dux Venetiarum_. Per

altro il re restituì loro tutte le castella prese sul Trevisano, con

obbligare i Veneziani a dar pace a tutti que' castellani, e a fornirgli

nelle occorrenze ventiquattro galee alle spese del medesimo re. In

questa dolorosa maniera terminò la guerra del re unghero, terrore

allora di tutti i vicini, colla repubblica veneta. Restò un'amarezza

grande di quel senato contra di _Francesco da Carrara_ signore di

Padova, perchè egli avea usato di molte finezze al re Lodovico e

alle sue genti durante la guerra suddetta di Trivigi; con lamentarsi

inoltre, perchè egli continuamente avesse somministrato vettovaglie al

campo nemico, senza di che sarebbe stata presto terminata la guerra

in quelle parti per mancanza di sussistenza. Rispondeva il Carrarese

d'aver ciò fatto per necessità della vicinanza, e per salvare il

proprio paese, mentre avrebbono que' Barbari preso per forza e senza

pagamento ciò che si fosse loro negato. Ma nè queste nè altre ragioni

ritennero i Veneziani dal farne vendetta, allorchè il tempo propizio

loro si presentò. Era anche stata guerra in regno di Napoli per la

ribellione del _duca di Durazzo_: laonde s'erano riempiute d'assassini

e di mala gente tutte quelle contrade. Ma dacchè il conte di Minerbino,

grande autore e fomentatore di sedizioni, fu, secondo il suo merito,

impiccato, ebbe campo _Niccolò Acciaiuoli_ gran siniscalco con altri

baroni di metter pace fra il _re Luigi_ e il suddetto duca, e gli

altri Reali nel maggio di quest'anno. Gran festa se ne fece, e dacchè

furono banditi dal regno gli uomini d'arme forestieri, si restituì la

tranquillità a quel regno.

Tornò nell'aprile di quest'anno _Galeazzo Visconte_ all'assedio di

Pavia per terra e per acqua[1596]. Perchè fu creduto che i signori da

Beccheria, che erano col Visconte, fossero gl'istigatori di questa

guerra, fra Jacopo Bussolaro, di cui s'è parlato di sopra, tanto

strepito fece colle sue prediche, piene in apparenza di zelo, per la

lor distruzione, che il popolo, uomini, donne e fanciulli corsero a

diroccare e spianare da cima a fondo tutti i loro bei palagi: impresa

veramente nobile di quel religioso cappuccio, quasi che peccassero

le case, onde meritassero un sì barbaro gastigo. Grande fu lo sforzo

de' Pavesi per la difesa della città, e fecero anch'essi un nobile

armamento di navi sul Ticino per resistere al copioso naviglio di

Galeazzo, formato in Piacenza[1597], di cui era capitano Fiorello da

Beccheria. Fra queste due armate navali succedette un giorno un fiero

combattimento ad uno steccato fabbricato da' Pavesi in quel fiume.

Restarono morti e feriti assaissimi dall'una parte e dall'altra; ma

ne andarono infine sconfitti i Pavesi; fu distrutto lo steccato, e

quattro lor galeoni con altre barche vennero in potere de' Piacentini.

Durava nello stesso tempo la guerra di _Bernabò Visconte_ contro ai

Gonzaghi, Estensi e Bolognesi[1598]. Nel dì 20 di marzo s'affrontarono

le loro armate a Monte Chiaro, che era allora del distretto di

Cremona, e tutti menarono ben le mani. La vittoria si dichiarò in

favore de' collegati. Ma neppur questo servì a vantaggiar gl'interessi

di _Ugolino da Gonzaga_, perchè i Visconti dopo una perdita pareva

sempre che comparissero più forti di prima; e il contado di Mantova,

per la perdita di Governolo e Borgoforte e del Serraglio, si trovava

in gravi angustie e in pericolo di peggio. Perciò cominciò egli a

muovere parola di pace, e trasse nel sentimento suo anche _Aldrovandino

Estense_ signore di Ferrara, e _Giovanni da Oleggio_, giacchè tutti si

consumavano in questa guerra senza profitto alcuno. Prestò volentieri

orecchio a questa proposizione anche Bernabò Visconte per desiderio di

rompere il nodo di quella lega, e perchè a lui nulla costava di far

oggi una pace, e domani il romperla, se gli tornava il conto[1599].

Spedirono i collegati a Milano i loro plenipotenziarii, ed in essa

città fu conchiusa e pubblicata la pace nel dì 8 di giugno. A quel

trattato intervennero anche gli ambasciatori di _Carlo IV imperadore_,

di _Giovanni marchese_ di Monferrato, di Venezia e d'altri signori.

E perciocchè _Galeazzo Visconte_ pretendea la restituzion di Novara

e di Alba, a lui tolte dal suddetto marchese, fu rimessa la decisione

di questa pendenza all'imperadore, il qual poscia decise che fossero

restituite a Galeazzo quelle due città, e che questi restituisse al

marchese la terra di Novi sul confine del Genovesato. Per quello che

vedremo, pare che nulla fosse determinato per conto di Pavia[1600].

