NOTE:

[1422] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1423] Chron. Estense, tom. 15 Rer Italic. Giovanni Villani, lib. 11,

cap. 84.

[1424] Albert. Argentin., Chron. Rebdorf., Annal.

[1425] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1426] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 98.

[1427] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1428] Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.

[1429] Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital., tom. 3.

[1430] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. eod.

[1431] Petrarca, Rime.

[1432] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 89. Johan. de Bazano, tom. 15

Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1433] Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni

Villani, lib. 12, cap. 88.

[1434] Johan. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. eodem.

Giovanni Villani, lib. 12, cap. 106.

[1435] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1436] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6. Chron. Estense, tom. 15 Rer.

Ital.

[1437] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1438] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 12,

cap. 104.

[1439] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1440] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 118.

[1441] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1442] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer.

Ital.

Anno di CRISTO MCCCXLVIII. Indizione I.

CLEMENTE VI papa 7.

CARLO IV re de' Romani 3.

Di funestissima memoria fu e sarà sempre l'anno presente a cagion

della furiosa peste che spogliò l'Italia, e a cui altra simile dianzi

non si era veduta, nè si vide dappoi. Portata essa di Levante dalle

galee genovesi nell'anno precedente[1443], fece di molta strage in

Firenze ed altre terre di Toscana, e più in Bologna e nella Romagna,

in Provenza ed in altre parti. Parve che nel novembre cessasse questo

micidial malore; ma siccome i popoli d'allora viveano molto alla

spartana, senza usar diligenza per tenerlo lungi, e venuto ch'era, per

liberarsene: così tornò egli più rigoroso e feroce di prima nell'anno

presente ad assalir il più delle città dell'Italia, e fu inesplicabile

la mortalità della gente dappertutto, fuorchè in Milano e in Piemonte.

Matteo Villani attesta[1444] che in Firenze e nel suo distretto dei

cinque uomini di ogni sesso ed età ne morivano i tre e più. Fra gli

altri vi lasciò la vita _Giovanni Villani_ suo fratello, autore di una

celebre storia, di cui han profittato finora gli Annali presenti. In

Bologna[1445] delle tre parti del popolo due rimasero prive di vita;

ed Agniolo di Tura scrive[1446] che nella città e borghi di Siena vi

perirono ottanta mila persone: il che par troppo. Passò poi questo

flagello in Francia, Alemagna, Inghilterra ed altri paesi, lasciando

dappertutto una non mai più udita desolazione. Non v'ha scrittore che

non ne parli con incredibil orrore: ed allora fu che i popoli rimasti

in vita cominciarono ad usar qualche diligenza per guardarsi da lì

innanzi da questo morbo distruggitore delle città: la qual cautela è

maggiormente dipoi andata crescendo in guisa, che se la pestilenza

è entrata in qualche contrada d'Italia, non ha fatto progresso

nell'altre, come poco fa s'è provato in quella dell'infelice Messina, a

cui si son posti buoni argini che durano tuttavia. Per tali precauzioni

e rigori corrono già circa cento quattordici anni che la Lombardia

non ha provata la terribile sferza di quel malore. Eransi postate al

fiume Volturno verso Capua le milizie della regina Giovanna[1447],

per contrastare il passo al re d'Ungheria, sotto il comando di _Luigi

principe_ di Taranto, e marito d'essa regina, che cogli altri Reali

era accorsa colà. Ma il re unghero, senza voler mettersi a passar

quivi il fiume, per la strada già tenuta dal _re Carlo I_ tirò alla

volta di Benevento, dove arrivò nel dì 11 di gennaio. Quivi, unito il

suo esercito, si trovò avere più di sei mila cavalli e un'infinità di

fanti; e concorsero a fargli riverenza ed omaggio tutti i baroni del

paese e gli ambasciatori di Napoli. A questo avviso i Reali, che erano

a Capoa, abbandonato Luigi principe di Taranto, si ritirarono a Napoli.

La stessa _regina Giovanna_, che s'era ridotta in un de' castelli,

udendo che già l'Unghero s'inviava a quella volta, nascostamente una

notte[1448], con quel poco tesoro che potè raunare, s'imbarcò in una

preparata galea, e fece dirizzar la prora verso Provenza. Arrivò poscia

il principe suo marito, ed anch'egli con Niccolò Acciaiuoli Fiorentino,

suo fidato consigliere, preso un picciolo legno, andò a sbarcare

nella Maremma di Siena. Giunse il re Lodovico nel dì 17 di gennaio ad

Aversa[1449]. Colà tutta la nobiltà di Napoli fu a fargli riverenza.

