NOTE:

[1464] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1465] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1466] Rafain., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.

[1467] Matteo Villani, lib. 12, cap. 35.

[1468] Dominicus de Gravina, tom. 12 Rer. Ital.

[1469] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1470] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.

[1471] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1472] Benven. Aliprando, Cronica di Mantova, tom. 5 Antiquit. Ital.

[1473] Platin., Hist. Mant., tom. 20 Rer. Ital.

[1474] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1475] Corio, Istoria di Milano.

[1476] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.

[1477] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1478] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1479] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cronica Bolognese, tom. 18

Rer. Ital.

[1480] Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.

[1481] Matteo Villani, lib. 1, cap. 45.

Anno di CRISTO MCCCL. Indizione III.

CLEMENTE VI papa 9.

CARLO IV re de' Romani 5.

Gran celebrità diede all'anno presente il giubileo istituito in Roma

da papa _Clemente VI_[1482], il quale per le istanze de' popoli,

e massimamente de' Romani, ridusse a cinquant'anni questa piissima

funzione, adducendo tutti che troppo lungo era Io spazio di cento anni

decretato da papa _Bonifazio VIII_, perchè resterebbe da questo pio

vantaggio esclusa almeno un'intera generazion di cristiani. L'avere

il papa nell'anno precedente intimata a tutti i popoli cristiani la

concessione di tanta indulgenza e perdono, fece muovere un'infinità

di gente alla volta di Roma; e stimolo grande s'accrebbe alla lor

divozione dal terribil ceffo della morte, che per cagion della

pestilenza si era lasciato vedere per tutto, o quasi per tutte le

Provincie cristiane ne' tre anni precedenti, e tuttavia durava in

qualche paese. Maraviglia fu il vedere l'immensa quantità di gente

che da tutte le parti della cristianità concorse a questo perdono.

Piene continuamente erano le strade maestre dell'Italia di viandanti,

come nelle fiere[1483]; e Matteo Villani calcolò che in Roma, durante

la quaresima, si contasse (se pure è credibile) un milione e ducento

mila pellegrini: di modo che troppo superiore fu il concorso di questa

volta in paragone dell'altro dell'anno 1300. Tutta, per così dire, Roma

era un'osteria, e la divozione altrui mirabilmente servì all'avidità

de' Romani, che ricavarono tesori da tanta gente, guadagnando anche

sfoggiatamente per la carezza degli alloggi e de' viveri, senza volere

che i forestieri ne conducessero, per assorbir essi tutto il guadagno.

E perciocchè questo loro ingordo contegno produsse talvolta mancanza

di vettovaglia, ne nacquero tumulti, e il _cardinale Annibaldo_ da

_Ceccano_ legato apostolico corse dei pericoli[1484]. Questi poi,

prima che compiesse l'anno presente, attossicato con assai di sua

famiglia, cessò di vivere. De' tanti tesori che colarono in questa

congiuntura nelle chiese di Roma, l'una parte toccò alle chiese

medesime, e l'altra al papa, il quale impiegò poi questo danaro in

raunar milizie per far guerra in Romagna. Conte di quella provincia

era _Astorgio di Duraforte_; e trovando egli tutte le città occupate

da' signori che nella storia ecclesiastica son chiamati tiranni, si

mise in cuore di ricuperar tutto il paese. Per questo fine richiese

d'aiuto i principi di Lombardia e i comuni di Toscana, accompagnando le

richieste sue con premurose lettere del papa. L'_arcivescovo di Milano_

gl'inviò cinquecento barbute. _Mastino dalla Scala_, i _Pepoli_ signori

di Bologna ed _Obizzo Estense_ signor di Ferrara e Modena gliene

mandarono a proporzione. Non si vollero incomodare per lui i Toscani.