Essendo poi nato nel settembre un figliuolo a _Bernabò Visconte_, ne

vollero essere compari al battesimo _Aldrovandino marchese_ d'Este,

_Ugolino da Gonzaga_ e _Giovanni da Oleggio_. V'andarono in persona

i due primi coll'accompagnamento di copiosa nobiltà. L'Oleggio,

volpe vecchia, vi mandò per suo ambasciatore un suo nipote. Di ricchi

presenti, secondo il costume d'allora, fecero questi signori a _Regina_

dalla Scala moglie di Bernabò, e al figliuolo Lodovico. L'Estense donò

una coppa d'oro piena di perle, anelli e pietre preziose di valore

di circa dieci mila fiorini d'oro; il Gonzaga sei coppe di argento

dorato, e l'Oleggio molte pezze di panno d'oro e gran quantità di

zibellini. Sotto questo bel colore comperarono i men forti l'amicizia

dei più forti. Furono anche celebrate in Milano le nozze di _Caterina_,

figliuola del fu _Matteo Visconte_, con _Ugolino da Gonzaga_, e si

fecero per tal occasione bellissime giostre e torneamenti in quella

città. Ma _Feltrino da Gonzaga_, insospettito che il nipote Ugolino

coll'alleanza contratta coi Visconti l'escludesse dal dominio di

Mantova, prima che egli tornasse a Mantova, cavalcò a Reggio, e prese

l'intero possesso di quella città, e provvide di molta gente Suzara,

Reggiuolo e Gonzaga, per impedir gli attentati del nipote. Ugolino,

venuto anch'egli a Mantova, ad esclusion dello zio prese in sè tutta la

signoria di quella città, e tra loro da lì innanzi sempre fu un grosso

sangue.

Per la pace seguita in Lombardia restò licenziata la gran compagnia

del _conte Lando_[1601], e questa sen venne sul Bolognese nel mese di

giugno, e si accampò a Budrio. Era ito in Germania il conte, portando

seco gl'immensi tesori raccolti da tante ruberie in Italia, co' quali

fece acquisto di terre e castella. Seppe costui così ben dipignere

a _Carlo IV_ imperadore i vantaggi che potea portare a lui e allo

imperio la sua gente in Toscana, che Carlo il dichiarò suo vicario

in Pisa, e forse per la Toscana. Tornato questo capo di assassini in

Italia, allorchè fu sul Bolognese, intese come i suoi caporali aveano

presa condotta dai Sanesi, e n'ebbe piacere, perchè al precedente

motivo si aggiugnea quest'altro di passare in Toscana. Aveano i

Perugini assediata Cortona. Ora i Sanesi, che di mal occhio vedevano

l'ingrandimento de' vicini Perugini, ed erano anche pulsati per aiuto

dai Cortonesi, non solamente mandarono gente alla difesa di quella

città, ma anche presero al loro soldo _Anichino di Bongardo_, anch'esso

Tedesco, che avea messa insieme una compagnia di circa mille e ducento

barbute. Con tali rinforzi sul fine di marzo usciti in campagna, fecero

levar l'assedio di Cortona con perdita non lieve e molta vergogna de'

Perugini. Per cancellar tale onta, più che mai feroci ed ingrossati

di gente se ne tornarono i Perugini sotto Cortona. Vennero poscia i

Sanesi a battaglia, e ne furono malamente sconfitti, con veder poi

gli stessi nemici alle lor porte: dal che irritati chiamarono al

loro soldo la gran compagnia. In tale stato di cose avvenne che il

conte Lando, giacchè intese l'invito accettato dalla sua gente di

passare sul Sanese, ed egli stesso pel nuovo suo vicariato bramava di

portarsi colà, si mise in viaggio nel dì 24 di luglio per uno scosceso

ed aspro cammino dell'Apennino, a lui prescritto dai Fiorentini. Ma

non potendosi contenere i suoi soldati dal rubare e maltrattare i

montanari, costoro in numero solamente di ottanta si postarono ne'

siti superiori della via, e rotolando giù grossi sassi, senza che

potessero quegli sgherri nè offendere, nè difendersi, li misero in

fuga. Vi furono morti circa trecento di essi, oltre a molti presi, e

più di mille cavalli e trecento ronzini con assai roba rimasta in preda

ai vincitori. Lo stesso _conte Lando_ malamente ferito fu condotto

prigione, ma con promessa di molti danari trafugato si condusse a

Bologna, dove ben accolto da _Giovanni da Oleggio_, per la sua poca

cura fu in pericolo della vita. Il resto di quella mala gente si

ridusse nel contado d'Imola. _Francesco degli Ordelaffi_, che vedea

mal volentieri stretta la sua città di Forlì da due bastie poste dal

legato pontificio, tirò al suo soldo quei masnadieri per isperanza

che smantellassero le due nemiche fortezze. Costoro fecero di grandi

crudeltà e saccheggi in Romagna nel restante dell'anno. Ma avendo

la corte pontificia d'Avignone riconosciuta la balordaggine commessa

nel richiamar d'Italia l'assennato e valoroso _cardinale Egidio_, il

rimandò in quest'anno con titolo di legato ed ampia autorità negli

Stati della Chiesa. Passata la metà di dicembre, arrivò egli in

Romagna, e si diede a studiare i mezzi per vincere la pugna contro

l'ostinato signore ossia tiranno di Forlì. I Sanesi intanto[1602] e i

Perugini, che erano in guerra, e si trovavano stanchi ed esausti per

le perdite vicendevolmente fatte di genti e di avere, vennero a pace.

Restò ai Sanesi una specie di dominio in Cortona. Montepulciano venne

in poter dei Perugini.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 106 / 216 题