NOTE:

[1523] Raynald., Annal. Eccles.

[1524] Vita di Cola di Rienzo, lib. 2, cap. 17.

[1525] Matteo Villani, lib. 4, cap. 10.

[1526] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.

Ital.

[1527] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1528] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom.

18 Rer. Ital.

[1529] Petrus Azarius, Chron., cap. 11, tom. 18 Rer. Ital.

[1530] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1531] Matteo Villani, lib. 4, cap. 25.

[1532] Corio, Istoria di Milano.

[1533] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.

[1534] Matth. de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Italic.

[1535] Chron. Bononiens., tom. eod.

[1536] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[1537] Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1538] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1539] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1540] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Caresin.

Chron. tom. 12 Rer. Ital.

[1541] Matteo Villani, lib. 4, cap. 32.

[1542] Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.

[1543] Matteo Villani, lib. 4. cap. 3.

[1544] Matth. Palmerius, in Vita Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLV. Indiz. VIII.

INNOCENZO VI papa 4.

CARLO IV imperadore 1.

Sul principio di quest'anno giunse a Milano _Carlo IV re_ de' Romani,

accompagnato da pochi dei suoi, ma con gran magnificenza ricevuto da

_Galeazzo e Bernabò Visconti_, e suntuosamente regalato da essi[1547].

Gli fecero vedere in mostra tante migliaia di cavalieri e fanti che

aveano, e parte finsero d'avere al loro soldo, facendo far varie

comparse alle medesime loro truppe: tutto, come diceano, ai servigi

di sua maestà. Nella festa dell'Epifania, cioè nel dì sei di gennaio,

egli prese la corona ferrea dalle mani di _Roberto arcivescovo_ di

Milano. Se crediamo a Matteo Villani, scrittore di grande autorità,

la di lui coronazione fu fatta in Monza; ma verisimilmente egli

prese abbaglio, avendo noi una folla di scrittori, ed alcuni ancora

di essi contemporanei, che l'asseriscono celebrata nella basilica di

Sant'Ambrosio in Milano. Oltre agli storici da me citati altrove[1548],

ci assicurano di questo gli Annali Milanesi[1549], le Croniche

Piacentina[1550], Bolognese[1551], Sanese[1552] e Cesenate[1553],

il Gazata[1554], il Rebdorfio[1555] ed altri. Volevasi veramente far

questa funzione in Monza, ciò apparendo da un breve di papa _Innocenzo

VI_ rapportato dal Rinaldi[1556], ma dovette vincerla l'arcivescovo e

il popolo di Milano, che la vollero in Sant'Ambrosio, secondo l'antico

rito. Da Milano passò Carlo a Pisa. Bollivano fiere discordie in

quella città per la fazione de' Bergolini, cioè de' Gambacorti e di

Cecco Agliati, che dominava, e l'altra de' Raspanti, che si opponeva

alla prima. Aprirono tali dissensioni la strada al re per assumere di

concordia de' cittadini (sforzata nondimeno per conto de' Gambacorti)

il dominio di quella città, e di mettervi le sue guardie. Dopo essere

stato a Lucca, e dipoi a Siena, dove, a petizione del popolo commosso,

annullò il reggimento dei Nove, divenuto troppo odioso alla città,

s'inviò alla volta di Roma. Prima non avea seco più di mille cavalieri,

la maggior parte datagli dai fratelli Visconti. Ne arrivarono in

Toscana dalla Germania ben quattro altre migliaia, tutta bella gente,

con gran baronia e colla _regina Anna_ moglie del medesimo re. Con

questa sì poderosa scorta se n'andò egli a Roma, dove nel dì quinto

d'aprile, giorno solenne di Pasqua di Risurrezione, fu conferita a

lui e alla regina moglie nella vaticana basilica la corona imperiale

dal _cardinal Pietro di Beltrando_ vescovo d'Ostia, deputato a ciò

dal sommo pontefice. Con qual ordine e magnificenza il popolo romano

in questi tempi incontrasse gl'imperadori e i legati apostolici, si

raccoglie da una memoria da me prodotta nelle Antichità Italiane[1557].

