NOTE:

[1568] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus,

Chron., tom. eod. Matteo Villani, lib. 6, cap. 6.

[1569] Petrus Azarius, Chron., cap. 12, tom. 16 Rer. Ital.

[1570] Matteo Villani, lib. 6, cap. 3.

[1571] Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Italic.

[1572] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1573] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[1574] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1575] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.

[1576] Matteo Villani, lib. 6, cap. 14.

[1577] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom.

15 Rer. Ital.

[1578] Gatari, Ist. Padov., tom. 17 Rer. Ital.

[1579] Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1580] Cortus. Histor., lib. 11, cap. 8, tom. 12 Rer. Ital.

[1581] Matteo Villani, lib. 8, cap. 39.

Anno di CRISTO MCCCLVII. Indizione X.

INNOCENZO VI papa 6.

CARLO IV imperadore 3.

Quantunque il cardinale _Egidio Albornoz_ legato del papa tante

prodezze avesse fatto negli Stati della Chiesa, dove altro non gli

restava da sottomettere, se non l'ostinato _Francesco degli Ordelaffi_

signor di Forlì e Cesena[1582]; pure, per uno di quei colpi segreti

che facilmente accadono nelle gran corti, fu egli richiamato dal papa

ad Avignone, e mandato in sua vece al governo dell'armi con molta

autorità _Androino abbate di Clugnì_, che s'intendeva più di dire il

breviario che di trattar affari di guerra. Tenne il cardinale nel dì

27 d'aprile un gran parlamento in Fano, dove si licenziò, e raccomandò

a tutti la fedeltà verso la santa Sede; ma, conoscendo ognuno di che

errore e pericolo fosse il lasciar partire in sì fatte contingenze

un uomo di tanto senno, tutti, ed anche lo stesso abbate di Clugnì,

cotanto lo scongiurarono di differir almeno sino al settembre la sua

andata, che si fermò. Teneva il cardinale un trattato coi cittadini di

Cesena[1583], e questo scoppiò nel dì 29 di esso mese d'aprile. Levò

rumore il popolo, gridando: _Viva la Chiesa_; e, prese l'armi, con

tal possanza combatterono contro ai provvisionati di _Francesco degli

Ordelaffi_, che gli astrinsero a ritirarsi nella Murata; che così si

appellava quella fortezza. Non potè riparare all'improvviso colpo la

valorosa _Cia_, moglie d'esso Ordelaffo; fece bensì ella tagliar la

testa a due suoi consiglieri sospetti del tradimento, e poi si accinse

disperatamente alla difesa della Murata. Un gran sacco ed incendio di

case fu il regalo che per tal mutazione toccò a quella misera città.

