[1545] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1546] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1547] Matteo Villani, lib. 4, cap. 39.
[1548] Muratorius, de Coron. Ferrea, tom. 2, Anecdot. Latin.
[1549] Annales de Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1550] Chronic. Placentin., tom. eod.
[1551] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1552] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.
[1553] Chronic. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[1554] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1555] Rebdorfius, Annal.
[1556] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1557] Antiquit. Italicar., Dissert. XXIX, pag. 855.
[1558] Matteo Villani, lib. 5, cap. 20.
[1559] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital. Cortus. Hist., tom. 12 Rer.
Ital.
[1560] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 4,
cap. 52.
[1561] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matth. de
Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom.
eod.
[1562] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istor. di
Milano. Matth. de Griffonib., Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1563] Matteo Villani, lib. 5.
[1564] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1565] Gatari, Cron. di Padov., tom. 17 Rer. Ital.
[1566] Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital. Caresinus, Chron., tom. 12
Rer. Ital.
[1567] Matteo Villani, lib. 5, cap. 48.
Anno di CRISTO MCCCLVI. Indizione IX.
INNOCENZO VI papa 5.
CARLO IV imperadore 2.
La pace conceduta da _Bernabò Visconte_ a _Giovanni da Oleggio_
si scoprì in fine fatta per tradirlo[1568]. Certamente l'Oleggio
la conservò con tutta onoratezza; ma Bernabò, fingendo di volere
far guerra al marchese di Ferrara, mandò sul Bolognese con assai
combattenti Arrigo figliuolo di Castruccio, già signore di Lucca, il
quale, entrato in Bologna, cominciò a manipolare una congiura contra
dell'Oleggio. La buona fortuna e insieme l'avvedutezza di Giovanni gli
fecero scoprir la trama. Arrigo di Castruccio, due conti da Panigo
ed altri non pochi ebbero tagliata la testa per questo; e per tal
tradimento non sapendosi più l'Oleggio indurre a fidarsi de' Visconti,
si collegò con _Aldrovandino d'Este_ marchese di Ferrara, e cogli
altri alleati contra de' medesimi Visconti, e fedelmente proseguì da
lì innanzi in questa lega. Tale fu il frutto che riportò Bernabò dalla
scoperta sua infedeltà. Avea intanto _Galeazzo Visconte_ suo fratello
disgustato _Giovanni Paleologo_ marchese di Monferrato, principe per
valore, per potenza ed accortezza molto riguardevole[1569]. Bastava
anche ad alienar l'animo d'ogni vicino dai Visconti la smoderata loro
superbia ed insaziabilità, per cui niuno dei principi si credea più
sicuro in casa sua. Era il marchese di Monferrato unito coi Beccheria
di Pavia, anzi, come vicario generale costituito da _Carlo IV_ Augusto,
teneva un buon piede in quella città. Perciò mandò la sfida a Galeazzo,
le cui città confinavano col suo marchesato. Se l'intese cogli
Astigiani, signoreggiati allora dai Visconti contro i patti ch'essi
aveano stabilito col fu _Luchino Visconte_. Ora il marchese Giovanni
s'impadronì della medesima, allora possente e buona, città di Asti, con
un giudizioso stratagemma; e tuttochè i fratelli Visconti inviassero
gran gente in aiuto al castello, che tuttavia si tenea per loro, ebbe
tal vigore il marchese, che quella fortezza venne alle sue mani. Tolse
anche a Galeazzo la città di Alba[1570], e gli fece ribellare Cherasco,
Chieri e tutte le terre del Piemonte, e si strinse dipoi in lega con
_Amedeo conte di Savoia_, appellato il _conte verde_. Rivolsero i due
fratelli Visconti il loro sdegno contra di Pavia, e con grandi forze
nel mese di maggio andarono ad assediar quella città da ogni parte,
risoluti di non levare il campo, se prima non la riducevano alle loro
voglie. Ma, per non impiegar ivi troppa gente, la strinsero dipoi con
tre bastie, e ne seguirono varii combattimenti coi Pavesi. Intanto
Bernabò, intento ad altre imprese, spedì due mila cavalieri, grossa
fanteria ed un copioso naviglio per Po all'assedio di Borgoforte sul
Mantovano. Ma di là furono fatti sloggiare; nè andò molto che i Pavesi,
animati da un soccorso loro inviato dal marchese di Monferrato, e più
dalle prediche di frate Jacopo Bussolari dell'ordine agostiniano, a
cui aveano gran divozione e fede[1571], usciti di città nel dì 27 di
maggio, presero valorosamente quelle bastie, abbruciarono il naviglio
che i Visconti teneano sul Ticino, e con gran guadagno di munizioni
ed arnesi rimasero liberi affatto per ora dai loro artigli. Oltre a
ciò, _Filippo_ ed _Ugolino da Gonzaga_, signori di Mantova e Reggio,
venuti a Modena[1572], ed uniti con Ugolino da Savignano capitano delle
genti di _Aldrovandino marchese_ d'Este, nel dì 6 di febbraio andarono
per assalire l'esercito de' Visconti, che, venuto sul Reggiano, avea
quivi fabbricata una bastia, cioè una di quelle fortezze di legno che
si piantavano allora, e ben munite faceano e sosteneano gran guerra.