La prima impresa, che tentò questo ministro pontificio, fu contra di

Faenza, signoreggiata allora da _Giovanni de' Manfredi_, che dianzi ne

avea cacciate le genti del conte[1485]. Nel dì 16 di maggio imprese

l'assedio del castello di Solaruolo. Il Manfredi, che avea preveduto

il colpo, vi aveva introdotta una buona guarnigione, e questa fece

gagliarda difesa sino al dì 6, oppure 8 di luglio, in cui succedette

una strepitosa novità. Trattava _Giovanni de' Pepoli_ d'aggiustamento

fra il conte della Romagna e Giovanni Manfredi, per far rendere alla

Chiesa Faenza. Mostrò il conte desiderio di abboccarsi col Pepoli prima

di conchiudere il trattato; e il Pepoli, benchè contro il parere di

_Jacopo_ suo fratello, che doveva essere più accorto di lui, andò a

trovarlo nel campo di Solaruolo. Fu ricevuto con gran festa; ma andò

questa a terminare in suo grave affanno, perchè fu fatto prigione con

un suo nipote figliuolo di Jacopo: ducento cavalieri da lui mandati

in aiuto del conte furono anche essi presi, rubati di tutto e ritenuti

prigioni. Il Manfredi e _Francesco degli Ordelaffi_ signore di Forlì,

per resistere al conte Astorgio, aveano preso al lor soldo il _duca

Guarnieri_ condottiere di cinquecento barbute tedesche, il quale si era

partito dal regno di Napoli, siccome dicemmo. Fece correr voce il conte

ch'esso duca, per trattato di Giovanni de' Pepoli, era venuto a Faenza,

e per questo egli avea fatto mettere le mani addosso al Pepoli. Se ciò

sussistesse, nol so dire: ben so che questa prigionia fu universalmente

tenuta per un gran tradimento, e che in que' tempi i ministri inviati

dal papa in Italia furono per lo più in concetto d'uomini di poca

lealtà e capaci di tutto, ma spezialmente attenti ad empiere le loro

borse. Abbiamo dalla Cronica Estense che nel precedente giugno avea lo

stesso conte della Romagna tenuto dei trattati segreti, con promessa

di trenta mila fiorini d'oro ai traditori, per far uccidere Giovanni e

Jacopo dei Pepoli; ma, scoperta la trama, ebbe fine colla morte di due

nobili bolognesi. Condotto _Giovanni de' Pepoli_ nelle carceri d'Imola,

gli fu proposto, se amava la libertà, di cedere Bologna all'armi

del papa: al che si mostrò egli o fintamente o veramente disposto,

e cominciò a scriverne a Jacopo suo fratello. Intanto il conte

s'impadronì di Castello San Pietro; ma perciocchè le sue soldatesche,

per ritardo di paghe, si ammutinarono, pretendendo settanta mila

fiorini d'oro, il conte, non avendo altro ripiego, mise in lor mano

Giovanni de' Pepoli per pegno, con tassare il di lui riscatto ottanta

mila fiorini d'oro. Oltre a ciò, lasciò loro in guardia Castello San

Pietro, ed accrebbe poi le ostilità contra Bologna. Fece allora _Jacopo

de' Pepoli_ venire il _duca Guarnieri_ con sua gente per difesa della

città, e ricorse ancora per aiuto a _Giovanni Visconte arcivescovo_ e

signor di Milano. Bella occasione di pescar nel torbido parve questa

al Visconte, personaggio pieno d'ambizione e di vaste idee non meno del

fu suo fratello Luchino. Anch'egli perciò mandò un corpo di cavalleria

in rinforzo ai Pepoli. Gliene spedì eziandio _Ugolino Gonzaga_, e vi

andò in persona _Malatesta_ signor di Rimini con assai gente: stomacati

tutti del tradimento fatto dal ministro papale a Giovanni de' Pepoli.

Per lo contrario, _Mastino dalla Scala_, ricordevole che i Pepoli erano

stati in lega coi Gonzaghi contra di lui, inviò nuova gente in sussidio

del conte della Romagna.

