NOTE:

[1515] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cortus, Histor., tom. 12 Rer.

Ital.

[1516] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1517] Matteo Villani, lib. 3, cap. 59.

[1518] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1519] Petrus Azarius, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1520] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1521] Vita di Cola di Rienzo, Antiquitat. Ital.

[1522] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLIV. Indizione VII.

INNOCENZO VI papa 3.

CARLO IV re de' Romani 9.

Diedesi con vigore in quest'anno il _cardinale Egidio Albornoz_

legato apostolico a ricuperar dalle mani de' tiranni le terre della

Chiesa[1523]. Mirando Roma sempre in confusione, si avvisò di adoperare

uno strumento alquanto strano per mettere al dovere le teste sempre

inquiete e divise dei Romani, e per frenar la prepotenza de' grandi.

Cioè avendo seco Niccolò di Lorenzo, ossia _Cola da Rienzo_, uomo

benchè di cervello stravagante, pure ben provveduto di lingua e

di vaste idee, il mandò colà, dopo averlo provato assai destro e

fedele nelle azioni militari da esso cardinale intraprese. Essendo

già stato ucciso il Baroncello, che era divenuto tiranno[1524], fu

ricevuto Cola in Roma dal popolo con immenso onore. Chiamò egli tosto

all'ubbidienza i baroni romani oppressori del popolo. Nulla ne vollero

far i Colonnesi, anzi diedero principio a delle ostilità contro Roma.

Allora Cola con bella armata andò all'assedio di Palestrina, terra di

que' nobili. Altri che lui vi voleva a disfare quel forte nido; però

tutto confuso se ne tornò a casa. _Fra Moriale_, quel gran masnadiere,

di cui abbiam parlato di sopra, dopo avere messa in contribuzione la

Marca e la Toscana, commesse innumerabili iniquità, e raunato gran

tesoro, capitò a Roma, o per visitare due suoi fratelli, o perchè

chiamato colà dal senatore, per valersene nei bisogni della guerra. Fu

riferito a Cola di Rienzo, essere scappato di bocca a costui che voleva

uccidere esso Cola. Il fece prendere e tormentare, e poi tagliargli la

testa nel dì 29 d'agosto: pena degna de' suoi misfatti, e applaudita

dagli Italiani, ma che tirò addosso a Cola una universale mormorazione

de' Romani, perchè fu creduto un calunnioso pretesto per ispogliarlo

delle ricchezze e prede fatte in tanti paesi. Una sola parte nondimeno

ne ebbe; la maggiore toccò a Giovanni da Castello. L'aver poi Cola

posta una gabella sopra il vino, che dispiacque forte, fatto troncare

il capo a Pandolfuccio di Guido, uomo virtuoso ed amato da tutti, e

varie sue capricciose pazzie che degeneravano in crudeltà, servirono

a fargli perdere il concetto, e a guadagnarli l'odio della maggior

parte del popolo. Pertanto nel dì 8 di settembre, levatosi a rumore

esso popolo contra di lui, l'assediò in Campidoglio, ed attaccò fuoco

al palazzo. Se ne fuggì egli travestito da facchino, ma riconosciuto,

fu ucciso a forza di pugnalate dall'infuriata gente. Così in breve

tempo ebbero fine due aborti della fortuna, che diedero molto da

ragionar di sè in questi tempi, insegnando che non è mestier d'ognuno

il fondare de' principati con fidarsi dell'incostanza de' popoli, e

senza gran provvision di prudenza. Ora il _cardinale Albornoz_ legato

del papa avea già fatto pubblicar le scomuniche pontificie contra

chiunque occupava in Italia gli Stati della Chiesa romana; ma perchè

queste armi senza le temporali alla pruova si truovano spuntate, mosse

l'esercito suo contra di loro[1525]. Il primo assalito fu _Giovanni da

Vico_ prefetto. Costui trattò tosto di pace, ma poco tardò a mancar di

parola; e però il legato gli tolse Toscanella e l'assediò in Orvieto.

Per paura di peggio, il prefetto andò a gittarsegli ai piedi, e gli

consegnò quella città. Seppe far meglio i suoi affari _Gentile da

Mogliano_ signore di Fermo, perchè, senza voler aspettare la forza,

andò spontaneamente a trovare il cardinal legato a Foligno, e gli diede

la tenuta di Fermo: atto così gradito da esso legato, che dichiarò

Gentile gonfalonier della Chiesa romana.

Strepitosa novità accadde in Verona. _Can Grande dalla Scala_,

signore di quella città, era ito a Bolzano in compagnia di _Can

Signore_ suo fratello, per abboccarsi col _marchese di Brandeburgo_

suo cognato[1526]. _Fregnano dalla Scala_ suo fratello bastardo colse

questo tempo per effettuare il disegno di torgli la signoria: intorno a

che già passava intelligenza fra lui e i Gonzaghi signori di Mantova.

