NOTE:

[1411] Albertus Argent., Chron.

[1412] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 66.

[1413] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Johannes de Baiano, Chron.

Mutinens., tom. eod.

[1414] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1415] Chron. Estense.

[1416] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1417] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1418] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1419] Petrus Azarius, Chron., cap. 9, tom. 16 Rer. Italic.

[1420] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1421] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 73.

Anno di CRISTO MCCCXLVII. Indiz. XV.

CLEMENTE VI papa 6.

CARLO IV re de' Romani 2.

Divenuto già re de' Romani e re di Boemia _Carlo_ figliuolo del fu

_re Giovanni_, perchè pretendeva il contado del Tirolo, che gli

era contrastato da _Lodovico il Bavaro_ e da _Lodovico marchese_

di Brandeburgo suo figliuolo, venne in abito di pellegrino a Trento

con isperanza di ridurre alla sua ubbidienza quel paese[1423]. Non

gli mancò d'assistenza papa _Clemente VI_, perciocchè mosse con

premurose lettere _Luchino Visconte, Mastino dalla Scala_, il patriarca

d'Aquileia e i signori di Mantova a prestargli aiuto; ed ognuno in

fatti spedì colà un gagliardo rinforzo di cavalleria e fanteria. Se

gli diede il popolo di Trento, ed egli nel dì 27 di marzo assistè alla

messa in quel duomo in abito imperiale. Impadronissi ancora di Feltro

e di Belluno. Essendo poi passato all'assedio di Marano nel Tirolo,

eccoli sopravvenire il marchese di Brandeburgo con forze superiori di

armati, che gli diede una rotta, e il fece fuggire a Trento. Ma si mutò

in questo anno faccia alle cose; imperciocchè trovandosi _Lodovico

il Bavaro_ alla caccia nel dì 11 di ottobre[1424], sorpreso da un

colpo d'apoplessia e caduto da cavallo, spirò l'anima sua. V'ha chi

dice esser egli morto con segni di penitenza, lo niegano altri; ma è

fuor di dubbio che da niun sacerdote ebbe l'assoluzion de' peccati

e delle censure[1425], portando al mondo di là una pesante soma di

colpe principesche e private. La morte sua fu la vita di _Carlo IV

re_ dei Romani, perchè i suoi affari cominciarono immediatamente

a prosperare, con riconoscerlo per re molti principi e non poche

città della Germania, quantunque non mancassero altri che passarono

all'elezione di _Odoardo re_ d'Inghilterra, poi di _Federigo marchese_

di Misnia, e poi di _Guntero conte_ di Suarzemburgo. Con danari seppe

il re Carlo indurre i due ultimi a non accettare, o a rinunziare

l'esibita corona. Per lo contrario, in Italia si aprì un nuovo teatro

di calamità a cagione di _Lodovico re_ d'Ungheria, ansante di vendicar

la morte ignominiosa del fratello _Andrea_, ma più di conquistare il

regno di Napoli, al qual fine determinò di passare egli in persona in

Italia. Spedì innanzi i suoi ambasciatori, per aver libero il passo

da' principi italiani; e questi, giunti a Ferrara nel dì 24 d'aprile,

ebbero buon accoglimento dal _marchese Obizzo_ d'Este. Continuato

poscia il lor viaggio, arrivarono ai confini del regno, e cominciarono

dei maneggi per muovere a ribellione que' popoli. Certo è che, a

papa _Clemente VI_ non piaceva che un sì potente principe venisse a

piantar il piede nel regno di Napoli. Oltre di che, a cagione del suo

soggiorno in Provenza, terra della _regina Giovanna_, pendeva più a

favorir questa che quello. Intanto essa regina nel dì 20 d'agosto sposò

_Luigi principe_ di Taranto, uno de' Reali[1426]: matrimonio in que'

tempi disapprovato dagli zelanti cristiani. Alcuni credono ch'ella fin

d'allora ne ottenesse la dispensa dal pontefice. Il Rinaldi meritamente

la riferisce all'anno seguente. Accordossi ancora la regina Giovanna

con _Lodovico re di Sicilia_, cedendo ad ogni pretensione sua sopra

quell'isola, con patto che egli, in occasione di guerra, dovesse

mantenere al di lei servigio quindici galee. Mancò ad un tale accordo

l'approvazione del papa, diretto padrone della Sicilia.

