NOTE:

[1291] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1292] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johann. de Bazano,

tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estens., tom. eod.

[1293] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1294] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1295] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. eod. Annal. Caesen., tom.

14 Rer. Ital.

[1296] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1297] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 44.

Anno di CRISTO MCCCXXXVII. Indiz. V.

BENEDETTO XII papa 4.

Imperio vacante.

Tardi conoscendo _Mastino dalla Scala_ d'essersi per l'ingordigia

ed orgoglio suo condotto ad un mal passo col nimicarsi la potente

signoria di Venezia e il comune di Firenze, implorò lo aiuto de'

suoi vecchi confederati[1298]. _Obizzo marchese_ d'Este, unitosi con

_Guido da Gonzaga, Giovanni de' Pepoli, Manfredi de' Pii_, ed altri

ambasciatori, nel mese di gennaio si portò a Venezia per trattar dì

pace. Trovò quei senatori troppo risoluti alla guerra, se Mastino non

rilasciava Padova, Trivigi, Parma e Lucca[1299]. Anzi eglino con tante

ragioni eccitarono il marchese a far lega con loro, ch'egli non seppe

esentarsene. Un gran parlamento ancora si tenne nel mese d'aprile

in Cremona, dove intervennero _Mastino, Azzo Visconte_, il _marchese

Obizzo, Guido da Gonzaga_, ed altri signori di Lombardia. Volle Mastino

muoverli a prestargli soccorso in quella sua urgenza. Non si trovò

chi volesse muovere un dito per lui, perchè erano tutti disgustati

della di lui poca fede e smoderata ambizione. Per lo contrario, da

lì a qualche tempo si collegarono tutti contra di lui. Intanto venti

bandiere di Tedeschi, che erano al soldo di Mastino, passarono nel

campo veneto. Ribellaronsi ancora agli Scaligeri Cittadella, Asolo,

Conigliano, ed altre terre del Padovano e Trevisano. Nel giugno

si raunarono in Mantova le genti di Azzo Visconte, degli Estensi e

de' Gonzaghi, e con esso loro venne ad accoppiarsi l'esercito de'

Veneziani e Fiorentini, condotto da Marsilio Rosso, essendo rimasto in

Bovolenta Pietro suo fratello con mille e cinquecento cavalli e molta

fanteria. _Luchino Visconte_, zio d'Azzo, fu creato capitan generale

dell'armata collegata, e tutti entrarono sul Veronese, facendo gran

guasto. Mastino, che, oltre all'essere uomo prode in guerra, aveva

anch'egli un poderoso esercito, arditamente venne loro incontro, e

li sfidò a battaglia nel dì 26 dì giugno. Ossia che Luchino Visconte

fosse un codardo, come alcun vuole; oppure, come altri scrivono[1300],

che i Tedeschi dell'armata collegata avessero ordito un tradimento (e

molti di essi in fatti, siccome persone venali e date a chi più loro

offeriva, andarono a' servigi di Mastino): certo è che i collegati

pieni di spavento sgarbatamente si ritirarono a Mantova, lasciando

indietro tende ed arnesi da guerra, e si separarono. Allora Mastino

corse colle sue genti sino alle porte di Mantova, mettendo tutto

a sacco e fuoco. Tentò poscia d'impedir la riunione dell'armata di

Marsilio Rosso con quella di Pietro suo fratello; ma non gli venne

fatto, siccome neppur di tirare ad una battaglia i due fratelli Rossi,

perchè furono d'avviso i Veneziani di stancare piuttosto Mastino, sul

supposto ch'egli non potesse sostener lungo tempo l'eccessiva spesa

del mantenimento di tante soldatesche, fra le quali erano quattro

mila lancie tedesche. Dimorava intanto in Padova _Alberto dalla

Scala_, fratello maggiore di Mastino, uomo di pace e non di guerra,

quanto dedito ai piaceri, altrettanto nemico delle fatiche. I suoi

due principali consiglieri erano _Marsilio_ ed _Ubertino da Carrara_.