Nella notte del dì 17 di febbraio, ossia ch'egli fosse d'accordo con

_Azzo da Correggio_, lasciato da Can Grande per governatore di Verona,

oppur, come vuole il Gazata[1527], che Fregnano fattolo, a sè venire,

gli minacciasse la morte, se non acconsentiva, amendue sparsero voce,

esser giunte lettere che portavano la morte improvvisa di Can Grande,

e mossero la guarnigione ad uscir di Verona, con farle credere che

_Bernabò Visconte_ veniva con gente a quella volta. Nella seguente

mattina Fregnano con _Alboino_, suo fratello minore e legittimo,

cavalcò per la città, e si fece proclamar signore. In aiuto suo giunse

ancora _Feltrino_ ed altri da Gonzaga con assai nobiltà e milizia di

Mantova. Nel dì 24 d'esso mese _Bernabò Visconte_, chiamato in soccorso

da Fregnano, oppur mosso da speranza di pescare in quel torbido,

comparve con ottocento, ovvero con tre mila barbute e con altra

soldatesca, e dimandò di entrare in Verona. I Gonzaghi, per timore

ch'egli occupasse la città, indussero Fregnano a negargli l'entrata,

cosicchè Bernabò, vedendosi deluso, tentò per forza di voler superare

una porta; ma, conoscendo l'impossibilità dell'impresa, giudicò meglio

di ritornarsene a Milano. Per questo fu da alcuni creduto che anche

l'arcivescovo di Milano avesse tenuta mano a questo fatto. Volarono

intanto gli avvisi di tal tradimento a Can Grande, che non perdo tempo

a tornarsene indietro. Assicuratosi di Vicenza, con quelle truppe che

avea e che potè raunare, arrivò la notte stessa a Verona, dappoichè

se ne era partito Bernabò. Dal custode della porta di Campo Marzo fu

lasciato entrare in città, e tosto fece intonare: _Viva Cane, e muoiano

i traditori_. Fatto giorno, Cane passò il ponte, ed ebbe all'incontro

Fregnano coi suoi, che fece lunga battaglia, ma in fine vi lasciò la

vita insieme con Paolo Pico dalla Mirandola, eletto da lui per podestà

di Verona, ed altri suoi partigiani. Sollevatosi tutto il popolo

in favor di Cane, fu preso Feltrino da Gonzaga co' suoi consorti e

soldati, e corse pericolo della vita; ma in fine si riscattò con trenta

mila fiorini d'oro. Dopo sì felice avvenimento nello stesso mese giunse

a Verona il _marchese di Brandeburgo_ con assai gente per aiutar Cane,

ma non vi fu più bisogno di lui.

Per la troppo cresciuta potenza di _Giovanni Visconte_ arcivescovo di

Milano, e perchè l'ingordigia sua non era per far mai punto fermo,

si collegarono insieme la _repubblica di Venezia_, il _marchese

Aldrovandino_ signor di Ferrara e Modena[1528], i _Gonzaghi_ signori

di Mantova e Reggio, e i _Carraresi_ signori di Padova. In essa entrò

dipoi anche _Can Grande dalla Scala_ signor di Verona e Vicenza.

L'avere il Visconte occupata Bologna, e il far tuttodì passar le sue

genti pel Reggiano e Modenese, teneva in un continuo allarma questi

popoli. Men male perciò fu creduto dall'Estense e dai Gonzaghi il far

testa ad una potenza che andava a divorar tutto. Ora i Gonzaghi furono

i primi a cominciar la festa, impossessandosi di alcune navi milanesi,

vegnenti da Venezia col carico di mercatanzie, ascendenti al valore di

settanta mila fiorini d'oro. Spedì tosto l'arcivescovo il suo esercito

a' danni del Reggiano e Modenese, con prendere le castella di Fiorano,

Spezzano e Guiglia, e piantar due forti bastie, oppur una al passo di

Santo Ambrosio sul Panaro[1529]. Erasi unita tutta sotto il comando del

conte Lando Tedesco di Suevia la gran compagnia, che dianzi ubbidiva

a fra Moriale, accresciuta dipoi a dismisura pel concorso di chiunque

aspirava alle prede. Queste masnade furono prese al loro soldo dai

collegati, e con esse formato un esercito di più di trenta mila armati,

combatterono le suddette due bastie, e voltatisi poi verso Guastalla,

e passato il Po, nel settembre si diedero a guastare il territorio di

Cremona.