Trovandosi intanto Giovanni de' Pepoli in ostaggio de' soldati

pontificii, venne ad un accordo, promettendo loro venti mila fiorini

d'oro di presente, e il resto per tutto il dì 6 di settembre; e se

ciò non eseguiva, di tornar nelle loro forze, con dare intanto per

ostaggi i suoi figliuoli. Ebbero esecuzione i patti, ed egli rimesso

in libertà, giacchè gli andò a vuoto un trattato di sorprendere

il conte della Romagna, nel dì 9 di settembre cavalcò a Milano per

trattare con Giovanni Visconte de' suoi affari. Trovavansi questi in

male stato, perchè forze non c'erano per resistere alla guerra mossa

dal conte di Romagna, e mancava la pecunia per riscattare i figliuoli.

Parte dunque per necessità, e parte per vendicarsi del medesimo conte,

segretamente vendè la città di Bologna all'arcivescovo Visconte per

ducento mila fiorini, secondo Matteo Villani[1486]; laonde il Visconte

spedì tosto a Bologna i due nipoti _Bernabò_ e _Galeazzo_ con gran

gente d'armi come ausiliarii de' Pepoli. Allorchè essi Pepoli si

avvisarono d'essere assai forti per poter eseguire il contratto[1487]

fecero eleggere signor di Bologna _Giovanni Visconte_ nel dì 25

d'ottobre, ma con rabbia e dispetto de' migliori e del popolo tutto,

che andava gridando per le strade: _Noi non vogliamo essere venduti_.

Tuttavia bisognò prendere il giogo. Era ne' tempi addietro Bologna

considerata, non come una città, ma come una provincia: tanto lungi

si stendeva il suo distretto, e tanta era la copia degli scolari, i

quali talvolta arrivarono al numero di tredici mila. L'acquisto fattone

dall'arcivescovo di Milano fu un principio di grandi sciagure per

essa città, sì perchè il popolo guelfo di fazione non sapea sofferire

il giogo dei Ghibellini, e sì perchè di ciò s'ingelosirono forte i

Fiorentini ed altri principi di Lombardia, conoscendo abbastanza la

sfrenata avidità del Biscione: che così si cominciò a soprannominar

la casa dei Visconti per cagione della vipera, ossia del serpente

dell'armi sue gentilizie. Nei patti suddetti Jacopo de' Pepoli si

riserbò la signoria di San Giovanni in Persiceto e di Sant'Agata, e

Giovanni quella di Crevalcuore e Nonantola: il che maggiormente accese

l'odio de' Bolognesi contra dei Pepoli.

Fu in quest'anno[1488] che _Giovanni Visconte_, per meglio stabilire la

sua casa, procurò a _Bernabò_ suo nipote in moglie _Regina_ figliuola

di _Mastino_, e all'altro suo nipote Galeazzo _Bianca_ sorella di

_Amedeo VI conte_ di Savoia. Sul fine di settembre in Verona fu sposata

Regina, e alla nobil funzione intervennero _Obizzo marchese_ d'Este e

_Jacopo da Carrara_ signor di Padova, i quali, secondo l'uso di que'

tempi, non dimenticarono di fare degli splendidi regali alla sposa.

Celebraronsi poscia con pompa maggiore in Milano nel giorno medesimo le

nozze di amendue, e quelle ancora di _Ambrosio_ figliuolo di _Lodrisio

Visconte_. Successivamente nel mese di novembre _Can Grande dalla

Scala_ figliuolo di Mastino prese per moglie _Isabella_ figliuola del

già _Lodovico il Bavaro_, e sorella del _marchese di Brandeburgo_.