Gran voglia aveva _Isabella del Fiesco_, moglie di _Luchino Visconte_,

di veder la rara e magnifica città di Venezia. Però pubblicò in

quest'anno un voto da lei fatto, allorchè fu per partorire nell'anno

addietro i due suoi gemelli, di visitare la basilica di San Marco

in quella città. L'addolciato marito non potè negarle il contento

di adempiere così santa divozione, e le formò uno splendidissimo

corteggio della primaria nobiltà delle sue città. Nella Cronica

Estense[1427] si veggono annoverati tutti i nobili scelti da Milano,

Tortona, Alessandria, Cremona, Brescia, Vercelli, Lodi, Novara,

Asti, Como, Bergamo, Piacenza e Parma, ed anche da Pavia, siccome

ancora le nobili donne destinate ad accompagnarla, oltre ai paggi,

staffieri e alla prodigiosa minor famiglia[1428]. Per una regina non

si poteva far di più. Si mosse ella da Milano nel giorno 29 d'aprile,

e grandi onori ricevè in Verona da _Alberto_ e _Mastino dalla Scala_;

grandi in Padova da _Jacopo da Carrara_; maggiori poi in Venezia da

quella splendida repubblica. Soddisfatto che ebbe in Venezia alla sua

divozione, e veduta la celebre funzione dell'Ascensione, se ne tornò

per Padova, Verona e Mantova a Milano. Dove andasse poi a terminare

questo sì divoto pellegrinaggio, non istaremo molto a vederlo. Una

scena curiosa, cominciata nell'anno addietro in Roma, maggiore comparsa

fece nel presente[1429]. Per la lontananza de' papi era divenuta quella

mirabil metropoli un bosco d'ingiustizia; ognun facea a suo modo;

discordi erano i due senatori, l'uno di casa Colonna, e l'altro di casa

Orsina, con due diverse fazioni; le entrate del papa e del pubblico

divorate; le strade piene di ladri, di modo che più non s'attentavano

i pellegrini di portarsi colà alla visita dei santi luoghi. Si alzò

su un giorno, e fece popolo un certo della feccia del volgo, cioè

Niccolò figliuolo di Lorenzo Tavernaro, appellato volgarmente _Cola

di Rienzo_, giunto col suo studio ad essere notaio. Costui era uomo

fantastico; dall'un canto facea la figura di eroe, dall'altro di pazzo.

