NOTE:

[1298] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1299] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1300] Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

Chron. Estense, tom. eod. Gazata, Chron, Regiens., tom. 18 Rer. Ital.,

Bonincontrus Morigia, Chronic. Modoet., tom. 12 Rer. Ital. Gualvan.

Flamma, de Gest. Azonis, tom. eod.

[1301] Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital.

[1302] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.

Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Veronense, tom. eod.

[1303] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1304] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 69.

[1305] Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Chron.

Bononiens., tom. eodem.

[1306] Nicolaus Specialis, lib. 8, cap. 8.

[1307] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 70.

Anno di CRISTO MCCCXXXVIII. Indiz. VI.

BENEDETTO XII papa 5.

Imperio vacante.

Per le tante perdite dell'anno precedente in grandi affanni e sospiri

si trovava _Mastino dalla Scala_, nè sapea a qual partito volgersi per

ottenere soccorso[1308]. Avea nel dicembre scorso mosse proposizioni

di pace a Venezia, e per trattarne colà si portarono _Obizzo marchese_

d'Este, _Marsilio da Carrara_ signore di Padova, _Guido da Gonzaga_,

_Giovanni_ figliuolo di _Taddeo Pepoli_, gli ambasciatori d'_Azzo

Visconte_, de' Fiorentini e dello stesso Mastino. Sì alte erano

tuttavia le pretensioni de' Veneziani, perchè esigevano che egli

dimettesse Trivigi, Lucca e Parma, che andò a terra ogni speranza di

aggiustamento. Vivamente si raccomandò poscia Mastino a _Lodovico

il Bavaro_, per aver gente ed altri aiuti da lui, con dargli in

ostaggio Francesco Cane suo figliuolo ed altri nobili per sicurezza

de' pagamenti; ma restò burlato da lui. Poco poi potè godere del

nuovo suo principato _Marsilio da Carrara_ signore di Padova, perchè,

infermatosi, nel dì 21 di marzo dell'anno presente mancò di vita.

Non lasciando egli figliuoli proprii, prima di morire, coll'assenso

della repubblica veneta, fece eleggere suo successore nella signoria

di Padova _Ubertino da Carrara_ suo cugino, che stato nella gioventù

discolo e malvivente, cominciò a governare il suo popolo, più

procurando di farsi temere che amare[1309]. Per altro fu uomo di gran

senno, e tenne in molta riputazione il nome suo e di sua casa. La

prima impresa di lui quella fu di portarsi all'assedio di Monselice,

per affrettarne il più tosto possibile l'acquisto. Ma dentro vi era

_Pietro del Verme_, la cui fedeltà verso Mastino, ed insieme la bravura

ed accortezza rendea vani tutti i tradimenti e gli assalti d'Ubertino.

Fecero fra loro una guerra arrabbiata. Intanto _Orlando Rosso_ generale

dell'armata veneta nel mese d'aprile mise in marcia le sue genti, e

saccheggiando pervenne fino alle porte di Verona, dove fece correre

un palio. Nel dì 8 di maggio se gli diede Montecchio maggiore, terra

che da lì a non molto fu assediata da Mastino. Fu egli astretto a

ritirarsene con mal ordine; e seguirono dipoi varii combattimenti,

ma con isvantaggio sempre delle di lui milizie, che specialmente nel

dì 29 di settembre furono sconfitte a Montagnana. Finalmente nel dì

19 di agosto[1310] la terra di Monselice si arrendè ad Ubertino da

Carrara, ma non già la rocca, di cui si cominciò l'assedio. Uscì libero

colla sua gente Pietro del Verme, e cavalcò a Verona. Per danari ebbe

poscia il Carrarese anche la rocca di Monselice nel dì 18 di novembre.