In questo tempo una mortale infermità portò all'altra vita

_Giovanni Visconte_ arcivescovo e signor di Milano, e mise fine

alle sue grandiose secolaresche idee. Discordi sono gli scrittori

nell'assegnare il giorno della sua morte. Nel dì 11 di settembre

scrive il Gazata[1530]; nel dì 4 di ottobre Matteo Villani[1531]; nel

dì cinque di esso mese, giorno di domenica il Corio[1532]. Sto io con

quest'ultimo, perchè il giorno quinto d'ottobre cadde in domenica; e

Pietro Azario[1533], benchè il faccia morto nel dì 4 d'ottobre, pure

confessa che fu giorno di domenica. Lo stesso abbiamo dalla Cronica di

Matteo Griffone[1534], dalla Bolognese[1535], dalla Piacentina[1536]

e da quella de' Cortusii[1537]; e però s'hanno da correggere l'altre

storie, e massimamente gli Annali Milanesi[1538], che il dicono morto

nel dì ultimo d'ottobre. A lui senza opposizione succederono i tre suoi

nipoti, nati dal fu _Stefano_ suo fratello, cioè _Matteo, Bernabò_ e

_Galeazzo_. Gli Stati furono divisi in tre parti. A Matteo toccarono

_Lodi, Piacenza, Parma, Bologna e Bobbio_; a Bernabò _Bergamo, Brescia,

Cremona_ ed altre terre; a Galeazzo _Como, Novara, Vercelli, Asti,

Alba, Alessandria, Tortona_ e molte terre del Piemonte. _Milano_ e

_Genova_ rimasero indivise, e tutti e tre vi comandavano, camminando

fra loro con molta concordia. Si figurò la lega di Lombardia di poter

più agevolmente ottenere l'intento suo contro la possanza di Giovanni

Visconte, quando era vivente, col chiamare in Italia _Carlo IV_ re

di Boemia e de' Romani; e mandò a questo fine ambasciatori; ma nel

medesimo tempo anche il Visconte facea per mezzo de' suoi delle belle

offerte, promettendogli la corona ferrea, subito che fosse calato in

Italia. Perciò Carlo, trovando ben disposti gli animi degl'Italiani,

ed ottenuta licenza dal papa, si mise in viaggio nell'ottobre di

quest'anno con poco accompagnamento di gente d'armi[1539], e nel dì 3

di novembre col patriarca d'Aquileia suo fratello arrivò a Padova, con

grande onore accolto da _Jacopino_ e _Francesco da Carrara_ signori di

quella città. Fu ad incontrarlo prima del suo arrivo colà _Aldrovandino

marchese d'Este_, e da che fu partito da Padova, andò _Can Grande dalla

Scala_ a fargli riverenza a Legnago. Riposossi in Mantova per qualche

settimana il re Carlo per trattare, se era possibile, di concordia fra

i collegati e i Visconti. Gli spedirono i fratelli Visconti una nobile

ambasciata con suntuosi regali, promesse d'aiuti e della corona ferrea.

Si fece valere l'attaccamento loro agl'interessi dell'imperio, e quanto

avesse operato _Matteo_ lor avolo contro i ribelli della corona, cioè

contro i Guelfi, di modo che Carlo restò soddisfattissimo di loro, e

si dispose a passare a Milano. Così rimasero delusi i collegati, che

a loro spese aveano tirato in Italia questo debole principe; e niun

profitto ne ricavarono, essendosi egli convenuto coi Visconti di non

molestarli, purchè gli dessero la corona d'Italia, e una buona scorta

fino a Roma per prendere l'altra dell'imperio.

Non avea mancato _Giovanni Visconte_, quando era vivente, d'inviare

ambasciatori a Venezia, per mettere pace fra quella repubblica e

quella di Genova. Uno degli ambasciatori fu il celebre _Francesco

Petrarca_, al quale nulla servì la sua eloquenza per condurre a buon

fine questo negoziato. _Andrea Dandolo_ doge e il suo consiglio, erano

sì mal animati contra dei Genovesi, e malcontenti dell'arcivescovo

per la signoria e protezion presa di quel popolo, che ricusarono

ogni proposizion d'accomodamento. Colle lor forze e coll'aiuto

dell'arcivescovo armarono essi Genovesi trentacinque galee[1540], e

ne fu generale il prode _Paganino Doria_. Dopo essere state queste

in corso contra dei Catalani, vennero in Levante in traccia de'

Veneziani, abbruciarono Parenzo, e presero alcune ricchissime cocche

veneziane. Trovarono poscia a Portolungo verso Modone, ossia nel

porto della Sapienza, la maggior parte della flotta veneta, composta

di trentacinque galee, sei grosse navi e venti altri legni minori

sotto il comando di _Niccolò Pisano_. Nel dì 4 di novembre virilmente

andò il general genovese ad assalir nel porto la nemica armata, e tal

dovea essere in questi tempi in credito la bravura de' Genovesi in

mare, oppur fosse altro accidente, che contra il solito sbigottiti

i Veneziani, senza far molta difesa si diedero tutti per vinti.