A questo avviso, il cardinale coi Malatesti e con _Roberto degli

Alidosi_ da Imola corse a Cesena con tutte le sue forze, ascendenti

tra fanti e cavalli a cento ottanta bandiere. Vinta fu la murata, e

Cia si ritirò nella rocca[1584]. Col continuo cavare, fu messa sui

pontelli la torre maestra che dava l'entrata in quella rocca; nè

volendosi mai rendere la feroce donna all'aspetto del pericolo, nè

alle esortazioni di Vanni degli Ubaldini suo padre, che corse apposta

colà, attaccato il fuoco ai pontelli, fu fatta in fine cadere la torre,

di modo che nel di 21 di giugno restò presa la rocca, e Cia ritenuta

prigione coi figliuoli e nipoti. A tale conquista succedette quella

di Bertinoro; e, ciò fatto, rivolse il legato le sue genti contro a

Forlì. Ma convenne interrompere il corso della vittoria, perchè avendo

Francesco degli Ordelaffi implorato soccorso da _Bernabò Visconte_,

questi, per non iscoprirsi nemico della Chiesa, segretamente indusse

il conte Lando con danari (esca sola ricercata da lui) a condurre nel

mese di giugno la gran compagnia verso la Romagna. Potrebbe nondimeno

essere che senza istigazione di Bernabò, e alle istanze dell'Ordelaffi

si movesse il conte. Vennero questi masnadieri nelle vicinanze di

Forlì. Erano quattro mila cavalieri, mille e cinquecento balestrieri,

oltre ad una smisurata folla di ribaldi e femmine che correvano alla

carogna. La Cronica di Piacenza ha[1585] che fu solamente una parte

della gran compagnia, consistente in soli tre mila combattenti. Bandì

il legato[1586] il perdon generale de' peccati a chi prendea la croce

contra di costoro. Chi non potea o non volea procedere colle armi, e

massimamente le donne, guadagnavano, ciò non ostante, il perdono con

pagare; nè passava dì che il legato con questa buona mercatanzia non

ricavasse mille e mille ducento fiorini d'oro. Benchè si trovasse egli

più forte di gente che la compagnia; pure, temendo di azzardare una

battaglia, meglio amò di far tornare in Lombardia quegl'iniqui collo

sborso di cinquanta mila fiorini. Pertanto sul fine d'agosto, dopo aver

messo l'assedio alla città di Forlì, lasciato il governo dell'armata

all'abbate di Clugnì, se ne tornò accompagnato da _Malatesta_ di Rimini

ad Avignone, glorioso, benchè maltrattato da quella corte. Nè si dee

tacere che, conoscendo egli che la sorgente di tanti guai, a' quali

era allora sottoposta buona parte dell'Italia, veniva dalla soverchia

avidità e potenza dei due fratelli Visconti, stabilì lega offensiva

e difensiva nel dì 28 di giugno con _Aldrovandino_ marchese d'Este,

vicario di Ferrara per la santa Sede, e di Modena per l'imperio, coi

_Gonzaghi_ signori di Mantova e Reggio, con _Giovanni Visconte_ da

Oleggio signore di Bologna, con _Giovanni marchese_ di Monferrato

vicario di Pavia, con _Simone Boccanegra_ doge di Genova, e coi

_Beccheria_ da Pavia. Lo strumento fu da me dato alla luce[1587]. Parve

fatta quella lega contro alla compagnia del conte Lando, ma esso mirava

più oltre.

Due mila barbute e gran moltitudine di fanti inviò in quest'anno sul

principio di giugno _Bernabò Visconte_, sotto il comando di Galasso

Pio, nel territorio di Modena, dove fece di gran danno[1588]. Venuto

il luglio, s'inoltrò quest'armata fino a Piumazzo sul Bolognese[1589],

parendo che avesse qualche intelligenza (e fu anche vero) in Bologna.

Nel dì 11 d'esso mese le milizie de' Gonzaghi, dell'Estense e

dell'Oleggio, comandate da _Feltrino Gonzaga_, andarono virilmente ad

assalire l'armata nemica, e le diedero una buona spelazzata, tanto che

la costrinsero a ritirarsi per la via di Nonantola a Carpi, e poscia al

loro paese. Fu ben costretto alla resa sul fine di gennaio dell'anno

presente da _Giovanni marchese_ di Monferrato il castello di Novara,

nè fu possibile ai Visconti con tutti i loro sforzi di dargli soccorso;

ma perciocchè il _conte Lando_, che tuttavia era in quelle parti colla

sua gran compagnia, non si accordava con _Ugolino da Gonzaga_ capitano

della lega, di più non migliorarono gl'interessi della stessa lega.

Anzi verso il fine d'agosto peggiorarono[1590]; imperciocchè riuscì

ai Visconti di torre per tradimento ai signori da Gonzaga il castello

di Governolo: il che fu cagione, per cui i medesimi Visconti, volte

a quella parte la possanza delle lor armi, assediarono Borgoforte,

e se ne impadronirono. E così trovandosi sciolte le mani a maggiori

imprese, passarono sul Serraglio di Mantova, e posero l'assedio alla

stessa città di Mantova. Per questo i collegati, benchè tante volte

traditi dal conte Lando, pure, necessitati da così strane vicende,

tornarono a chiamarlo in Lombardia al loro soldo. Colà si portò egli

nel mese di ottobre colle sue masnade, ed unitosi con _Ugolino Gonzaga_

e coll'altra gente della lega, tutti entrarono nel distretto di Milano,

saccheggiando e bruciando[1591]. Lasciati in Castro, castello del

Milanese, mille barbute (le barbute erano allora uomini d'armi con due

cavalli) e cinquecento fanti, affinchè il nemico fosse distratto in

quelle parti, s'inoltrò l'armata sul Bresciano. _Giovanni Bizozero_,

capitan generale di Bernabò, si levò per questo di sotto a Mantova, e,

andato loro incontro nel mese di dicembre al passo dell'Oglio, venne a

battaglia. Ostinatamente fu combattuto; ma restò sconfitto l'esercito

del Visconte, e fatto prigione lo stesso suo capitano con venti

conestabili ed altra gente. Poco differente fortuna provò un'altra

parte dell'armata d'essi Visconti, la quale, avendo assediato in Castro

i soldati suddetti della lega, si credeva d'ingoiarli; ma fu virilmente

rispinta ed obbligata a ritirarsi. Seguito io qui l'ordine delle cose

e dei tempi tenuto da Matteo Villani, autore molto accurato, e che

scrivea gli avvenimenti d'allora, il cui racconto vien confermato dalla

Cronica di Piacenza; perciocchè le storie di Pietro Azario e del Corio

sembrano a me imbrogliar qui i tempi e le imprese.