Lo stesso dì (che così era ne' patti) il nuovo imperador Carlo

IV, senza potersi fermare di più in Roma, si mise in viaggio alla

volta della Toscana, dove tutti i popoli l'aveano riconosciuto per

sovrano[1558], e gli stessi Fiorentini collo sborso di cento mila

fiorini d'oro aveano da lui impetrato degli ampli privilegii. In

Siena[1559] volle maggiormente mutar quel governo, con far signore

della città _Niccolò patriarca_ di Aquileia suo fratello naturale; ma

poco durò questa novità. Fu vergognosamente deposto e cacciato il buon

prelato. Attendeva questo imperadore più a far danaro che a guarir le

piaghe dell'Italia; e perchè i Lucchesi, allora sottoposti al comune di

Pisa, gli esibirono gran somma d'oro, parve a lui che sarebbe stato un

peccato il lasciar cadere in terra così vistosa offerta. Traspirato in

Pisa questo troppo disgustoso trattato, mosse il popolo a sollevarsi

nel dì 21 di maggio. Furono creduti autori di questo furor popolare

i Gambacorti, perchè i più de' grandi e del popolo traevano alle loro

case; e di questa congiuntura si prevalsero i Raspanti loro nemici per

atterrarli. Gran battaglia fu nella città fra i soldati dell'imperadore

e del popolo; ma in fine rimasero rotti i cittadini, e si quetò il

rumore. A sette dei Gambacorti per tal cagione fu troncato il capo. La

commozion di Pisa animò il popolo di Lucca a tentar la sua liberazione

dal giogo de' Pisani, e giacchè l'imperadore, fattosi dare il castello

dell'Agosta, vi avea messo presidio de' suoi Tedeschi, altro non

restava che di cacciar dalla città i soldati pisani. Adunque nel dì 22

di maggio, fatte entrare in Lucca molte masnade di contadini, levarono

la terra a rumore; ma, afforzatisi i Pisani in alcune case, diedero

tempo al comune di Pisa di spedire colà un grande sforzo di gente,

che non solamente sostenne la città, ma costrinse ancora i Tedeschi a

consegnar loro il castello dell'Agosta. Veggendosi dunque l'imperadore

mal sicuro in Pisa, per quanto era avvenuto, ed insieme oltraggiato

dai Sanesi e malveduto dai Fiorentini, non volle far più lunga dimora

in Pisa, e si ritirò a Pietrasanta, dove con gran gelosia si fermò più

giorni. Quindi passò per gli Stati dei fratelli Visconti, ma senza che

fosse lasciato entrare in città alcuna, fuorchè in Cremona, dove fu

ammesso coll'accompagnamento di poca gente e disarmata. Di là poi passò

in Boemia, seco portando molto oro, ma molta vergogna ancora.

Gli affari del _cardinale Egidio_ legato apostolico parve che sul

principio dell'anno prendessero cattiva piega; imperciocchè _Gentile da

Mogliano_, creato da lui gonfaloniere di santa Chiesa, fellonescamente

gli ritolse la città di Fermo[1560]. Questo avvenne per maneggio di

_Malatesta_ signor di Rimini suocero suo, che, rappacificatosi con

lui, l'indusse a ribellarsi, e gli diede soccorso di gente. Passava

ancora nemicizia tra _Francesco degli Ordelaffi_ signore di Forlì e il

suddetto Malatesta. Al vedersi ambedue esposti alla forza del cardinale

legato, personaggio risoluto di voler ricuperare gli Stati della

Chiesa, ed anche scomunicati e fin dichiarati eretici dal medesimo

(perocchè allora ci volea poco a sfoderare ancora questa arma), fecero

pace insieme, e si collegarono con Gentile, per resistere unitamente

tutti e tre al valente cardinale. Nell'aprile di quest'anno riuscì al

suddetto signore di Forlì con ducento cavalieri di metterne in rotta

quattrocento del legato, che si erano posti in agguato, credendosi di

farlo prigione. Diversa fu la fortuna di _Galeotto de' Malatesti_,

fratello del poco fa mentovato Malatesta. Era egli gran maestro di

guerra, e si trovava all'assedio di un castello di Recanati, dove si

era ben fortificato. Ma più di lui ne seppe _Ridolfo da Camerino_,

capitano della gente della Chiesa, che vigorosamente l'assalì in quel

sito, e, dopo ostinata battaglia, sbarattò le di lui genti, e fece

prigione lo stesso Galeotto ferito in più parti. Per questa vittoria

l'esercito pontificio cavalcò fino alle porte di Rimini, prese

Santo Arcangelo, Verrucchio e due altre castella vicino a Rimini, e,

fabbricate alcune bastie intorno a quella città, ne formò un blocco.

Non vi volle di più, perchè Malatesta cominciasse nel mese di maggio

a maneggiare un accordo col legato, il quale da uomo saggio non ebbe

difficoltà di accettarlo, e di accordargli assai oneste condizioni,

contentandosi ch'egli restituisse Ancona ed alcune altre terre alla

Chiesa, e ritenesse il dominio di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone,

riconoscendole nondimeno dalla Sede apostolica, e pagando l'annuo

censo. Ciò fatto, i fratelli Malatesti giurarono fedeltà, e prestarono

da lì innanzi onoratamente braccio al cardinale per l'altre sue

imprese. Per questo accordo intimidito il popolo di Fermo, e per non

provare il meritato gastigo della sua ribellione, nel mese di giugno

levò rumore nella città contra Gentile da Mogliano, e il costrinse a

ritirarsi nella rocca, dove restò poi assediato dalla gente del legato,

e costretto a capitolare. Gli lasciò il legato tre castella, ma, non

contentandosene colui, gliele ritolse dipoi: laonde andò ramingo a

finir malamente i suoi giorni in altri paesi. Anche i _Polentani_

signori di Ravenna e Cervia si ridussero all'ubbidienza del legato, se

pur non fu nell'anno seguente.