Soprattutto gli stava bene la lingua in bocca. Tanto declamò contro ai

disordini di Roma e alle prepotenze de' grandi, che indusse di popolo

a consentirgli il titolo e la balìa di tribuno. Ciò gli bastò per

cacciare di Campidoglio i senatori, e per farsi signore di Roma[1430],

con intitolarsi pomposamente: _Nicola, severo e clemente, liberator

di Roma, zelante del bene dell'Italia, amatore del mondo e tribuno

augusto_. Formò poscia de' magistrati, mettendovi degli uomini di

merito; fece giustiziar varii capi di fazione, che mantenevano quantità

di masnadieri, e assassinavano alle strade; intimò il bando ai grandi,

che solevano farla da prepotenti, se non giuravano sommessione al buon

governo, di maniera che, fuggiti i malviventi, in breve mise in quiete

la città, e si potea portar per le strade l'oro in mano. Gli venne in

testa il capriccioso disegno non solamente di riformare Roma, ma di

rimettere anche in libertà l'Italia tutta, con formare una repubblica,

di cui fosse capo Roma, come fu ne' secoli antichi. Scrisse perciò

lettere di gran magniloquenza a tutti i principi e alle città italiane,

e trovò chi prestò fede ai suoi vanti. Spedì loro degli ambasciatori,

e rispose alle lettere dei principi con graziose esibizioni: cotanto

credito s'era egli acquistato col rigore della giustizia. I Perugini,

gli Aretini ed altri si diedero a lui. In somma chi facea plauso

a queste novità, e chi ne rideva. Da Francesco Petrarca, insigne

poeta d'allora, fra gli altri, fu scritta in sua lode una suntuosa

canzone[1431], che tuttavia si legge, credendosi egli che veramente

questo uomo avesse a risuscitar la gloria di Roma e dell'Italia. Ma

altro ci volea a così vasta impresa che un cervello sì irregolare e

mancante di forze. Perchè il popolo di Viterbo gli negava ubbidienza,

si mise Cola in ordine nell'anno presente, per far guerra a quella

città; e l'avrebbe fatta, se Giovanni da Vico prefetto e signor di

Viterbo non si fosse sottomesso con rendergli varie rocche. Andò poi

tanto innanzi la bestialità d'esso tribuno, che con gran solennità si

fece far cavaliere[1432], e si bagnò nella conca di porfido, dove i

secoli barbari s'immaginarono che fosse stato battezzato l'imperador

Costantino il Grande, e si fece coronar con varie corone. Poscia citò

_papa Clemente VI_ e i cardinali che venissero a Roma. Citò anche

_Lodovico il Bavaro_ non per anche defunto, e _Carlo di Boemia_,

e gli elettori a comparire e ad allegar le ragioni, per le quali

pretendevano allo imperio. Finora avea egli rispettato il papa; si

mise in fine sotto i piedi ogni riguardo anche verso di lui e de' suoi

ministri; e però non potè più stare alle mosse il vicario pontificio,

e proruppe in proteste, delle quali niun conto fu fatto, dicendo il

vanaglorioso Cola di far tutto per ordine dello Spirito Santo, del

quale pubblicamente s'intitolava _candidato_. Non potevano digerire i

Colonnesi, gli Orsini, i Savelli ed altri grandi romani tanto sprezzo,

o, per dir meglio, strapazzo che facea di loro il tribuno, giacchè

avea fatto imprigionarne i principali, ed annunziata loro anche la

morte; se non che si placò, e li rimise in libertà. Eglino dunque con

grosse squadre di cavalli e fanti nel dì 20 di quest'anno vennero alla

porta di San Lorenzo con disegno d'entrare in Roma, e d'insegnar le

creanze al tribuno. Ma egli, messo in armi il popolo, con tal empito

il fece uscire contra di loro, che li mise in isconfitta, colla morte

di _Stefano, Giovanni_ e _Pietro dalla Colonna_, e d'altri nobili e

di molti delle loro masnade. Salì per questo in alto la gloria e la

riputazione di Cola.

Era già riuscito ai ministri o partigiani di _Lodovico re_ d'Ungheria

di muovere a ribellione contra della _regina Giovanna_ l'Aquila, città

benchè nata a tempi di Federigo II Augusto, pure pervenuta da lì non

molto ad un'ampia popolazione e potenza[1433]. Erano in discordia i

Reali di Napoli; ma cotante promesse furono fatte a _Carlo duca_ di

Durazzo, che s'indusse a prendere il baston del comando per procedere

contro degli Aquilani. Tenne egli coll'esercito suo assediata per

tre mesi, ma indarno, quella città. Intanto venuto in Italia il

vescovo di Cinque Chiese con ducento nobili ungheri ben in arnese e

con danaro assai, assoldò molta gente nella Romagna e nella Marca;

ebbe non pochi aiuti da _Ugolino de' Trinci_ signor di Foligno e

dai _Malatesti_ signori di Rimini, e con circa mille uomini d'armi e

numerosa fanteria andò ad unirsi con altri mille cavalli e fanti, già

assoldati nell'Abbruzzo per parte del re Lodovico d'Ungheria. Il timore

di quest'armata fece sloggiare di sotto l'Aquila gli assediatori;