Ritirossi l'armata nemica, e, dato l'assalto alla bastia, fu presa
colla strage di molti, e col far prigioni circa quattrocento soldati.
Poscia nel dì 10 d'esso mese marciarono a San Polo, che era assediato
da' nemici, e li misero in fuga, con prendere ducento uomini e trecento
cavalli. Un'altra buona percossa ebbero le genti del Biscione, cioè da
Bernabò, a Castiglione delle Stiviere, sul finire d'agosto. Dopo aver
lungamente assediata quella terra, ne furono con loro vergogna e danno
cacciati dalle milizie de' Gonzaghi e del marchese di Ferrara.
Intanto, capitata in queste parti la gran compagnia del _conte Lando_,
quantunque poco capitale potesse farsi della fede di costui e della
sua gente, pure l'Estense e i Gonzaghi la presero al loro soldo.
Formata in questa maniera una poderosa armata di cavalieri e fanti,
si inviarono alla volta di Parma e Piacenza, ed arrivarono fin sul
distretto di Milano, mettendo a sacco quelle contrade, e commettendo le
enormità tutte che soleano praticarsi dagli Oltramontani d'allora. Andò
poscia la gran compagnia di quei masnadieri ai servigio di _Giovanni
marchese_ di Monferrato, contro cui aspramente guerreggiavano i
Visconti. Ma qui non finirono le disgrazie di essi Visconti[1573]. Il
marchese di Monferrato tolse loro Novara; e se il conte Lando, uomo di
corrotta fede, avesse secondato i di lui disegni, avrebbe fatto delle
maggiori conquiste. Il peggio fu che Genova in questo anno a dì 14
di novembre levatasi a rumore[1574], si sottrasse all'ubbidienza de'
Visconti, dimenticandosi ben presto que' cittadini che coll'appoggio
dell'_arcivescovo Giovanni_ da un basso stato erano risaliti ben
alto. Dacchè quel popolo vide i due fratelli Visconti, _Bernabò_ e
_Galeazzo_, impegnati in una guerra sì viva in Lombardia, e tolte loro
varie città dal marchese di Monferrato, cominciarono a scoprire la lor
voglia di rimettersi in libertà, e non ne faceano mistero. Trovavasi
in Milano a guisa d'ostaggio _Simonino Boccanegra_, che negli anni
addietro era stato doge di Genova. Sapea ben parlare, e diedesi a
far credere ai Visconti, che se gli avessero permesso di tornare a
Genova, per la pratica ch'egli avea di quel popolo, gli dava cuore
di pienamente calmarlo. Gli fu creduto, ed andò. Ma giunto colà, fece
tutto il rovescio, ed egli fu che commosse i cittadini a ribellarsi,
cioè i popoli, perchè i nobili non furono con lui. Nel dì seguente
15 di novembre si fece egli proclamar doge di Genova, e ridusse
il governo affatto popolare, con escluderne i nobili, e mandare ai
confini alcuni de' più potenti. Dopo di che entrò in lega col marchese
di Monferrato contra de' Visconti. Ma questo marchese, dacchè si fu
impadronito di Novara, attendendo a conservare un sì bell'acquisto e
ad assediare il castello, benchè ricercato dalla lega lombarda[1575],
ricusò di marciare sul Milanese. Perciò il _conte Lando_ e i collegati
ch'erano a Mazenta, Casorate e Castano, terre da loro spogliate d'ogni
sostanza, al vedere che ogni dì più s'ingrossava l'armata de' Visconti,
giudicarono meglio di ritirarsi a Pavia. Quando eccoti nel dì 13 di
novembre il _marchese Francesco d'Este_ e _Lodovico Visconte_, capitani
de' fratelli Visconti, che vengono coll'esercito milanese ad assalirli
alla coda. Se il conte avesse voluto uscir di strada, e mettersi al
largo, avrebbe forse vinta la pugna; ma siccome egli non istimava un
frullo le genti di Milano, così non si mise gran pensiero di loro.
Il fatto andò diverso da quello ch'egli pensava; fu messo in fuga e
sbandato l'esercito suo; molti nobili signori rimasero prigionieri;
e lo stesso conte Lando ebbe bisogno degli speroni per ritirarsi a
salvamento in Pavia. Fra gli altri vi fu preso il vescovo d'Augusta,
chiamato _Marcuardo_, che s'intitolava vicario. All'anno presente e
giorno suddetto vien riferito questo fatto dall'Annalista Piacentino
e dal Corio; ma, secondo Pietro Azario, pare che appartenga all'anno
seguente, scrivendo egli che esso conte svernò nel Novarese, e fece in
quel tempo continua guerra alle ville del distretto di Vercelli; e che,
tornato nella primavera a Mazenta, sentendo che l'esercito milanese
avea riacquistato Casorate, volle ritirarsi in aria sprezzante a Pavia,
ma ne riportò la percossa suddetta.
