[1342] Raynaldus, in Annal. Ecclesiast. Matthaeus de Griffonibus,
Chron. Bonon., tom. 11 Rer. Ital.
[1343] Gazata, Chron. Regiens., tom. eod. Johannes de Bazano, Chron.
Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.
[1344] Raynaldus, in Annal. Eccles., num. 29. Gualv. Flamma, de Gest.
Azon., tom. 12 Rer. Ital.
[1345] Append. ad Ptolom. Lucens.
[1346] Cortusiorum Hist., tom. 12 Rer. Ital.
[1347] Chron. Estense, tom. 16 Rer. Ital.
[1348] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 126.
[1349] Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.
[1350] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.
[1351] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.
[1352] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 137.
[1353] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.
[1354] Petrus Azarius, Chron., cap. 9, tom. 16 Rer. Ital.
[1355] Muratori, Vit. del Petrarca, Rime.
Anno di CRISTO MCCCXLII. Indizione X.
CLEMENTE VI papa 1.
Imperio vacante.
Nel dì 25 d'aprile di quest'anno, compiè la sua carriera in Avignone
_Benedetto XII_ sommo pontefice[1356]. Son d'accordo quasi tutti gli
scrittori d'allora, che s'egli fosse vivuto in secoli meno sconvolti
e ferrei, ed avesse goduta la libertà necessaria per operare, di cui
era privo pel suo soggiorno negli Stati oltramontani del _re Roberto_,
sarebbe riuscito uno dei più insigni ed utili pastori della Chiesa di
Dio: tanto era il suo zelo per la religione, la purità de' costumi, e
così buona e retta la sua intenzione in tutte le sue azioni. Per quanto
potè, promosse la riforma del clero secolare e regolare, ed allontanò
la simonia dalla corte pontificia, vegliando specialmente, acciocchè
fossero provvedute le chiese e i benefizii di persone per la dottrina
e per la bontà della vita accreditate. Nè si studiò punto d'ingrandire
o ingrassare i proprii parenti, anzi volle che seguitassero nella
bassezza del loro stato. L'altre sue belle doti e lodevoli operazioni
si leggono nella Storia ecclesiastica. Però strano è il vedere come
Galvano Fiamma[1357] così fieramente si scagli contro la memoria di
questo pontefice, con dire che universale fu l'allegrezza di sua morte,
perch'egli avea conturbato tutti gli ordini de' religiosi: il che è un
rivolgere in suo biasimo ciò che gli si doveva attribuire a lode, non
potendosi negare che in questi tempi il monachismo e fratismo giacesse
in una deplorabil corruzion di costumi, ed inosservanza delle sue
regole. Aggiugne che lasciò un immenso tesoro, consistente in mille
e cinquecento cofani, cadaun de' quali conteneva trenta mila fiorini
d'oro (il che darebbe una somma di quarantacinque milioni di fiorini),
e gioie inoltre di valore di dugento mila fiorini. Se ciò è vero (ed è
anche scritto da uno degli autori della sua Vita, che _multum thesaurum
Ecclesiae congregavit_), non sono io per iscusarlo; ma certo non per
vendere benefizii gli avrà accumulati; nè egli amò di scialacquarli
in mantener delle armate, come avea praticato il suo predecessore
_Giovanni XXII_. Giugne il Fiamma fino a dire che fu scritto contro
di lui un libro per provare che questo papa fu eretico, e che tale era
stato suo padre e il figliuolo di un suo fratello: tutte spropositate
calunnie. Questo guadagno fece il buon papa coll'aver voluto guarir le
piaghe de' frati, e coll'osar infino di riveder quelle de' Predicatori,
del qual ordine fu lo stesso Galvano Fiamma. E probabilmente di qua
venne l'avere sparlato di lui anche altri vecchi storici. Non istette
più di dodici giorni vacante la santa Sede[1358], perciocchè nel giorno
7 di maggio fu eletto papa il _cardinal Pietro Ruggieri_, personaggio
dotto, magnanimo e liberale, ma che in far da padrone non la cedeva
ad alcuno. Era nobilmente nato nella diocesi di Limoges, già monaco
benedettino, arcivescovo di Sens, e poi di Roano. Fu con gran solennità
coronato col nome di _Clemente VI_ nel giorno della Pentecoste, 19 del
mese suddetto, e tardò poco a provveder di pastori le tante chiese che
dicono lasciate vacanti da papa _Benedetto XII_ per lo strano scrupolo
e timore di mal provvederle, quasichè fosse seccata la sorgente de'
buoni nel cristianesimo. All'avviso della creazione di questo novello
pontefice, i Romani gli spedirono tosto una magnifica ambasceria[1359],
in cui si trovò _Cola di Rienzo_, eloquentissimo, ma fantastico umore,
di cui avremo a parlare fra poco. Le lor suppliche battevano in far
premura al papa per la sua sospirata venuta. Anche il Petrarca[1360]
con un suo poemetto latino tentò di spronarlo a sì bella e giusta
impresa: passi tutti e parole gittate, perchè già era fitto il chiodo,
nè si volea muovere di Francia la corte pontificia. A questo fine non
solamente _Benedetto XII_ avea cominciato in Avignone a far fabbricare
un superbissimo palagio per la residenza de' papi, ma anche i cardinali
vi aveano edificati dei bei palagi per loro stessi.