Governava intanto tirannicamente _Giovanni Visconte_ da Oleggio la

città di Bologna a nome di _Matteo Visconte_[1561]. Perchè _Galeazzo

Visconte_ fratello di Matteo gli occupò nel contado di Como un buon

castello colla valle di Belegno a lui spettante, se ne lamentò; ma

per quanto se ne dolesse, non gli fu mai fatta giustizia. Mandò ancora

Matteo Visconte a Bologna delle persone con ordine di fare il sindacato

al medesimo Giovanni. Uomo di gran coraggio e di maggiore astuzia era

l'Oleggio, e, chiamandosi offeso per tal trattamento, determinò di

farne tal vendetta che tornasse anche in suo pro. Pertanto ben disposte

le cose, nel dì 18 di aprile mise in armi tutti i suoi parziali, cioè

i Maltraversi e Ghibellini; fece prigioni gli uffiziali di Matteo

Visconte; in breve tempo tirò alla sua ubbidienza tutte le castella

forti del contado, a riserva di Bazzano, che si sostenne fedele ai

Visconti; e si fece proclamar protettore, o, come altri scrivono,

signore di Bologna. Una contribuzione da lui fra poco imposta di venti

mila fiorini d'oro ai cittadini, cagionò di gravi lamenti, ma convenne

pagarla. Ad istanza ancora dei Maltraversi, cioè de' Ghibellini,

fece prendere quattrocento cittadini guelfi, sospetti d'essere a lui

contrarii, e li mandò ai confini; tali nondimeno e tante furono le

doglianze del popolo, che stette poco a richiamarli. Di questo colpo sì

pregiudiziale ai Visconti si rallegrarono forte i collegati lombardi:

nè tardò il _marchese Aldrovandino_ d'Este a spedir dei buoni aiuti

all'Oleggio, per tenerlo saldo nell'usurpato dominio. All'incontro,

ne furono turbatissimi i Visconti, e tosto inviarono il _marchese

Francesco d'Este_ con un esercito sul Bolognese, che recò molti danni

a quelle ville e tentò anche di prendere Bologna, ma ne fu bravamente

respinto.

Intanto nel dì 26 di settembre venne a morte _Matteo Visconte_,

personaggio di molta avvenenza, che non avea pari nella facondia, e

superava anche i suoi fratelli nelle virtù, se non ch'era stranamente

guasto dalla lussuria. Comune fama fu ch'egli morisse di veleno datogli

da' suoi due fratelli _Bernabò_ e _Galeazzo_[1562]; chi immaginò

perchè gli fosse scappato di bocca, essere bella cosa il dominar

senza compagni; e chi perchè, essendo egli bestialmente perduto nella

libidine, e facendo incetta di belle donne nobili, ad onta ancora

de' lor genitori o mariti, temerono che ne seguisse un dì qualche

sollevazione. Fors'anche la sfrenata lussuria sua il consumò. Certo

è ch'egli, quasi all'improvviso, mancò di vita. Giacchè non lasciò

dopo di sè maschi, divisero i due fratelli la di lui eredità. A

_Bernabò_ toccarono Lodi, Parma e la perduta Bologna, colle castella

di Marignano, Pandino e Vavrio; a _Galeazzo_ Piacenza, Bobbio, Monza,

Vigevano ed Abbiate. Milano fu diviso in due parti, e Genova restò

indivisa. Non passarono due mesi che lo scaltro _Giovanni da Oleggio_

intavolò un trattato di pace con Bernabò Visconte; e seguì infatti,

credendosi per tal via Bernabò di poter meglio ottenere il suo

intento, cioè di atterrarlo, essendosi convenuto ch'egli metterebbe

i podestà in Bologna: Giovanni da Oleggio ne godrebbe il dominio sua

vita natural durante; e questo dopo morte ritornerebbe a Bernabò. Con

gran festa e solenni bagordi fu pubblicata questa pace in Bologna nel

dì 7 di dicembre. Signoreggiavano in Padova _Jacopino da Carrara_ e

_Francesco da Carrara_ nipote suo; e sembrava fra loro un'invidiabil

concordia[1563]. Era Francesco generale della lega di Lombardia contro

ai Visconti. Preso un pretesto, cavalcò a Padova, e nel dì 18 di luglio

nell'ora di cena fece mettere le mani addosso allo zio, e il mandò

prigione in una fortezza, dove con suo comodo finì quello che gli

restò di vita. Sua moglie _Margherita da Gonzaga_ con un figliuolino

d'un anno fu rimandata a Mantova, e Francesco prese tutta la signoria

di Padova. Secondo i Cortusi[1564], Jacopino tramava insidie alla

vita di Francesco per mezzo di Zambone Dotti, che convinto fu messo

in una gabbia di ferro, e poscia ucciso da' suoi stessi parenti.