Al cardinale _Egidio Albornoz_ legato apostolico, dopo avere ricuperato
il Patrimonio, il ducato di Spoleti, la marca di Ancona e buona parte
della Romagna, altro non restava da fare che di sottomettere _Francesco
degli Ordelaffi_ signore di Forlì, Forlimpopoli e Cesena, siccome
ancora _Giovanni_ e _Rinieri_ de' Manfredi signori di Faenza. Contra
di loro fece predicar la crociata, e profuse immense indulgenze: il
che, per attestato di Matteo Villani[1576], servì a ricavar danaro da
tutte le parti, perchè non vi era voto, o peccato che spendendo non si
rimettesse ed assolvesse: il che fu un saccheggio alle borse di molti
paesi, e servì ad ingrassare i banditori di essa crociata. Andò il
cardinale all'assedio di Faenza, e nello stesso tempo, cioè nel mese
di giugno, perchè udì che la gran compagnia del _conte Lando_ veniva di
Puglia per entrar nella Marca, si accostò con altro corpo di gente alla
città d'Ascoli. Quel popolo, temendo della venuta di quegli assassini,
prese il miglior partito di darsi al legato, che n'entrò ben volentieri
in possesso. Anche il signore di Fabriano di casa Trinci, che fin qui
s'era tenuto saldo senza cedere agli ordini del legato, venne in questi
tempi all'ubbidienza sua, e da lui riconobbe quella signoria. Faenza
si arrendè al legato per patti fatti coi Manfredi signori di quella
terra, a' quali egli lasciò godere alcune castella[1577]. V'entrò il
cardinale nel dì 17 di novembre. Fu anche dato il guasto a Cesena, che
ubbidiva allora al signore di Forlì. Era questa città difesa da _Cia_
moglie di _Francesco_, donna di raro valore e di spiriti virili, la
quale, vestendo l'armi a guisa degli uomini, fece di molte prodezze,
e lungamente difese quella terra. Una più grave tempesta si scaricò
in quest'anno addosso ai Veneziani[1578]. _Lodovico_ potentissimo
_re d'Ungheria_ da gran tempo nudriva mal animo contra di quella
repubblica, non tanto per Zara ed altre città ch'egli pretendeva[1579],
quanto perchè gli avevano negata qualsivoglia assistenza di navi e di
gente per la guerra fatta al regno di Napoli. Benchè durasse la tregua
di otto anni con quella repubblica, più non volle aspettare a tentarne
la vendetta. Due poderosissimi eserciti mise egli insieme; e presi
de' pretesti di rottura, l'uno spinse in Dalmazia, e l'altro inviò
alla volta d'Italia. Richiese ai Veneziani la Dalmazia e l'Istria; si
sarebbe anche contentato d'un annuo censo; ma sembrando ingiuste e dure
tali dimande ai Veneziani, che da tanto tempo signoreggiavano quelle
contrade, elessero piuttosto di difendersi con pericolo, che di cedere
con vergogna. Venne in persona il re Lodovico coll'esercito unghero in
Italia nel mese di giugno, e i Cortusi[1580] (probabilmente con della
iperbole) scrivono che la sua armata fu creduta di cento mila cavalli.
Unironsi con lui i conti di Collalto, chiamati conti di Trevigi,
perchè tali erano stati i lor maggiori, e quei di Vonigo ed altri
castellani di quelle parti. Strinse d'assedio la città di Trivigi, e
si impadronì d'Asolo, Ceneda e Conegliano. Frattanto nel dì 8 d'agosto
giunse al fine di sua vita _Giovanni Gradenigo_ doge di Venezia, e fu
in suo luogo eletto _Giovanni Delfino_ a dì 14 d'esso mese. Era questi
capitano ossia governator delle armi venete chiuso in Trivigi, città
allora assediata dal re unghero. Spedì il senato veneto ambasciatori
al re, pregandolo di lasciarne liberamente uscire il loro doge.
Secondo i Cortusi e i Gatari, Lodovico cortesemente accordò lor questa
grazia; ma, per attestato del Caresino, la negò loro, gloriandosi di
tenere assediato un doge di Venezia. Da lì nondimeno a qualche tempo
ne uscì il Delfino, e felicemente condotto a Venezia salì sul trono,
ma in tempo in cui si trovava sopraffatta da troppo gravi calamità la
sua repubblica. Per maneggio di _Niccolò Acciaiuoli_ gran siniscalco
riuscì in quest'anno nel mese di novembre a _Luigi re_ di Napoli di
occupar il fortissimo castello di Mattagriffone sopra Messina[1581]:
per la cui presa e pel bisogno ancora che aveano di vettovaglia i
Messinesi, anche la città alzò le di lui bandiere: acquisto che fu
creduto dover decidere la controversia del dominio della Sicilia. In
quella importante città fecero la loro entrata nel dì 24 di dicembre il
_re Luigi_ e la _regina Giovanna_, e grande allegrezza e gala nel loro
accoglimento fece tutta quella cittadinanza.