Continuarono tutto il verno ostinatamente i Pisani l'assedio di Lucca:
nel qual tempo i Fiorentini[1361] niuna diligenza lasciarono indietro
per mettere insieme una poderosissima armala, consistente in cinque
mila cavalli e fanteria senza fine[1362]. Si mosse questa da Firenze
nel giorno 25 di marzo con animo di soccorrere l'angustiata città.
Capitan generale era _Malatesta de' Malatesti_ signore di Rimini. Un
mese e mezzo spese egli senza far nulla, perchè vanamente adescato
di qualche accordo da _Nolfo_ figliuolo del _conte Federigo_ dà
Montefeltro, capitano de' Pisani. Intanto una grave sciagura occorse
alla città d'Arezzo[1363]. Trapelò che i Pisani erano dietro a far
rubellare quella città ai Fiorentini. Vero o falso che fosse, preso fu
_Pier Saccone_ de' Tarlati, il quale dianzi avea ceduta loro quella
città, con assai altri suoi consorti, e tutti andarono a riposar
nelle carceri di Firenze. Furono inoltre cacciati da Arezzo tutti i
fazionarii ghibellini, il numero de' quali, se crediamo a Giovanni da
Bazano, ascese a più di quattro mila persone: con che quella città
rimase come disfatta. Ribellaronsi ancora gli Ubaldini al comune
di Firenze, e gli fecero guerra colla presa di varie castella. Ora
il Malatesta, che vide svanite le speranze del progettato accordo,
nel giorno primo di maggio andò ad accamparsi in faccia ai Pisani
assediatori di Lucca, cercando tutte le vie o di tirare a battaglia
i nemici, o di forzare i loro trincieramenti, per introdur gente e
vettovaglie nella città. Si tennero stretti nel campo loro i Pisani,
senza voler azzardare un fatto d'armi. Riuscì ad alcune squadre
fiorentine di valicare il fiume Serchio, e di atterrar parte degli
steccati con danno de' Pisani; ma furono respinte, e in questo mentre
cominciò la pioggia, che fece ingrossare il fiume e tolse la speranza
al Malatesta di più penetrar da quella parte. A tali disgrazie si
aggiunse la penuria delle vettovaglie: laonde egli nel dì 19 di maggio
levò il campo, e, passato al Ceruglio, gli diede battaglia, senza
poterlo avere. Spedì poi gran gente nel territorio di Pisa, che vi
recarono bensì de' gravissimi danni, ma non liberarono da vergogna e
scorno lui e tutta l'oste de' Fiorentini, per aver così infelicemente
tentato il soccorso di Lucca; i cui difensori, al vedere estinta ogni
loro speranza per la ritirata dell'esercito amico, finalmente nel dì
6 di luglio capitolarono la resa della città, salve le persone col
loro equipaggio. Così venne Lucca in poter de' Pisani; e il comune
di Firenze, che avea spese centinaia di migliaia di fiorini d'oro
per sostener quella guerra, non sapea darsi pace di un sì contrario
avvenimento; e tanto più perchè non aveano accettato un partito di
aggiustamento, per cui i Pisani aveano loro esibito cento ottanta mila
fiorini d'oro per una sola volta, e inoltre dieci altri mila fiorini
d'omaggio ogni anno in perpetuo. Ne erano contenti i saggi, ma dai
meno assennati, che forse erano i più, rimase disturbato il contratto:
difetto assai facile ne' governi, qualora dipendano da assaissimi, e
massimamente da' giovani, le risoluzioni negli scabrosi affari.