Furono condotti que' legni a Genova con più di cinque mila prigioni,

fra' quali lo stesso general pisano, e poi bruciati. Per istrada

fuggirono ben due mila de' prigioni fatti; e furono anche prese da

altri legni veneziani due galee genovesi, che s'erano sbandate dallo

stuolo. Abbiamo da Matteo Villani[1541] minutamente descritto questo

avvenimento, sì funesto alla gloria e potenza de' Veneziani, e tale

che in Venezia molto si temette che la vittoriosa armata volasse colà

a fare del resto. Risparmiò Iddio l'avviso e il dolore di sì inusitata

sconfitta ad _Andrea Dandolo_, virtuosissimo doge di Venezia e

scrittore della famosa Cronica Veneta, da me data alla luce; imperocchè

nel dì 7 di settembre di questo anno[1542] egli era passato a miglior

vita, e in luogo suo nel dì 11 d'esso mese era stato surrogato

_Marino Valiero_ ossia _Faliero_. Nè si dee tacere che trovavasi in

questi tempi l'isola di Sicilia disfatta e ridotta a gran carestia

per la disunione di que' baroni e popoli, stante la minorità del _re

don Luigi_ figliuolo del _re don Pietro_[1543], e le due prepotenti

fazioni, l'una de' Catalani, e l'altra de' conti di Chiaramonte. Per

maneggio di _Niccolò Acciaiuoli_, gran siniscalco di Napoli[1544], si

accordò il _conte Simone di Chiaramonte_ con _Luigi re di Napoli_; e

questi spedì immediatamente colà sei galee con poca gente d'armi, e

molti legni carichi di grano e di vettovaglia; la qual oste bastò a

fare che le città di Palermo, Trapani, Milazzo, Mazara, ed altre terre

e castella al numero di cento dodici, alzassero le bandiere del re di

Napoli. Questa era la congiuntura, in cui il re Luigi s'impadronisse

di tutta la Sicilia; al che non era mai potuto arrivare in sua vita

il _re Roberto_ con tanti sforzi e possenti spedizioni da lui fatte

per ricuperare quel regno. Ma in troppa debolezza si trovava allora

il regno di Napoli a cagion delle guerre passate e di tanti Reali che

conveniva mantenere, fra' quali anche vi fu _Luigi duca di Durazzo_, il

quale si ribellò, e bisognò domarlo coll'armi. Gran guadagno nondimeno

fu quello del re Luigi in Sicilia nell'anno presente, e questo crebbe

anche nel seguente. Pure la Sicilia giunse a mutar padrone; e in

questo anno i Messinesi occuparono tre galee ed altri legni pieni di

vettovaglie, che il re Luigi mandava per rinforzo a Palermo.

In occasion della guerra insorta fra l'arcivescovo Visconte e

i collegati, fu nel dì 10 di giugno alquanto di sollevazione in

Bologna[1545], perchè da _Giovanni da Oleggio_ governatore era uscito

ordine che due quartieri della città cavalcassero armati alla volta

di Modena, e il popolo, mal soddisfatto del governo milanese, non si

sentiva di sacrificar le vite in servigio di così pesante padrone.

Giovanni da Oleggio, che era un mal arnese, cacciò per questo in

prigione gran copia di cittadini nobili e plebei; molti ne fece

giustiziare, altri tormentare; e durò assai giorni questa tragedia.

Tolse ancora l'armi agli abitanti, di modo che di terrore e confusione

era ripiena quella città. Arrivò poi nel dì 21 d'agosto sul contado di

Bologna parte dell'esercito de' collegati, di cui era capitan generale

_Francesco da Carrara_, uno de' due signori di Padova, e si unì colla

gran compagnia del _conte Lando_ Tedesco. Saccheggiando e bruciando le

ville di quei contorni, arrivarono fin presso alla città di Bologna.

Secondo i Cortusii[1546], avrebbono potuto impadronirsene; ma il conte

Lando, che, secondo il costume di quegl'iniqui masnadieri, mentre

militava per l'una parte, sapea servire all'altra nemica, ne impedì

l'acquisto, e dipoi ricusò di combattere le due bastie del passo di

Sant'Ambrosio; e per questa cagione s'ebbe da lì innanzi gran sospetto

della fede di costui; e Francesco da Carrara, temendone qualche

tradimento, giudicò meglio di ritirarsi a Padova, e di lasciare il

baston del comando in vece sua a _Feltrino da Gonzaga_.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 102 / 216 题