NOTE:

[1443] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 83.

[1444] Matteo Villani, lib. 1, cap. 2. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.

[1445] Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital.

[1446] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.

[1447] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 110.

[1448] Domin. de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1449] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Italic.

[1450] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1451] Raynald., Annal. Eccles.

[1452] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1453] Matteo Villani, lib. 1, cap. 16.

[1454] Matth. Palmerius, in Vita Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital.

Giovanni Villani, lib. 12, cap. 114.

[1455] Vita Clementis VI, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Matteo Villani, lib.

1.

[1456] Leibnit., Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 93.

[1457] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1458] Corio, Istoria di Milano.

[1459] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[1460] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1461] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1462] Platina, Hist. Mant., tom. 12 Rer. Ital.

[1463] Corio, Istoria di Milano.

Anno di CRISTO MCCCXLIX. Indizione II.

CLEMENTE VI papa 8.

CARLO IV re de' Romani 4.

Andò sossopra in quest'anno il regno di Napoli per la guerra insorta

in quelle parti[1467]. Molto paese occupavano tuttavia gli Ungheri.

Il re Luigi colla _regina Giovanna_ sua moglie, ben assistito dai

Napoletani, mentre si facea l'assedio de' castelli di quella città,

uscì in campagna coll'esercito suo, ed intraprese l'assedio di Nocera,

dove trovò de' bravi difensori. Domenico da Gravina, scrittore parziale

del re d'Ungheria, descrive[1468] i varii avvenimenti di quella guerra.

Dopo lunga difesa le fortezze di Napoli vennero in potere della regina;

e intanto la maggior parte delle terre del regno inalberarono le

bandiere della medesima, di modo che gli Ungheri non aveano più che

Manfredonia, il Monte di Santo Angelo, Ortona, Guiglionese ed alcune

castella in Calabria. La città di Nocera si arrendè al re Luigi, marito

della regina, ma non già il castello che era fortissimo. Gli Ungheri,

comandati da Corrado Lupo vicario del re Lodovico d'Ungheria, a forza

d'armi presero e saccheggiarono la città di Foggia. Obbligarono inoltre

il re Luigi ad abbandonar l'assedio d'esso castello di Nocera, per

colpa specialmente del _duca Guarnieri_, uomo di niuna fede, il quale,

nello stesso tempo che militava ai servigi di esso re Luigi, teneva

intelligenza con Corrado Lupo, e guastava tutti i disegni: il che fece

calar non poco di riputazione il medesimo re Luigi. Andò tanto innanzi

la malvagità di costui, che stando egli a Corneto con quattrocento

cavalieri alla guardia di quella terra, una notte si lasciò sorprender

ivi con tutta la sua gente da Corrado, e fu ritenuto prigione.

Comunemente fu creduto che fosse concertato fra loro il fatto. Misesi

egli una taglia di trenta mila fiorini d'oro; e perchè il re Luigi

negò di volerlo riscattare a sì alto prezzo, si servì egli di questo

pretesto per prendere servigio nella armata degli Ungheri, e trasse a

sè quanti Tedeschi potè; perlochè peggiorarono di molto gli affari del

re Luigi, che si ritirò malconcio a Napoli. Crebbe ancora l'esercito

degli Ungheri per la venuta di _Stefano vaivoda_ di Transilvania con

più di trecento nobili ungheri: laonde alla loro ubbidienza tornarono

Baroli, Trani, Bitonto, Giovenazzo, Molfetta ed altri luoghi. Ma

sopprattutto in lor vantaggio tornò l'acquisto della città d'Aversa,

i cui abitanti volontariamente loro si sottomisero. S'inoltrò poi

l'esercito ungarico del re Lodovico verso Napoli, e fatto correr

voce falsa che fra i soldati ungheri e tedeschi fosse insorta gran

discordia, s'invogliarono i Napoletani di venir con loro a battaglia.