Tale doveva essere in questi tempi la rabbia di Mastino[1311], che

cavalcando per Verona nel giorno 27 d'agosto insieme con Azzo da

Correggio, incontratosi con _Bartolomeo dalla Scala_ vescovo della

città, per meri sospetti ch'egli tramasse congiura contra di lui, come

avea fatto il vescovo di Vicenza, sguainata la spada, di propria mano

l'uccise. Per questa scelleraggine contra di lui procedette _papa

Benedetto XII_ alle rigorose censure, e stette Mastino gran tempo

in disgrazia della santa Sede. Nel dì 19 di ottobre le genti venete

entrarono ne' borghi di Vicenza, e quivi si afforzarono; colpo che fece

disperare Mastino, e più che mai applicarsi ad un trattato di pace,

siccome diremo all'anno seguente.

Giacchè in Sicilia regnavano delle dissensioni, e al valente _re

Federigo_ era succeduto il _re Pietro_, persona di mente assai

debole[1312], stimò _Roberto re_ di Napoli che fosse giunto il

sospirato giorno da poter ricuperar quell'isola. Nel mese dunque di

maggio spedì colà una flotta di sessanta tra galee e legni da trasporto

con mille e cinquecento cavalieri e molta fanteria. Un'altra parimente,

ed anche maggiore, ne inviò a quella volta nel mese di giugno sotto

il comando di _Carlo duca_ di Durazzo suo nipote. Ognuno si credeva

che tante forze ingoierebbero senza fallo la Sicilia tutta; ma appena,

dopo lungo assedio, presero Termole, e intanto entrata la peste, ossia

una forte epidemia, in quell'armata, bisognò sloggiare, e tornarsene

con perdita di molta gente a Napoli. Riuscirono inutili tutti i

tentativi, umiliazioni ed esibizioni fatte da _Lodovico il Bavaro_ per

riacquistare la grazia del papa[1313]. Colpa non fu del buon pontefice,

che inclinava alla pace, e chiaramente dicea che compativa gli eccessi

commessi dal Bavaro, perchè il suo predecessore _Giovanni XXII_, col

non volergli fare giustizia, l'avea come spinto nel precipizio. Disse

anche all'orecchio agli ambasciatori di Lodovico, quasi piangendo,

d'essere dispostissimo a favorire il lor principe; ma aver lettere

di _Filippo re_ di Francia, colle quali il minacciava di trattarlo

peggio di quel che _Filippo il Bello_ avea trattato _papa Bonifazio

VIII_, qualora assolvesse il Bavaro dalle scomuniche. Ecco se è vero

che i romani pontefici furono in una babilonica schiavitù, finchè

vollero tener ferma la loro residenza di là da' monti. So che questo è

negato da alcuni; se poi con buone ragioni, nol so. Ora cotali durezze

della corte pontificia, benchè cagionate dalla prepotenza altrui,

diedero occasione al Bavaro e agli elettori dell'imperio (eccettuatone

_Giovanni_ re di _Boemia_) di unire una dieta nel territorio di

Magonza, in cui nel dì quindici di luglio formarono un decreto[1314],

che chiunque è eletto dai principi elettorali concordi, o dalla maggior

parte di essi, re de' Romani, non ha bisogno d'approvazione e consenso

della santa Sede per prendere il titolo di re e per amministrare i

diritti dell'imperio: il che fu una gran ferita all'autorità e agli

antichi diritti della santa Sede. Tanto è poi andata innanzi la

faccenda, che laddove gli antichi principi eletti prendevano il titolo

solamente di re di Germania e d'Italia, oppure de' Romani, senza

giammai usar quello d'imperadori de' Romani, se non dopo la coronazione

romana, cominciarono ad intitolarsi, anche senza essere coronati dal

papa, imperadori de' Romani: il che è divenuto uso stabile. Intorno a

questi punti disputano gli eruditi politici: lasciamoli noi disputare,

e andiamo avanti. Venne in quest'anno a morte nel dì 21 d'aprile

_Teodoro marchese di Monferrato_[1315], che avea portato in Italia

il sangue de' greci imperadori, ed ebbe per successore _Giovanni_ suo

unico figliuolo, che superò in valore e fortuna il padre.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 86 / 216 题