Era in questi tempi capitano all'esercito de' Fiorentini[1364] con
cento e venti uomini a cavallo _Gualtieri duca di Atene_, ma solo
di titolo, e conte di Brenna, barone franzese, i cui maggiori già
vedemmo re di Gerusalemme. Seco portava egli il credito di raro valore
e maestria di guerra. I buoni Fiorentini, senza sapere che volpe
fosse quella, e che con tutti quei bei titoli egli era poverissimo di
moneta, anzi vagabondo e fallito, giacchè si trovavano mal soddisfatti
di _Malatesta_ lor capitano, gli esibirono la carica di capitano e
conservatore del popolo. L'accettò egli con gran benignità, e tosto
cominciò a far tagliare teste ad alcuni ricchi del popolo, ed a farsi
rendere ragione dell'amministrazione del danaro del pubblico, con
assai condanne in favor del fisco: rigore che dispiacque a moltissimi,
attesochè alcuni di essi erano creduti innocenti; ma diede nel genio ai
nobili, che voleano abbassata la potenza del popolo. Tanto poi seppe
fare lo scaltrito duca, ben conoscente delle divisioni de Fiorentini,
che nel generale parlamento tenuto nel giorno ottavo di settembre si
fece proclamar signore a vita di Firenze e del suo distretto. Il lupo
è nella mandra: suo danno, se non saprà sfamarsi. Abbassò egli tosto i
priori ed altri uffiziali; prese al suo soldo circa ottocento cavalieri
franzesi e borgognoni, oltre ad altri italiani; conchiuse pace coi
Pisani con vantaggiose condizioni, ma al dispetto de' Fiorentini troppo
irritati contro al comune di Pisa; nella qual occasione _Giovanni
Visconte_ da Oleggio cogli altri prigionieri fu rimesso in libertà.
Poi mille altre novità fece il duca d'Atene in Firenze, tutte ad una
ad una annoverate da Giovanni Villani, e tutte in oppressione della
libertà di quel popolo, e de' grandi stessi che l'aveano aiutato a
salire. Il peggio fu che cominciò a spremere le borse del popolo
con estimi, prestanze ed altre gravezze, accumulando fuori dello
Stato quanta moneta potè. Se di così buon signore fossero contenti
i Fiorentini, poco ci vuole ad immaginarselo. In quest'anno nel dì 8
di agosto finì di vivere _don Pietro re Aragona_ re di Sicilia, e gli
succedette _Lodovico_ suo figliuolo di età solamente di cinque anni
e sette mesi[1365] sotto la tutela di _Giovanni duca_ di Randazzo,
suo zio paterno, il quale, essendosi ribellata Messina, e data al re
Roberto, accorse a tempo, e la rimise sotto l'ubbidienza del nipote. Il
Villani[1366] dà questa gloria a _Guglielmo_, altro zio del re novello.