e tanto più perchè succeduto nel medesimo tempo il matrimonio della

regina con _Luigi principe_ di Taranto, il duca di Durazzo deluso e mal

soddisfatto non volle più guerreggiar contra degli Ungheri. Seppero ben

prevalersi di tal discordia i capitani del re Lodovico; perchè, posto

l'assedio alla città di Sulmona, senza che alcuno ne tentasse giammai

il soccorso, se ne impadronirono nel mese di ottobre, continuando

poi le lor conquiste sino a Venafro, Tiano e Sarno. Arrivò nel mese

di novembre _Lodovico re_ d'Ungheria nel Friuli ad Udine, senza che

sicuramente si raccolga dagli scrittori ch'egli menasse con seco un

esercito potente. Forse non avea più di mille cavalli. Perchè era in

collera coi Veneziani, non accettò il loro invito[1434]. Onorevolmente

ricevuto a Cittadella da _Jacopo da Carrara_ signore di Padova, sul

principio di dicembre passò a Vicenza e Verona, dove _Alberto_ e

_Mastino dalla Scala_ splendidamente il trattarono, con dargli ancora

trecento de' loro cavalieri, acciocchè lo accompagnassero a Napoli.

Per Ostiglia venuto a Modena, fu incontrato con tutto onore da _Obizzo

marchese_ d'Este, che non fu da meno degli altri in fargli un nobile

trattamento. Fuorchè in Imola e Faenza, dove il conte della Romagna pel

papa nol lasciò entrare, ricevè somme finezze dappertutto dove passò,

in Bologna dai _Pepoli_, in Forlì dagli _Ordelaffi_, in Rimini dai

_Malatesti_, in Foligno dai _Trinci_. Con trecento cavalieri il seguitò

pel viaggio _Francesco degli Ordelaffi_. Ma essendosegli presentato in

Foligno il legato del papa per intimargli sotto pena di scomunica di

non far da padrone nel regno di Napoli senza l'assenso del papa, il re,

che già toccava con mano la pretension del pontefice in favore della

regina Giovanna, gli rispose assai bruscamente che il regno era suo per

successione dei suoi maggiori; che risponderebbe alla Chiesa pel feudo;

e che della scomunica non curava, perchè sarebbe patentemente ingiusta.

Arrivò poscia questo principe all'Aquila nella vigilia di Natale,

e quivi attese ai preparamenti per condurre a fine l'incominciata

impresa.