In un fiero imbroglio si trovarono allora i principi reali, egualmente

apprendendo il fuggire che il presentarsi al re. Furono assicurati con

salvocondotto, purchè non avessero tenuta mano all'assassinio del _duca

Andrea_. Pertanto vennero ad Aversa _Carlo duca_ di Durazzo, _Luigi_

e _Roberto_ fratelli, e _Roberto_ e _Filippo_ principi di Taranto,

fratelli di _Lodovico_ marito della regina Giovanna. Furono accolti con

allegrezza ed onore, e desinarono nella sala, dove era anche la tavola

del re.

Dopo il desinare, messa il re in armi tutta la sua gente, mostrando

di voler cavalcare a Napoli, volle vedere il verone, onde fu gittato

nel giardino il corpo dello strangolalo suo fratello. Quivi rivolto

al _duca di Durazzo_, l'accusò di quel misfatto, e dicono che il

convinse con lettere; e quantunque il duca si scusasse ed implorasse

misericordia[1450], gli Ungheri se gli avventarono addosso, e, feritolo

di più colpi, lo stesero morto a terra, e dipoi nel giardino medesimo

lanciarono il corpo suo. Gli altri Reali furono presi, messi nel

castello d'Aversa, e poscia con buona scorta inviati in Ungheria,

dove gran tempo dimorarono carcerati. Gran dire che vi fu per questa

barbarica giustizia. Molti la biasimarono, perchè fatta senza ordine

giudiciario, e perchè esso Carlo duca di Durazzo, oltre all'essere il

più compiuto e valoroso di quei principi, veniva creduto innocente;

altri poi giudicarono ben dovuta ai peccati di lui e degli altri Reali

la morte e prigionia suddetta. Entrò poscia il re Lodovico in Napoli,

ma senza volere il baldacchino preparatogli, e vestito di tutte armi

colla barbuta in capo, attendendo dipoi a far processi, a mutar gli

uffizii e a riformar la città, come a lui piacque. Avea la regina

Giovanna partorito un figliuolo, per nome _Carlo Martello_, creduto,

secondo le presunzioni, figliuolo del fu suo marito Andrea. Il re,

fattoselo condurre davanti, graziosamente il vide, e creollo duca di

Calabria, ma poi coi Reali prigioni l'inviò in Ungheria, acciocchè

fosse ivi educato. Fece poi istanze alla corte pontificia per ottener

la corona ed investitura di Napoli; ma _papa Clemente VI_ se ne mostrò

ben alieno, adducendo che non era provato per anche alcun reato nella

regina Giovanna; e che in ogni caso il regno era dovuto al fanciullo

Carlo Martello, con altre ragioni pubblicate dal Rinaldi[1451]. Tentò

parimente il re unghero d'impetrare l'investitura della Sicilia, e su

questo ancora riportò una bella negativa dal papa. Non si può negare,

molta fu la felicità del re Lodovico in conquistare un sì bel regno

in sì pochi giorni e senza colpo di spada; ma uguale non fu già la

prudenza di lui. Si pensò egli d'aver fatto tutto, dacchè niuno vi era

in quel regno che ricalcitrasse, e non gli avesse prestato omaggio;

nè si avvisò che più difficile era il conservare che l'acquistare

un paese, dove l'instabilità dei popoli e il desio continuo di cose

nuove sono malattie abituali di quelle contrade. Però licenziò tosto

buona parte dell'esercito suo; e perciocchè la pestilenza entrata in

quel regno vi facea gran macello[1452], non fidandosi egli di stare

in mezzo a sì fatti pericoli, determinò di ritornarsene in Ungheria.

Appena dunque passati quattro mesi dopo l'arrivo suo andò ad imbarcarsi

a Barletta, con aver deputato per suo vicario Corrado Lupo con altri

uffiziali e gente che governasse e difendesse il regno. Lasciò il re

mal soddisfatti i baroni napoletani colle sue asprezze e coll'aver

tolto a moltissimi i loro lucrosi uffizii. Si aggiunse il duro comando

e procedere dei ministri di lui, giacchè gli Ungheri ne' lor costumi

allora spiravano troppa barbarie, benchè Matteo Villani asserisca[1453]

che facevano buona giustizia, nè recavano danno o villania ad alcuno.

Comunque sia, si risvegliò ben tosto in quella nobiltà e in molti il

desiderio di riavere la _regina Giovanna_, sotto il cui governo, e

colle corti di tanti Reali, l'allegria e l'opulenza mai non mancavano

a quella insigne metropoli. Ne corsero le voci, e ne andarono anche gli

inviti alla regina medesima in Provenza.