Adunque nel dì 6 di giugno, benchè il re Luigi contraddicesse[1469],

i baroni napoletani con gran baldanza e pompa uscirono ed ordinarono

le loro schiere contra gli Ungheri; ma furono così ben ricevuti, che

presto andarono in rotta, e vi restarono prigionieri _Roberto di San

Severino, Raimondo del Balzo_, il _conte d'Armignacca_ e buona parte

de' principali nobili della città di Napoli. Per tal vittoria scorrendo

gli Ungheri sino alle porte della città, obbligarono que' cittadini a

ricomperar la loro vendemmia collo sborso di venti mila fiorini d'oro.

In questo piede erano gli affari di Napoli, mentre anche in altri

luoghi del regno continuava la guerra, ora prospera per gli uni ed ora

per gli altri.

Nel dì 24 di gennaio di quest'anno la morte troncò il corso alla vita

e all'ingrandimento, che tutto dì si facea maggiore, di _Luchino

Visconte_[1470]. La città di Milano gli era sommamente obbligata,

perchè magnificata oltre modo da lui in potenza, ricchezze ed impieghi

lucrosi, conservata in pace, e regolata non men essa che tutte l'altre

città a lui soggette con incorrotta giustizia. Se vogliamo stare

all'opinione di Giovanni da Bazzano[1471], egli morì di peste; ma

da altra cagione credettero altri proceduta la sua morte. Siccome

dicemmo all'anno 1347, _Isabella del Fiesco_ sua moglie, donna di

molta avvenenza, andò per cagion di voto, vero o finto, a San Marco

di Venezia. Questa libertà le diede campo di soddisfare alle sue

illecite voglie contra la fede maritale. Benvenuto Aliprando[1472] e

dopo lui Bartolomeo Platina nelle Storie di Mantova[1473], chiaramente

scrivono che essa invaghita di _Ugolino Gonzaga_, seco il condusse

a Venezia con familiarità detestabile; e perchè le dame e donne di

confidenza avrebbono potuto rivelare il segreto, ad esse ancora fu

dato agio di procacciarsi quella pastura che vollero. I malanni di

casa d'ordinario son gli ultimi a saperli i padroni e mariti, e Luchino

finalmente scoprì i proprii. Fanno i suddetti storici mantovani autore

dello scoprimento _Mastino dalla Scala_, il quale in questa maniera

attizzò lo sdegno di Luchino contra dei Gonzaghi. E certo s'egli vivea

più lungo tempo ne avrebbe procurato lo sterminio, come attesta il

Gazata[1474]. Ma non sussiste già che Luchino facesse imprigionar la

moglie, come asserisce il Platina. Secondo altri, accortasi ella essere

venuto il marito in cognizione de' suoi falli, s'affrettò a dargli il

veleno, per cui terminò i suoi giorni[1475]. Sembra nondimeno alquanto

inverisimile che la cagion della guerra contro ai Gonzaghi procedesse

da questo, perchè tanto tempo prima l'abbiam veduta incominciata,

nè intanto si scorge che Luchino facesse risentimento alcuno contra

della moglie. Pietro Azario[1476], scrittore contemporaneo, e ben

informato di quegli affari, confessa gli scandali accaduti nel divoto

pellegrinaggio d'Isabella del Fiesco e delle sue dame; ma perciocchè

l'amore e la tosse non si possono occultare, n'ebbe in fine contezza

il tradito Luchino. Gli scappò detto un dì di voler fare in breve

la maggior giustizia che mai avesse fatto in Milano. Rapportata alla

moglie questa parola, sospettò o s'accorse che la festa era preparata

per lei. L'Azario non volle dire di più, e terminò il racconto con quel

verso attribuito a Catone:

