NOTE:

[1356] Raynaldus, Annal. Eccles. Vitae Pontificum Romanorum, P. II,

tom. 3 Rer. Ital.

[1357] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1358] Vitae Roman. Pontif., P. I et II, tom. 3 Rer. Ital.

[1359] Raynaldus, Annal. Ecclesiast. Vit. Nicolai Laurentii, tom. 3

Antiquit. Ital.

[1360] Petrarcha, lib. 2 Epist.

[1361] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 138.

[1362] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1363] Giovanni Villani, lib. 11. Johannes de Bazano, Chron. Mutin.,

tom. 15 Rer. Ital.

[1364] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 1.

[1365] Fazell., de Reb. Sic., dec. 2, lib. 9.

[1366] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 13.

[1367] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.

[1368] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1369] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1370] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1371] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCCCXLIII. Indizione XI.

CLEMENTE VI papa 2.

Imperio vacante.

Si videro in quest'anno da papa _Clemente VI_ confermate contra di

_Lodovico il Bavaro_ tutte le censure di papa _Giovanni XXII_. Cercò

questi di placarlo[1372], e, a persuasione del re di Francia, che gli

facea dell'amico, spedì ad Avignone solenni ambasciatori con facoltà

di accettare tutte le condizioni che al papa fosse piaciuto d'imporgli.

Gli fu imposto di confessar tutte le eresie che gli venivano imputate,

di deporre l'imperio, e di nol ricevere se non dalle mani del papa;

di consegnar prima nelle mani d'esso pontefice la persona sua e de'

suoi figliuoli; e finalmente di cedere alla Sede apostolica molte

terre e diritti dell'imperio. Portate in Germania queste condizioni,

nella dieta de' principi furono trovate sì esorbitanti ed ignominiose,

che tutti protestarono non potersi elle accettare, e d'essere tutti

pronti a sostenere le ragioni dell'imperio contra della prepotenza

del papa, il quale intanto cavava buon profitto dalla vacanza di esso

coi censi imposti ai vicarii del regno italico. Ma papa Clemente già

tesseva una tela per creare un altro imperadore, siccome risoluto di

non voler mai in quel grado il duca di Baviera. Presto ce ne avvedremo.

Terminò il corso di sua vita in quest'anno nel giorno 19 di gennaio

_Roberto re_ di Napoli, e signore della Provenza e d'altri Stati in

Piemonte, principe non men celebre per la sua pietà, che per la sua

letteratura, per la giustizia, saviezza e per molte altre virtù.

Dal Villani è scritto[1373] ch'egli in vecchiaia si lasciò guastare

dall'avarizia, per cui restò erede di gran tesoro sua nipote. Nè vo'