Ora è da sapere che questa principessa giunta che fu in Provenza,

perchè insorse sospetto ch'ella era per vendere quella provincia ai

Franzesi, fu detenuta come prigione da que' maggiorenti, e specialmente

dai signori del Balzo. In questo mentre _Lodovico principe_ di Taranto

suo marito, senza che gli fosse permesso di entrare in Firenze,

s'imbarcò a Porto Pisano[1454], e, non osando di metter piede in

Provenza, andò con Niccolò Acciaiuoli per altra via ad Avignone.

Quivi per mezzo del papa tanto si adoperò che fu rimessa in libertà

la regina. Ricevuta questa qual sovrana in quella città, dopo aver

guadagnati in suo favore i voti della corte pontificia, la quale

convalidò colla dispensa il contratto matrimonio, impiegò da lì innanzi

tutti i suoi pensieri per la ricupera del regno di Napoli. Le mancava

il più importante mezzo, cioè il danaro; si trovò in necessità di

vendere al papa e alla Chiesa romana la stessa città d'Avignone col suo

distretto[1455], per cui nondimeno ricavò, se è vero, solamente trenta

mila fiorini d'oro: il che pare piuttosto un prestito o un dono, che

una vendita di sì nobil città con ampio territorio. E perchè quella

città era feudo dell'imperio, siccome parte del regno arelatense, non

durò gran fatica papa _Clemente VI_ ad impetrare da _Carlo IV_ sua

creatura la cession di tutte le ragioni imperiali su quella città, di

modo che essa restò ed è tuttavia della santa Sede apostolica. Leggesi

lo strumento di tal vendita dato alla luce dal Leibnizio[1456], e

fatto non già nell'anno 1358, come per errore è ivi scritto, ma bensì

nell'anno presente 1348. In ricompensa di questo contratto diede il

papa a Luigi marito di Giovanna il titolo di re.

Cotanto ancora esso Luigi e la regina sua moglie andarono limosinando

dagli amici e dai sudditi, che unirono danaro da poter noleggiare dieci

galee genovesi al loro servigio. E perciocchè Niccolò Acciaiuoli,

spedito innanzi da essi, fece lor sapere d'aver ben disposti gli

affari e gli animi de' baroni, e che avea preso al suo soldo il _duca

Guarnieri_ capo di mille e ducento barbute tedesche, cioè cavalieri;

s'imbarcarono senza perdere tempo in Marsilia nelle galee genovesi,

ed arrivati sul fine d'agosto a Napoli, con grande onore vi fecero la

loro entrata. Ma i castelli d'essa città erano tuttavia in mano degli

Ungheri, e convenne farne dipoi l'assedio. Abbiamo parlato all'anno

1342 del poco fa mentovato duca Guarnieri, e della sua compagnia.

Questa si sciolse allora, ma egli colle reliquie di essa passò dipoi

a' servigi del re d'Ungheria. Appena si trovò egli cassato di nuovo

da esso re, che si diede a formare un'altra non men possente compagnia

di quelle genti d'arme che non aveano più servigio. Venuto con questi

masnadieri in Campagna di Roma, cominciò a saccheggiare quelle terre

e castella che non si voleano riscattar col danaro[1457]. Perchè il

popolo di Anagni si animò a difendere la terra, con disegno di non

pagar tributo a quella mala gente, infuriati coloro con un generale

assalto entrarono per forza in quella città, e, messi a filo di spada

gli abitanti di ogni sesso, lasciarono quivi un orrido spettacolo

della crudeltà degli uomini, più fieri talvolta delle fiere stesse.

Siccome già accennai, benchè fosse preceduto qualche esempio di simili

compagnie di assassini, pure questo duca Guarnieri fu considerato in

questi tempi come principal autore e promotor delle medesime.

Abbiamo dalla Cronica Estense che nel mese di aprile l'esercito di

_Luchino Visconte_ andò sul Genovesato ad assediare non so quai luoghi.