_Nam nulli tacuisse nocet. Nocet esse locutum._

Secondo lo stesso Azario, l'_arcivescovo Giovanni_ fece giurar fedeltà

a _Luchino Novello_ figliuolo del defunto suo fratello Luchino: il

che par difficile a credersi. _Bruzio_, figliuolo bastardo di Luchino,

che in addietro era stato il primo nobile della corte paterna, e come

secondo padrone di Milano, avea tiranneggiato massimamente Lodi,

della qual città era governatore (siccome persona, che dopo aver

molto applicato alle lettere, d'esse unicamente s'era poi servito

per commettere delle iniquità), se ne fuggì, e andò ramingo un pezzo,

finchè in una città de' Veneziani meschinamente morì. Succedette, se

pure non vogliam dire che continuò _Giovanni Visconte_ arcivescovo di

Milano nel dominio di Milano, Lodi, Piacenza, Borgo San Donnino, Parma,

Crema, Brescia, Bergamo, Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria,

Tortona, Pontremoli ed altri luoghi in Piemonte. E benchè gli Astigiani

si fossero dati a Luchino solamente durante la di lui vita, pur volle

anch'egli la signoria di quella città. Una delle prime sue azioni

quella fu di richiamar dall'esilio i due suoi nipoti _Bernabò_ e

_Galeazzo_, figliuoli di Stefano suo fratello, che Luchino avea banditi

_propter opera ipsorum non bona_, siccome scrive il Gazata[1477].

Liberò ancora esso arcivescovo dalle carceri _Lodrisio Visconte_ suo

cugino[1478], imprigionato, allorchè fu sconfitto a Parabiago da _Azzo

Visconte_. Fece inoltre Giovanni arcivescovo sul fine d'aprile pace

coi _Gonzaghi_; ma fra essi Gonzaghi e _Mastino dalla Scala_ non cessò

la guerra. Ne' mesi di aprile e giugno l'esercito veronese, condotto

da _Cane Scaligero_ figliuolo di _Mastino_, venne a dare il guasto al

Mantovano, con lasciar dappertutto funesti segni dell'odio suo. Ed

essendosi poi quelle genti ritirate nel dì 3 d'agosto, l'armata de'

Mantovani, consistente in mille cavalli e gran quantità di fanteria,

passò sul Veronese per rendere la pariglia agli Scaligeri. Per

tradimento s'impadronirono del castello di Valezzo; ma sopraggiunto

_Alberto dalla Scala_ col suo sforzo, loro diede addosso, e li

sconfisse. Per un trattato che era con alcuni cittadini di Jesi[1479],

_Malatesta Unghero_, figliuolo di _Malatesta de' Malatesti_ signore di

Rimini, entrò con copia d'armati in quella città nel dì 10 di gennaio.

Allora messer _Uomo di santa Maria_, che n'era signore, colle milizie

sue e degli amici fece quanta difesa mai potè, e lungo fu il contrasto

dell'armi fra loro; ma in fine prevalse il Malatesta, e rimase

padrone della città. Nel dì primo di settembre[1480] (Matteo Villani

scrive[1481] nel dì 4 d'esso mese) un fierissimo tremuoto si fece udire

per la maggior parte d'Italia, e massimamente nella Puglia, dove le

città dell'Aquila e d'Ascoli ed altre terre patirono immenso danno.

Anche in Perugia precipitarono molte torri e case. E la terza parte del

tetto della basilica di S. Paolo fuori di Roma cadde con assai altre

chiese e fabbriche in Roma stessa. Dei danni patiti in Napoli, Aversa,

Monte Casino, San Germano, Sora ed altri luoghi parla Matteo Villani.

In questi tempi fiorivano _Bartolo da Sassoferrato_ e _Francesco

Petrarca_ Fiorentino, l'uno gran legista, e l'altro poeta celebre; e

cominciò anche a farsi conoscere _Giovanni Boccaccio_ da Certaldo. La

Sicilia era tutta sconvolta per due potenti fazioni insorte in quel

regno, giacchè il re era tuttavia di poca età ed incapace di governo,

e la morte gli avea rapito il valoroso suo zio, che col suo senno

avea tenuto in addietro que' popoli in freno; laonde infelicissima

divenne quell'isola, verificando il detto del Savio, che per lo più una

pensione della minorità de' regnanti sono i disordini.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 97 / 216 题