Già s'è veduto come _Lodrisio Visconte_ fu il primo a dar esempio ad
altri di formar delle compagnie di soldati masnadieri e ladri. La
composta da lui andò presto in fumo. Se ne formò un'altra picciola
sotto il comando di _Malerba_ capitano tedesco, il quale passò ai
servigi di _Giovanni marchese_ di Monferrato. Nell'anno presente
avvenne di peggio. Correvano i Tedeschi al soldo degl'Italiani, ed ora
a questo ora a quel principe servivano, ma con fede sempre incerta,
non mantenendo essi le promesse, se capitava un maggiore offerente. Fu
licenziata una gran frotta di costoro dal comune di Pisa. _Guarnieri,
duca_ di non so qual luogo di Germania, fecesi capo di questa gente;
molto più ne raunò da altre contrade di Italia, e vi si unirono
anche assaissimi Italiani: con che si formò una compagnia, dagli
storici toscani appellata _compagna_, di più di tre mila cavalli, e
di copiosa moltitudine di fanti, meretrici, ragazzi, ribaldi: gente
tutta bestiale, senza legge, sol volta ai saccheggi, agl'incendii,
agli stupri. Guai a quel paese dove giugnea questo flagello. Prima
degli altri a farne pruova fu il territorio di Siena[1367]. Li mandò
in pace quel popolo collo sborso di due mila e cinquecento fiorini
d'oro. Portarono il malanno sopra il distretto della Città di Castello,
d'Assisi e d'altri luoghi. Il duca d'Atene, i Perugini ed altri popoli
coll'esorcismo d'alcune migliaia di fiorini fecero passare questo mal
tempo in Romagna[1368]. Nel dì 7 di ottobre arrivò essa compagnia,
chiamata dagli scrittori la _gran compagna_, a Rimini, e gran danno
fece a quel distretto. Erasi ribellata la città di Fano a _Malatesta_
signore d'esso Rimini[1369]; e benchè vi accorresse _Pandolfo_
suo figliuolo, e pel castello, che si conservava tuttavia alla sua
divozione, uscito a battaglia coi cittadini, molti ne uccidesse;
pure non potè ricuperar la città. Il perchè Malatesta, avendo preso
al suo servigio quella bestial compagnia, verso il dì 6 di dicembre
andò all'assedio di Fano, la qual città se gli arrendè poscia nel
dì 15 di esso mese. Di gran faccende ebbero e di molti parlamenti
fecero in Ferrara _Obizzo marchese_ d'Este, _Mastino dalla Scala_ e
_Taddeo de' Pepoli_ signor di Bologna, o prevedendo o sentendo già le
minaccie che quella spietata gente volea scaricarsi sopra de' loro
Stati[1370]. Fecero essi lega insieme per questo, e v'entrarono i
signori d'Imola e Faenza, _Ostasio da Polenta_ signore di Ravenna e
Cervia. _Giovanni_ figliuolo di Taddeo Pepoli, assistito dalle suddette
amistà, con una bell'oste cavalcò a Faenza per contrastare il passo
al duca Guarnieri, se gli veniva talento di voltarsi a queste parti.
Circa tre mila e cinquecento cavalli fu detto che il Pepoli conducesse
a quell'impresa, oltre alla numerosa fanteria, ed oltre a due quartieri
del popolo di Bologna. Ma, senza far pruova dell'armi, si trovò poi
altro temperamento a questo bisogno, siccome vedremo all'anno seguente.
Secondo Galvano Fiamma[1371], essendo già morto _Aicardo arcivescovo_
di Milano, gli succedette in quell'insigne chiesa _Giovanni Visconte_,
fratello di _Luchino_, già vescovo e signor temporale di Novara, nel
dì 6 d'agosto dell'anno presente. A vele gonfie entra qui il suddetto
Fiamma nelle lodi di questo prelato, esagerando le di lui belle doti,
e specialmente la magnificenza, nel qual pregio superava tutti i
prelati d'Italia. Ma dimenticò egli di accennar anche l'estrema di lui
ambizione e i suoi troppo secolareschi pensieri, che noi vedremo saltar
fuori, andando innanzi. Aggiugne il medesimo scrittore, che macchinando
i Pavesi contra de' fratelli Visconti, cioè di _Luchino_ e d'esso
_Giovanni_, fecero questi un formidabil preparamento per terra e per
acqua affine di mettere l'assedio a Pavia. Tal fu il terrore incusso
a quel popolo, che trattarono tosto d'accordo con quelle condizioni
che vollero i Visconti, salvando bensì la libertà, ma con dipendenza
da essi. Morì nell'agosto di questo anno _Carlo Uberto_ re d'Ungheria,
e quella corona pervenne a _Lodovico_ suo figliuolo. L'altro suo
figliuolo _Andrea_ era alla corte di Napoli, sposo di _Giovanna_ nipote
del _re Roberto_, coll'espettativa della successione in quel regno.