Corte bandita e gran solennità fu fatta in Verona per questa occasione

Nell'anno presente[1489] _Lodovico degli Ordelaffi_ s'impadronì di

Bertinoro, e _Francesco degli Ordelaffi_ occupò Meldola. Erano essi

collegati coi _Manfredi_ di Faenza contro al conte di Romagna. Guerra

in questi tempi bolliva tra il patriarca di Aquileia _Beltrando_,

Guascone di patria, prelato di grandi virtù, e il _conte di Gorizia_,

con cui si erano uniti molti castellani del Friuli ribelli del

patriarca[1490]. Mentre con ducento uomini d'armi era esso patriarca in

viaggio verso Udine, fu colto da' nemici; nè solamente andò sconfitta

la sua gente, ma restò egli preso, e, trafitto da un colpo di spada,

vi lasciò miseramente la vita. Ciò pervenuto all'orecchio del duca

d'Austria, corse frettolosamente con poderosa copia di combattenti

nel Friuli, e si mise in possesso d'Aquileia, d'Udine e degli altri

luoghi, alla riserva di Sacile. Gran vendetta fu poi fatta di questo

esecrando misfatto. Avea fin qui con assai prudenza governata la città

di Padova _Jacopo da Carrara_, e s'era guadagnato l'amore del pubblico,

ma non già di Guglielmo bastardo da Carrara, che per li suoi cattivi

portamenti era sequestrato in Padova[1491]. Perchè costui non poteva

ottener la licenza d'andarsene a suo piacimento, talmente s'inviperì,

che nel dì 21 di dicembre, festa di san Tommaso, trovandosi con esso

solo in una camera, sfoderato un coltello, gli tagliò il ventre,

onde cadde morto a terra, Guglielmo dalle guardie fu messo in brani.

Universale fu il pianto de' cittadini per questa perdita; e perciocchè

non si trovava in città se non _Marsilio_ fanciullo, figliuolo di esso

Jacopo, fatto un gran concorso al palazzo, fu creduto bene di metterlo

a cavallo e di condurlo per la città, acciocchè si tenesse in quiete il

popolo, finchè venissero _Jacopino_ fratello e _Francesco_ primogenito

dell'ucciso signore, i quali venuti nel dì 22 del suddetto mese,

entrambi furono di comun concordia del popolo proclamati signori.

Terminò in quest'anno sul principio di gennaio o di febbraio i suoi

giorni _Giovanni da Murta_ doge di Genova, dopo aver con assai zelo

e prudenza governata quella repubblica[1492]. In luogo suo fu eletto

_Giovanni di Valente_. Ma in questo anno ebbe principio una nuova

guerra fra i Genovesi e i Veneziani, nazioni emule da gran tempo per

la mercatura che faceano in Levante. Erano i primi padroni di Gaffa

nella Crimea[1493], e pretendendo che i Veneziani non navigassero nel

mar Nero, ossia Maggiore, presero alcuni loro legni, e ne ritennero

la mercatanzia. Essendo riuscite vane le istanze fatte per via di

ambasciatori, affinchè restituissero il maltolto, adunarono i Veneziani

una flotta di trentacinque galee sotto il comando di Marco Ruzino. Con

questa avendo colte nel di 29 di agosto quattordici galee di mercatanti

genovesi ad Alcastri, cinque ne presero, e all'altre fu messo fuoco

da' Genovesi medesimi; oppure, secondo lo Stella, dieci vennero alle

loro mani, e quattro si salvarono a Scio. Più di mille prigioni furono

condotti a Negroponte. Ecco dunque dichiarata la guerra fra queste

due nazioni, sì potenti allora in mare. Diede essa motivo dipoi a'

Veneziani di collegarsi col _re di Aragona_, nemico anch'esso de'

Genovesi; e di queste maledette divisioni e rivalità de' cristiani

seppero ben profittare allora i Turchi con istendere la loro potenza

nell'Asia. Benchè sembrassero gli affari del re d'Ungheria in assai

buono stato dopo la rotta data ai Napoletani, pure cangiarono presto

faccia per l'infedeltà ed ingordigia de' Tedeschi, comandati dal _duca

Guarnieri_. Cominciarono essi a tumultuare in Aversa per cagion delle

paghe che non correvano[1494]. _Stefano vaivoda di Transilvania_,

generale dell'armata unghera, tentò di placarli col dar loro nelle

mani i baroni napoletani prigioni, acciocchè col riscatto di essi

si rimborsassero. Racconta il Gravina che que' crudi masnadieri,

per indurre essi nobili a pagare cento mila fiorini d'oro, con varii

tormenti li ridussero quasi a morte: laonde promisero di pagare quella

somma, che Matteo Villani fa ascendere fino a ducento mila fiorini.