lasciar di accennare che la morte di questo re vien posta da Domenico

da Gravina[1374], autore contemporaneo, _anno domini MCCCXLII, mense

januarii, decima Indictione, XIV die mensis ejusdem_; e però sarebbe

da riferire all'anno precedente, in cui correva l'indizione decima. La

Cronica Estense[1375] e la Sanese[1376] vanno anch'esse d'accordo col

Gravina. Tuttavia non si può dipartire dal Villani, il qual mette la

morte di esso re nel 1542, seguendo l'era fiorentina, e che conduce

l'anno 1542 sino al giorno 25 di marzo del nostro 1543. Con esso

convengono Giorgio Stella negli Annali di Genova[1377], Giovanni da

Bazano[1378] e gli storici napoletani. Però, in vece dell'_Indictione

X_, si dee credere che il Gravina scrivesse _Indictione XI_. Non restò

prole maschile del re Roberto, ma bensì due sue nipoti, figliuole del

fu _Carlo duca_ di Calabria, cioè _Giovanna_ e _Maria_. Erede del regno

fu la prima, già sposata col giovinetto _Andrea_ fratello di _Lodovico

re_ d'Ungheria, la quale fu poi coronata per le mani del _cardinale

Aimerico_ legato pontificio, ma senza che al consorte Andrea fosse

conferita la medesima corona. Si accorsero in breve i Napoletani del

fulmine sopra di loro scagliato nella caduta del savio re Roberto,

perchè non tardò a sconvolgersi il regno, e poscia ad andar tutto in

rovina. Di circa sedici anni era Giovanna, che, posta in libertà,

nè discernimento avea per guardarsi da chi cercava di sedurla, nè

mettea guardia alle sue giovanili inclinazioni. Cominciò a disamare

il marito, forse anche mai non l'avea amato, perchè non s'era egli per

anche saputo spogliare della barbarie ungarica, nè mostrava abbondanza

di prudenza e di senno. Insolentivano i suoi uffiziali e cortigiani

ungheri; e, per accrescere maggiormente il fuoco della dissensione, si

trovavano allora in Napoli molti principi della real casa, appellati

perciò i Reali, cadauno de' quali aspirava al regno, o almeno al

comando. Fra gli altri furbescamente, e al dispetto degli Ungheri,

Carlo duca di Durazzo sposò Maria sorella della regina Giovanna:

matrimonio che partorì molta discordia e peggiori conseguenze in

avvenire. Io non mi dilungherò maggiormente in descrivere il disordine

in cui restò la real corte di Napoli, perchè ciò esigerebbe una

narrazion troppo diffusa. Ne andrò solamente accennando i principali

avvenimenti, secondochè il filo della storia richiederà.

Nell'anno presente ancora a' dì 4 di gennaio, essendo già mancato di

vita _Bartolomeo Gradenigo_ doge di Venezia[1379], fu eletto per quella

dignità _Andrea Dandolo_, quel medesimo a cui siam tenuti per la bella

Storia veneta, da me data alla luce. Non avea egli che 36 anni, e pure,

contra l'uso di quella saggia repubblica, ascese al trono: cotanto era

in credito la di lui prudenza, onestà, sapere e cortesia. Vegniamo ora

agli affari di Firenze. Lo studio continuo di Gualtieri duca d'Atene,

signore di quella città, era di schiantare affatto la libertà de'