Nel ritornare nell'anno addietro _Ostasio da Polenta_ signor di Ravenna

da Milano in compagnia di _Obizzo marchese_ d'Este, nella terra di

Trezzo rimase come morto una notte a cagione del fumo di carbone acceso

nella sua camera dai famigli, perchè facea freddo. Portato a Ravenna

così malconcio, terminò i suoi giorni nel dì 14 di novembre[1435], e

gli succederono nel dominio di Ravenna _Bernardino_ suo figliuolo, e

in quello di Cervia _Pandolfo_ altro suo figliuolo. _Lamberto_, terzo

de' figliuoli, nulla possedeva. Di questo partaggio non erano contenti

i due ultimi fratelli, e però pensarono ad un tradimento. Nel dì 5

d'aprile spedirono a Ravenna un messo a Bernardino, notificandogli, che

essendo caduto gravemente infermo Pandolfo, se volea vederlo vivo, non

tardasse a venire. Venne Bernardino, e, preso, fu posto in una dura

prigione. Nella notte cavalcò Pandolfo a Ravenna con molti armati, e

fatto esporre alle guardie della porta da un cortigiano guadagnato di

Bernardino, di essere venuto a prendere de' medicamenti necessarii

al finto infermo, gli fu permessa l'entrata in città. S'impadronì

Pandolfo di essa senza fatica; ma, interpostosi poi _Malatesta_ signor

di Rimini, nel dì 24 di giugno _Bernardino_ fu liberato dalle prigioni

di Cervia, e in Ravenna si conchiuse pace coi fratelli. Ma di questa

si dimenticò ben presto esso Bernardino, e ricordevole solamente

dell'oltraggio patito, sotto pretesto che _Pandolfo_ e _Lamberto_

macchinassero contro la sua vita, nel dì 7 di settembre[1436] fece

loro mettere le mani addosso, e gl'imprigionò, prendendo in sè

tutto il dominio di Ravenna e poi di Cervia. Lasciarono poscia la

vita i suddetti col tempo nelle carceri d'essa Cervia. Nel dì 29 di

settembre _Taddeo de' Pepoli_ signor di Bologna compiè il corso di

sua vita[1437], e concordemente da quel popolo fu data la signoria

della città a _Giovanni_ e _Giacopo_ figliuoli di esso Taddeo. Poco

durò il bizzarro governo di _Cola di Rienzo_ in Roma. Dopo la vittoria

riportata, di cui si è favellato di sopra, gli si erano maggiormente

esaltati i fumi alla testa, e tiranneggiando cominciò a perdere l'amore

del popolo. Contra di lui soffiava forte il legato del papa, e più i

grandi fuorusciti. Mandò ben Cola le sue genti all'assedio del castello

di Marino de' Colonnesi, ma nulla ne profittò[1438]. Ora nel dì 15 di

dicembre di quest'anno (e non già nel marzo del susseguente, come ha il

Gazata[1439]) _Giovanni Pipino_ conte di Altamura e Minerbino, bandito

dal regno di Napoli siccome uomo intrigante e masnadiere, o per suoi

particolari disgusti o disegni, oppure a sommossa del legato apostolico

e de' nobili, fece una sollevazione in Roma contra del tribuno, laonde

si diede campana a martello, e si asserragliarono le strade. Quantunque

non accorressero in aiuto del tribuno gli Orsini e il popolo, come egli

sperava, pure egli era provveduto di tali forze che facilmente avrebbe

potuto sconfiggere chiunque se gli opponeva. Ma appena fu messa in

rotta una delle sue bandiere, che siccome uomo vile e codardo, senza

fare ulterior resistenza, si ritirò in castello Sant'Angelo, e poi

travestito da frate se ne fuggì, allorchè passò il re d'Ungheria alla

volta dell'Aquila. Nel dì 17 entrò in Roma Stefanuccio dalla Colonna,

ed, aboliti gli atti del tribuno, a riserva delle paci fatte, rimise

quella città all'ubbidienza del papa, e furono poi creati tre senatori,

un colonnese, un orsino e il legato pontificio. Cola di Rienzo,

divenuto mendico e screditato, si ridusse poi alla corte di _Carlo IV

re_ de' Romani, e, col racconto di varie rivelazioni e promesse di gran

cose, cominciò la tela di un'altra fortuna; ma informatone il papa,

volle nelle mani questo ciarlatano, e il tenne poi per molto tempo

incarcerato in Avignone. In due fazioni era ne' tempi correnti divisa

la città di Pisa, cioè nei Raspanti e Bergolini[1440]. Nel dì 24 di

dicembre si sollevarono i Bergolini, cioè i Gambacorti, gli Agitati

ed altri contra dei Raspanti, che comandavano allora a bacchetta,

e riuscì loro d'abbattere e scacciare Dino della Rocca, capo d'essa

fazione, co' suoi aderenti, e di prendere il dominio della terra: e

qui cominciò l'ascendente della famiglia Gambacorta. Secondo la Cronica

Estense[1441], in quest'anno _Luchino Visconte_ coll'aiuto di _Giovanni

marchese_ di Monferrato acquistò le città di Tortona e d'Alba. Anche

il marchese guadagnò per sè la terra di Valenza[1442]. E perciocchè

i continuati progressi di Luchino in Piemonte non potevano piacere

al _conte di Savoia Amedeo VI_, nè a _Jacopo di Savoia_ principe

della Morea, questi si collegarono col duca di Borgogna e col conte

di Ginevra contra di Luchino e del marchese di Monferrato. Guerra fu

fatta, e nel mese di luglio si venne ad un crudele combattimento, in

cui perì dall'una parte e dall'altra gran copia d'uomini e di cavalli;

ma in fine se ne andò sconfitto il marchese di Monferrato. Di questo

fatto d'armi non ebbero notizia nè Benvenuto da San Giorgio, nè il

Guichenone nella Storia della real casa di Savoia.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 95 / 216 题