Grande zelo, siccome dissi, aveva in addietro mostrato Marsilio per

gl'interessi degli Scaligeri; ma più gli premevano i proprii. Non

dimenticava egli di essere già stato signore di Padova; e siccome avea

data quella città a Cane dalla Scala, così non si faceva scrupolo di

ritorla ai di lui nipoti, essendo massimamente quel popolo ridotto alla

disperazione per le tante contribuzioni e insolenze che giornalmente

si faceano in quella città. Segretamente perciò Marsilio se l'intese

coi Veneziani. Se è vero ciò che narrano i Gatari[1301], avendo Mastino

avuto sentore del tradimento, scrisse più d'una volta ad Alberto che

si assicurasse de' due Carraresi, e li levasse dal mondo. Alberto

scioccamente loro mostrava gli ordini del fratello. Se n'ebbe bene

a pentire. Veggendosi dunque Marsilio come scoperto, si affrettò a

compiere il premeditato disegno. Due volte era venuto Pietro dei Rossi

sino ai borghi di Padova, ma s'era poi ritirato. Vi tornò la terza

volta nel dì 3 d'agosto[1302], e allora gli fu aperta la porta di Ponte

Corvo da Marsilio. Vi entrò egli colle sue genti; fece prigione e mandò

poi alle carceri di Venezia il mal accorto Alberto dalla Scala; spogliò

d'armi e cavalli la guarnigion di Mastino, e cinquecento ne fece

prigionieri. Nel dì 6 d'agosto fu data dal popolo la signoria di Padova

a _Marsilio da Carrara_. Gran festa si fece in Venezia e Firenze per

questo felice colpo, da cui, all'incontro, restò sommamente sbalordito

Mastino. Non perdè tempo il valoroso Pietro de' Rossi a passar

coll'armata sotto Monselice, e cominciò a dar dei furiosi assalti a

quella forte terra. Ma nel dì 7 d'agosto colpito da una lancia manesca

con ferita mortale, nel dì seguente morì, mostrando un'esemplare pietà

e un'eroica intrepidezza nel prendere commiato dal mondo. Perderono

i Veneziani un gran generale d'armata, e un personaggio di somma

liberalità, che non passava l'età di anni trentaquattro, e dai più

de' Lombardi fu compianta la sua morte. Erasi prima condotto a Venezia

_Marsilio de' Rossi_ suo fratello, uomo di non minor sapere e coraggio

nelle cose di guerra; ma, preso da mortal malattia, anche egli finì di

vivere in quella città nel dì 14 del suddetto agosto. Orlando Rosso fu

scelto pel comando dell'armata.

Non fu men riguardevole l'altra perdita che fece Mastino nel dì 8 di

ottobre[1303]. Ebbe _Azzo Visconte_ un trattato con alcuni cittadini

bresciani, che, forate le mura, introdussero nel dì suddetto le di

lui genti nella città vecchia, e poi presero la nuova, di modo che

tutta la città, da cui fuggì Bonetto de' Malvicini governatore ivi

per Mastino col suo presidio, venne in potere del Visconte. Si difese

il castello sino al dì 13 di novembre, ed allora capitolò la resa.

Gran gioia parimente fu in quella nobil città per essere caduta in

mano di un miglior signore, il quale richiamò colà tutti gli usciti,

e vi fece fiorir la pace. Profittò ancora della decadenza, in cui si

trovarono gli Scaligeri, _Carlo figliuolo di Giovanni_ re di Boemia.

Era egli divenuto signore della Carintia, ed entrato in lega coi

Veneziani, nel mese di luglio o di agosto s'impossessò di Feltre, e

nell'anno seguente di Belluno, smembrando ancor quelle città dalla

signoria degli Scaligeri. Provarono medesimamente felice quest'anno

in Toscana i Fiorentini[1304]. Unitisi essi coi Perugini, aveano

fatta lunga guerra alla città d'Arezzo. _Pier Saccone de' Tarlati_

da Pietramala, signore di quella città, coi suoi consorti, trovandosi

oramai al verde e senza maniera di poter resistere a tante forze, badò

alle proposizioni di accordo che segretamente gli fece fare il comune

di Firenze, di pagargli venticinque mila fiorini d'oro, con altri

privilegii e vantaggi facili allora a promettersi in tali occasioni,

ma che facilmente ancora svanivano nel progresso del tempo. Compiuto

il trattato, nel dì 10 di marzo presero i Fiorentini il possesso

d'Arezzo; e Pier Saccone venuto a Firenze, non vi fu carezza ed onore

che egli non ricevesse qual gran benefattore da que' cittadini. Ma i

Fiorentini, che tanto rumore aveano alzato contra di Mastino, perchè,

senza attendere i patti della lega, avea ritenuta per sè la città di

Lucca, dimenticarono anch'essi che nella lega contratta co' Perugini

ogni conquisto che si facesse sopra gli Aretini avea da esser comune.

Eppur eglino vollero tutta per sè la città di Arezzo: del che gran

querele fece, e restò forte amareggiato il comune di Perugia: tanto

è vero che a noi sembrano sol giuste le bilance favorevoli ai nostri

interessi, difettose quelle che sono ad essi contrarie. Fecero poscia

i Fiorentini oste contra di Lucca, e un fiero guasto diedero a Pescia,

Buggiano ed altri luoghi. Anche in Bologna nell'anno presente seguì

mutazione[1305]. Pareano amicissimi _Taddeo de' Pepoli_ e _Brandaligi

de' Gozzadini_, amendue gran caporali e potenti giratori del governo

di Bologna. Ma cadaun dal suo canto andava studiando la maniera di

scavalcare il compagno. Nel dì 3 di luglio vennero alle mani _Jacopo_

e _Giovanni_ figliuoli di Taddeo Pepoli col suddetto Brandaligi;

ed essendosi ingrossata la gente da ambe le parti, ne seguì gran

battaglia. Sopraggiunse Taddeo dei Pepoli, che fece fermar la mischia,

e seco prese Brandaligi, il menò a casa sua, dove con belle parole

l'indusse a disarmarsi. Ma eccoti quei da Loiano, i Bentivogli, i

Bianchi ed altri amici de' Pepoli con gran seguito, che violentemente

entrati in casa di Brandaligi, la mettono a sacco, e le attaccano il

fuoco. Se ne fuggì egli di Bologna, nè mai più vi tornò. Stette quella

città fluttuante, venendo intanto mandati molti a' confini, sino al dì

28 d'agosto, in cui i soldati diedero alle armi in piazza, gridando:

_Viva messer Taddeo de' Pepoli_. Per forza esso Taddeo fu creato

capitan generale e signor di Bologna, città che era allora in lega co'

Veneziani e Fiorentini. In quest'anno di lunga infermità nel dì 25 di

giugno terminò i suoi giorni _Federigo re_ di Sicilia[1306], principe

di gran senno e valore, che per tanti anni seppe sostenersi in capo la

corona contro tutti gli sforzi del _re Roberto_. Restarono di lui tre

maschi, cioè _Pietro II re_, _Guglielmo duca_ e _Giovanni marchese_. Ma

non ereditò[1307] il re Pietro nè l'ingegno nè il coraggio del padre;

e però cominciossi sotto di lui a scompigliare la buona armonia de'

Siciliani, e si ribellarono i conti di Ventimiglia e di Lentino.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 85 / 216 题