Secondo il Corio[1458], s'impadronì di Gavi e di Voltabio; ma Pietro

Azario aggiugne[1459] che Luchino, voglioso di sottomettere la città

di Genova al suo dominio, fece lega coi fuorusciti, cioè coi Doria,

Spinoli, Fieschi e Grimaldi, e spedì un grosso esercito allo assedio

di quella città sotto il comando di _Bruzio_ suo figliuolo bastardo,

e di Rinaldo degli Assandri di Mantova; e che sarebbe passata male

per quella città, se la morte di Luchino, di cui parleremo all'anno

seguente, non avesse interrotta quell'impresa. Giorgio Stella,

storico genovese, sotto questi tempi si fa conoscere mancante di

notizie intorno alla sua patria. Costume fu di Luchino di valersi

dei collegati, finchè servivano ad ingrandirlo; poscia non gli era

difficile il trovar motivi, o pretesti per volgere l'armi anche contra

di loro. _Giovanni marchese_ dì Monferrato gli avea fatto ottenere

Alba, Tortona ed altri luoghi; ma perciocchè anche egli, senza

dimenticare i proprii affari, avea ricuperato quasi tutte le terre del

suo marchesato, perdute per la mala condotta del _marchese Teodoro_ suo

padre, anzi era dietro a stendere più oltre le sue conquiste, Luchino

se ne ingelosì, e cominciò a mostrar del freddo verso di lui. Perciò il

marchese un dì, inaspettatamente si fuggì da Milano a Pavia, lasciando

indietro tutti i suoi famigli ed arnesi; e corse voce che, se tardava a

farlo, correva pericolo di qualche grave disgrazia. Si è veduto[1460]

che ancora i _Gonzaghi_, signori di Mantova e di Reggio, dianzi

erano tutti suoi, e principali autori furono di fargli conseguire il

dominio di Parma. Noi li troviamo nel presente anno non solo caduti

dalla sua grazia, ma eziandio assaliti quai nemici. Per ordine di lui

nel giorno 24 di maggio i sindaci e trombetti delle città di Brescia

e Cremona comparvero nella piazza di Mantova, facendo istanza che i

Gonzaghi restituissero alcune castella, appartenenti in addietro a

quelle comunità, con tutte le rendite percette dal dì dell'occupazione,

altrimenti intimavano loro la guerra. Perchè i Gonzaghi non si

sentirono voglia di restituirle, Luchino mosse l'armi contra di loro,

prese Casal Maggiore, Sabioneta, Piadena, Asolo, Montechiaro ed altre

fortezze, e il suo esercito passò sotto Borgoforte.

Nel medesimo tempo _Mastino dalla Scala_ colle sue genti dall'una

parte, ed _Obizzo marchese_ d'Este colle sue dall'altra, marciarono

ai danni de' Mantovani. _Filippino da Gonzaga_[1461], che era ito con

cento barbute e ducento fanti a Napoli in servigio del re d'Ungheria,

tornato che fu a casa, unita quanta milizia potè, nel di 30 di

settembre andò improvvisamente a visitar l'esercito di Luchino ch'era

sotto Borgoforte[1462]; e, trovatolo senz'ordine, lo mise facilmente

in rotta: il che fu cagione che anche le milizie dello Scaligero e

dello Estense con gran fretta si ritirassero, lasciando indietro molti

de' loro arnesi. Se si ha qui da credere al Corio[1463], riuscì ai

maneggi del suddetto Luchino che in questo anno papa _Clemente VI_

dichiarasse _Bernabò_ e _Galeazzo Visconti_, nipoti odiati e banditi

da esso Luchino, sospetti nella fede, spergiuri e detestandi, e che non

potessero contrarre matrimonio, nè godessero morendo dell'ecclesiastica

sepoltura: della qual nefanda dichiarazione appellarono quei due

fratelli all'imperadore. Se ciò è vero, non andò senza vergogna la

corte pontificia, con lasciarsi così travolgere dai privati odii di

Luchino; ma più sicuro è il sospendere la credenza di un tal fatto,

giacchè non se ne truova vestigio negli antichi storici. La fortuna

fu in quest'anno propizia alla casa de' Malatesti[1464]; imperciocchè

nel mese di maggio _Galeotto_, col consentimento dei cittadini, ebbe

il dominio della città d'Ascoli. Ma nelle storie napoletane altrimenti

si parla di questa città. _Malatesta_ anch'egli con esso Galeotto

suo fratello[1465] sconfisse nel dì 14 di novembre in un'imboscata

l'esercito di _Gentile da Mogliano_ signore di Fermo, ed ebbero

prigione lui stesso; e, se volle ricuperar la libertà, gli convenne

accordar loro quel che richiesero. Poscia nel dì 6 di dicembre,

invitato, esso Malatesta da alcuni cittadini d'Ancona, s'impadronì

amichevolmente dell'una parte di quella città, e colla forza

dell'altra. Capo d'Istria si ribellò ai Veneziani[1466], ma accorsi

questi con gagliarde forze, ricuperarono quella città colla prigionia

degli autori della sedizione. Tolta fu a _Carlo IV_ la città di

Trento, e data al _marchese di Brandeburgo_ figliuolo di _Lodovico_ il

_Bavaro_. Ma questo fatto in altre Croniche è raccontato sotto l'anno

seguente.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 96 / 216 题