Nel maggio di quest'anno _Luigi re_ di Napoli, dimorante in Messina,

facendo credere a quel popolo di voler quivi tener la sua corte per

sei anni, si avvisò di far l'assedio di Cattania[1592]. Con mille e

cinquecento cavalieri ed assai fanteria _Niccolò degli Acciaiuoli_

Fiorentino gran siniscalco formò quell'assedio. Ma da due galee

catalane essendo state prese due del re Luigi, destinate a portar la

vettovaglia al campo, talmente rimasero sbigottiti gli assedianti,

prima sì baldanzosi, che si diedero ad una precipitosa fuga sul

fine del suddetto mese, lasciando indietro tende e bagaglio. Furono

inseguiti dalla guarnigion di Cattania, e maltrattati dai villani, con

restar prigione il conte Camarlingo. Le storie di Napoli aggiungono

che anche Niccolò Acciaiuoli fu preso, e riscattato col cambio di due

sorelle del _re di Sicilia Federigo_, soprannominato il Semplice. Ma

abbiamo da Matteo Villani, ch'egli per valore d'un buon destriere

si salvò, con aver nondimeno perduto gran tesoro di gioielli e di

arnesi. Questa disgrazia e la ribellione molto prima cominciata nel

regno di Napoli da _Luigi duca_ di Durazzo, il quale s'era unito con

Giovanni Pipino conte di Minerbino, furono cagione che il re Luigi se

ne tornasse a Napoli, per attendere a quello che più gl'importava nelle

congiunture presenti. Intanto continuava la guerra di _Lodovico re_

d'Ungheria contra de' Veneziani nel Trevisano e in Dalmazia. Sostennero

con vigore questo gran peso i Veneziani in questa parte, ed altrettanto

andavano facendo in Dalmazia[1593]. Ma nel settembre di quest'anno

accadde che, per tradimento dell'abbate di San Grisogono, ossia di San

Michele di Zara, una notte furono introdotte con iscale per le mura

le milizie unghere: laonde quella riguardevol città fu presa, e non

passò l'anno che anche il castello d'essa fu obbligato a rendersi:

disavventure che in fine fecero prendere al senato veneto la risoluzion

di chiedere pace, e di ottenerla, siccome diremo all'anno seguente.

Ma intanto penetrato alle città di Traù e di Spalatro l'avviso che

i Veneziani esibivano al re quelle due città, il popolo d'esse, per

farsi merito con esso re, a lui si diedero prima del tempo, senza

voler dipendere dall'altrui volontà. Anche _Simone Boccanegra_ doge

di Genova tanto s'industriò in questo anno, che ridusse all'ubbidienza

sua Ventimiglia, Savona e Monaco: con che assai crebbe in riputazione

il governo suo. Era in questi tempi frate Jacopo Bussolari dell'ordine

de' Romitani di santo Agostino in gran credito in Pavia per la sua

pietà ed astinenza, e più per le sue ferventi prediche[1594]. Perciò,

divenuto arbitro del popolo, il menava a suo piacere. Non contento

egli d'impiegare il suo talento negli affari spirituali, cominciò a

mischiarsi nel governo temporale. Tenevasi forte con lui _Giovanni

marchese_ di Monferrato, siccome quegli che aspirava al dominio di

Pavia, città allora di gran potenza e ricchezze. Un dì (e fu creduto a

suggestion del marchese) perorò così bene frate Jacopo contro i signori

di Beccheria, signori da gran tempo di quella città, ma discordi fra

loro e poco timorati di Dio, che indusse il popolo a scuotere il loro

giogo, e a governarsi a comune. _Castellino, Fiorello_ e _Milano_,

i primi della suddetta famiglia, essendone fuggiti, intavolarono

segretamente un trattato coi signori di Milano, pensando col braccio

loro di ritornare in Pavia. Scoperto il negoziato, furono cacciati

della città gli altri da Beccheria, e presi da cento cittadini loro

amici, dodici de' quali ebbero mozzato il capo. Quindi venuto a Pavia

il marchese di Monferrato con mille e ducento cavalieri e quattro mila

fanti, mosse il frate tutto quel popolo, ed egli alla testa loro marciò

sul Milanese, da dove asportò una sterminata copia d'uve, di cui Pavia

pativa troppa penuria.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 105 / 216 题