Altrettanto dicono i Gatari[1565], con aggiugnere che fra le mogli

d'essi due signori era insorta emulazione, e quindi essere venuto il

trattato di avvelenare Francesco. Comunque sia, per attestato del

Villani, non si potè levar di testa a molti, che unicamente per la

malnata cupidigia di dominare, abborrente ogni compagnia sul trono,

Francesco da Carrara inventasse quelle accuse, affine di sbrigarsi di

suo zio, e di regnar solo. Un'altra più funesta scena si fece vedere

quest'anno in Venezia[1566]. Sulla cadrega di legno di Marino Faliero

doge di Venezia una mattina si trovò scritto: _Marin Faliero dalla

bella moglie: altri la gode, ed egli la mantiene_. Perchè, scoperto il

malfattore, cioè Michele Steno, non ne fu fatta aspra giustizia dagli

avogadori, cotanto se ne sdegnò il doge, che si diede a macchinar una

congiura coi popolari, per far tagliare a pezzi i nobili, e farsi egli

signore di Venezia. Dovea scoppiar la mina nel dì 15 d'aprile; ma prima

di quel tempo, traspirato un sì nero disegno, poste le mani addosso al

doge, nel luogo stesso, dove avea fatto il giuramento nell'assunzione

al ducato, fu a lui tagliata la testa nel dì 17 d'aprile, e a molti de'

congiurati il capestro abbreviò la vita. Fu poscia eletto doge nel dì

21 d'esso mese _Giovanni Gradenigo_.

Fecero in quest'anno all'uscita di maggio essi Veneziani una

svantaggiosa pace col popolo di Genova[1567]. Per lo contrario, alcune

navi de' Genovesi fieri corsari nel mese di giugno s'impadronirono

a tradimento della città di Tripoli in Barberia. La preda quivi

fatta in danari e mobili preziosi ascese ad un milione ed ottocento

mila fiorini d'oro. Circa sette mila furono i prigioni fra uomini e

donne. E quantunque il loro comune non approvasse, o facesse vista

di disapprovar quel fatto, pure si mantennero in quella città,

finchè trovarono un ricco saraceno, a cui la venderono per cinquanta

mila doble d'oro, e se ne tornarono in fine a Genova con infinite

ricchezze, le quali fecero lor poco pro, perchè quasi tutti in breve

tempo capitarono male, o tornarono in povero stato. Dai collegati

di Lombardia, dappoichè si furono accorti delle ribalderie e della

corrotta fede del _conte Lando_ Tedesco, fu licenziata la gran

compagnia de' suoi masnadieri; e sentendo costoro che v'era guerra in

Puglia contro _Luigi re di Napoli_, come gli avvoltoi alle carogne,

così trassero anche essi a quella volta; nè trovando contraddizione,

andarono malmenando il paese, e poi passarono in Terra di Lavoro,

accostandosi anche alla stessa città di Napoli. Avea raccolto da

varie parti _Niccolò degli Acciaiuoli_ siniscalco circa mille barbute

di gente tedesca, e pareva che il re Luigi volesse uscire in campo

contra di que' ribaldi. Nulla se ne fece, anzi, perchè non correano

le paghe, molti di que' mille uomini d'armi si andarono ad unire alla

gran compagnia del conte Lando, che sguazzava alla barba de' regnicoli.

In fine il re Luigi, per levarsi d'addosso un sì grave fardello,

s'accordò di pagare a quegli assassini cento cinque mila fiorini d'oro,

trentacinque mila in contanti, e il resto in due rate, purchè se ne

andassero. Bisognò per questo torchiar le borse de' Napoletani e dei

mercatanti, non senza gravi lamenti di que' popoli, i quali fecero per

questo anche una sedizione popolare, che non ebbe conseguenza. Intanto

_don Luigi d'Aragona_ re di Sicilia coll'aiuto dei Catalani avea

ripigliate alcune delle terre occupate dal re di Napoli; ma non potè

proseguire il corso della vittoria, perchè la morte il rapì nel mese di

novembre nella sua verde età. Gli succedette _don Federigo_ suo minor

fratello, di cui presero cura i Catalani, restando più che mai l'isola

lacerata e sconvolta per la fazion contraria de' Chiaramontesi.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 103 / 216 题