Fiorentini[1380], e di assodar sè stesso in un'assoluta signoria: al

qual fine avea contratta lega co' marchesi estensi, cogli Scaligeri,

Pepoli ed altri signori, abbassando intanto in casa chi poteva opporsi

a' suoi voleri, strapazzando la nobiltà, e valendosi di ministri

crudeli ed ingiusti. A così fatto asprissimo governo non era avvezzo nè

sapeva adattarsi il popolo di Firenze; e però si cominciarono a formar

segretamente delle congiure contra di lui da varii cittadini di tutti

gli ordini, senza che l'uno sapesse dell'altro. Della principale venne

in conoscenza il duca; ma ritrovato che vi teneano mano tante grandi

e potenti famiglie, servì questo solamente a mettere lui e il popolo

in maggior gelosia e timore. Pure avea egli messi i suoi pezzi a segno

per farne una memorabil vendetta nel giorno 20 di luglio, festa di

sant'Anna, quando nel medesimo giorno si alzò universalmente a rumore

la cittadinanza, risoluta di tutto mettere a repentaglio per liberarsi

dall'odiato non signore, ma tiranno. Abbarrata e asserragliata ogni via

della città per impedire il corso alla cavalleria del duca, corsero in

furia a rompere le prigioni delle Stinche, presero e saccheggiarono il

palazzo del podestà, ed assediarono il duca nello stesso palazzo. Gran

soccorso venne loro da Siena[1381], da San Miniato e da altri luoghi; e

maggiormente perciò animati strinsero tanto l'assedio, che obbligarono

il duca e i suoi Borgognoni per la fame a chiedere misericordia,

a dar loro nelle mani alcuni degli spietati suoi uffiziali della

giustizia, nella strage de' quali si sfogò alquanto la rabbia del

popolo. Consentirono in fine nel giorno terzo di agosto che il duca

se ne potesse uscire, salva la vita di lui e de' suoi, e di poter seco

condurre il bagaglio, con rinunziare giuridicamente ad ogni sua ragione

e pretensione sopra quella città. In questa maniera ricuperarono la

loro libertà, ma con gravissimo lor danno; imperciocchè Pistoia nel

dì 27 di luglio[1382] si ribellò, disfece il castello e cominciò a

reggersi a comune, tenendo nondimeno la parte guelfa. Arezzo, Volterra,

Colle e San Geminiano fecero altrettanto: sicchè ben caro costò a

Firenze la riacquistata sua libertà. A tali disavventure si aggiunse la

discordia cittadinesca fra i nobili e il popolo. Pretendeano i primi,

sì per la ragion comune della cittadinanza, come pel merito d'aver

cooperato al riacquisto della libertà, d'entrare a parte degli onori e

degli uffizii della città, e alcun di loro fu anche ammesso nel numero

dei priori; ma il popolo, sempre timoroso della prepotenza de' grandi

(e in fatti cominciò a provarne gli effetti), spronato da Giovanni

dalla Tosa e da altri, diedero un dì all'armi, e cacciarono i priori

nobili. Sdegnata perciò la nobiltà si preparava anch'essa a valersi

della forza; e, nata perciò un'universal sollevazione del popolo, si

venne a battaglia con alcune delle più potenti e ricche famiglie di

Firenze, specialmente co' Bardi e Frescobaldi, i palagi de' quali,

vinti colla forza e saccheggiati, furono dal fuoco distrutti. Si quetò

in fine il rumore, e Firenze fu ridotta a governo popolare, e, quel

ch'è più, al governo del popolo minuto.

Minacciando più che mai la gran compagnia masnadiera del _duca

Guarnieri_ di passar dalla Romagna su quel di Bologna[1383], _Taddeo

de' Popoli_ signore di quella città, invece di avventurare una

battaglia con gente disperata, e che nulla avea da perdere, s'appigliò

al saggio partito di difendersi coll'oro, e vi acconsentirono gli

Estensi e Scaligeri suoi collegati. Passò dunque nel giorno 25 o 26 di

gennaio quella barbarica armata pel contado di Bologna senza far danno.

Nel dì 28 o 29 venne ad accamparsi nelle ville del Modenese[1384] al

Colombaro, al Montale, a Mugnano, Formigine, Bazovara, e vi si fermò

per otto giorni[1385]. Contuttochè da Modena fosse recata a costoro

l'occorrente vettovaglia, pure fecero un netto di tutto il foraggio,

vino e masserizie dei contadini, e molti ancora della povera gente si

trovarono impiccati da razza cotanto spietata. Andarono poi nel dì

4 di febbraio su quel di Reggio, e di là sul Mantovano, commettendo

dappertutto indicibili danni e violenze. Tornarono dipoi sul Modenese

a Ganaceto, Soliera, Carpi, Campo Galliano, e ad altre ville. Tutto era

pieno di desolazione. L'ultimo ripiego per allontanar sì grave tempesta

fu di accordarsi con loro, pagando dieci mila fiorini d'oro: con che

dessero buoni ostaggi d'andarsene con Dio alle case loro. Fu data

esecuzione all'accordo; e quella mala gente piena d'oro e di spoglie,

parte se ne tornò in Germania, e parte divisa entrò al soldo di varii

principi d'Italia[1386]. Era in questi tempi guerra fra i _marchesi

estensi, Scaligeri_ e _Pepoli_ dall'una parte, _Luchino Visconte_ e i

_Gonzaghi_ dall'altra. Nel dì 21 di gennaio, avendo _Obizzo marchese_

d'Este qualche trattato in Parma, colle sue genti e con quelle de'

collegati, alle quali s'unirono Giberto da San Vitale, Vecchio de'

Rossi, Ugolino Lupo ed altri Parmigiani, segretamente cavalcò alla

volta di Parma. Perchè non ebbe effetto il trattato, se ne tornarono

indietro colle pive nel sacco, senza recar danno ad alcuno. Seguì

poi nel giorno 25 di marzo una tregua di tre anni fra il Visconte,

gli Estensi e gli altri alleati. Parimente nel maggio di quest'anno

_Mastino dalla Scala_ signor di Verona e Vicenza, ed _Ubertino da

Carrara_ signor di Padova[1387] giudicarono più spediente il dar fine

alla vecchia lor nemicizia, ed, insieme abboccatisi a Montagnana, si

abbracciarono e fecero pace fra loro: il che recò non poca gelosia ai

Veneziani, signori allora di Trivigi.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 91 / 216 题