Ma neppur questo bastando al compimento delle paghe da loro pretese,

si scoprì una risoluzione da lor fatta di far prigione lo stesso

vaivoda. Perlochè il vaivoda una notte con tutti i suoi Ungheri se ne

andò alla volta di Manfredonia. Rimasti i Tedeschi padroni d'Aversa e

d'altri luoghi, trattarono una tregua col _re Luigi_ e coi Napoletani,

ricavandone cento mila fiorini d'oro. Cento altri mila furono loro

promessi, se cedevano Aversa, Capoa ed altri luoghi ad esso re Luigi.

Ma in fine costoro, non avendo più sussistenza di viveri, si ritirarono

da Aversa, e la depositarono in mano del cardinal di Ceccano[1495].

Il duca Guarnieri con settecento cavalieri, siccome dicemmo, venne

dipoi a Forlì e Bologna, dove prese soldo. Corrado Lupo con altri

Tedeschi si acconciò di nuovo ai servigi del vaivoda. Avendo poscia

il re Luigi ripigliato Aversa, e fortificatala, parevano risorti i

di lui affari, quando eccoti _Lodovico re_ d'Ungheria, che con gran

gente, mosso dalle sue contrade, viene a sbarcare in Manfredonia.

Unite insieme le sue forze in Baroli, si trovò che ascendevano a quasi

quattordici mila Ungheri a cavallo ed otto mila Tedeschi parimente

cavalieri, e a quattro mila fanti lombardi. Il Villani, forse con più

fondamento, la fa minore di qualche migliaio. Conquistò Bari, Bitonto,

Baroli, Canosa, Melfi, Matalona, Trani ed altre terre. I Salernitani

gli aprirono le porte: in una parola venne alle di lui mani, fuorchè

Aversa e Napoli, tutta la Terra di Lavoro. Lungo tempo si trattenne

dipoi il re d'Ungheria all'assedio di Aversa, nè, per quanti assalti

desse alla terra con gran perdita di sua gente, potè vincerla. L'ebbe

in fine per trattato da quei cittadini. Ma intanto papa _Clemente

VI_ non intermetteva diligenza alcuna per mettere fine a questo fiero

sconvolgimento del regno di Napoli, facendo proporre, per mezzo di due

cardinali, tregua o pace. Il re d'Ungheria, che gran voglia avea di

ritornarsene al suo paese, vi diede orecchio; molto più il _re Luigi_ e

_la regina Giovanna_ sua moglie, che erano giunti al verde, nè sapeano

più come sostenersi. Fu dunque rimessa al pontefice la cognizion della

differenza, con che intanto i due re e Giovanna uscissero del regno.

Se si trovava colpevole la regina della morte del _duca Andrea_, dovea

perdere il regno, e questo darsi al re unghero; se innocente, avea

da tornarne in possesso, e pagare al re unghero per le spese della

guerra trecento mila fiorini d'oro. Venne il re d'Ungheria per sua

divozione a Roma, e poscia si ridusse ai suoi stati d'Ungheria. La

sentenza della corte pontificia in fine fu favorevole alla _regina

Giovanna_, come ogni saggio ben prevedeva; e il re di Ungheria per

sua magnanimità neppur volle o pretese i trecento mila fiorini, che

gli si doveano secondo i patti. In quest'anno _Benedetto di Buonconte

de' Monaldeschi_, dopo avere ucciso due de' suoi consorti, si fece

signore d'Orvieto. _Giovanni de' Gabrielli_ anch'egli prese la signoria

di Gubbio; e perciocchè i Perugini andarono all'assedio di quella

città, il tiranno chiamò in suo aiuto _Bernabò Visconte_, che per

l'arcivescovo suo zio vi mandò un rinforzo di cavalleria, e in questa

guisa si difese.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 98 / 216 题