NOTE:

[1272] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 23.

[1273] Anonymus, Hist. Roman., tom. 3 Antiquit. Italic.

[1274] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[1275] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 30.

[1276] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1277] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1278] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Annal. Mutin., tom. 11 Rer.

Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1279] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1280] Bonincontrus, Chron. Mod., lib 3, cap. 46, tom. 12 Rer. Ital.

[1281] Gualvan. Flamma, Man. Flor., cap. 373. Idem, de Gestis Azon.

Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1282] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1283] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 31.

[1284] Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1285] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1286] Corio, Istoria di Milano.

[1287] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1288] Nicolaus Specialis, lib. 8, cap. 6, tom. 10 Rer. Ital. Giovanni

Villani, lib. 11, cap. 29.

[1289] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Veronens., tom. 8

Rer. Italic. Giovanni Villani, et alii.

[1290] Leibnit., Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 73.

Anno di CRISTO MCCCXXXVI. Indizione IV.

BENEDETTO XII papa 3.

Imperio vacante.

Per essere oramai padroni i _marchesi estensi_ di quasi tutte le

castella del contado di Modena, _Guido_ e _Manfredi dei Pii_ finalmente

conobbero l'impossibilità di sostener la città contro le forze d'essi

marchesi[1292]. Però, affine d'ottener buoni patti in renderla,

Manfredi cavalcò a Verona, con implorar la mediazione di _Mastino dalla

Scala_. Colà ancora si portò dipoi il _marchese Obizzo_, e nel dì 17

di aprile alla presenza di _Alberto_ e _Mastino dalla Scala_ seguì fra

loro lo strumento d'accordo, in cui s'obbligarono i Pii di cedere il

possesso e dominio di Modena a' marchesi d'Este _Obizzo_ e _Niccolò_

e lor discendenti, con ritener in lor balìa la nobil terra di Carpi

e il castello di San Felice, e con altri vicendevoli patti. Scrivono

i Cortusi[1293] che Mastino diede Modena in feudo agli Estensi. Se

fosse ciò vero, sarebbe questa da aggiugnere alle altre iniquità di

Mastino, perchè liberalmente doveano gli Estensi avere questa città

secondo i patti della lega. Ma io la tengo per un sogno de' Cortusi.

Lo strumento della cessione suddetta, che io ho sotto gli occhi,

non ha menoma parola di questo. I Pii cedono la città assolutamente

ai marchesi, e non già agli Scaligeri; nè le armi di questi aveano

presa Modena, siccome fecero di Reggio, da poter pretendere in essa

qualche diritto. Ora, in esecuzion del trattato, Manfredi Pio, tornato

a Modena, fece dal popolo eleggere per signori i marchesi estensi;

e però nel dì 13 di maggio il marchese Obizzo, accompagnato da gran

nobiltà e dalle sue genti d'armi, ed incontrato dai Pii e dal popolo

tutto fuori della città, fra le universali acclamazioni entrò in

Modena e ne prese il possesso. Ne' giorni seguenti, richiamati alla

lor patria tutti i fuorusciti, cioè i signori di Sassuolo, i Rangoni,

Boschetti, Guidoni, Pichi dalla Mirandola, quei da Magreta, da Fredo,

da Gorzano, da Savignano, rientrarono anch'essi nella città, accolti

con lagrime d'allegrezza dagli altri cittadini; e la pace e concordia

rifiorì da lì innanzi sotto sì amorevoli e giusti padroni in questa

città. Attese nell'anno presente _Azzo Visconte,_ per testimonianza

de' Cortusi[1294], di Galvano Fiamma[1295] e d'altri storici, alla

conquista di Piacenza. Per otto mesi con fosse, steccati e battifredi

tenne l'esercito suo assediata quella città; nè potendo più reggere a

tanta piena _Francesco Scotto_, finalmente ne capitolò la resa nel dì

15 di dicembre al Visconte, ritenendo per sè la terra di Fiorenzuola.

Azzo introdusse colà la pace e tutti i banditi, e vi fece alzare un

forte castello. In quest'anno ancora, essendosi nel mese di marzo data

al medesimo Visconte la nobil terra di Borgo San Donnino fra Parma e

Piacenza, nulla più vi restò in Lombardia delle terre già possedute da

_Giovanni re_ di Boemia, e svanì il suo nome in Italia.

Era cresciuta a dismisura l'alterigia di _Mastino dalla Scala_ (non

parlo d'_Alberto_, perchè era un buon uomo, e solamente attendeva

a darsi bel tempo) al vedersi padrone di Verona, Brescia, Vicenza,

Padova, Trivigi, Feltre, Belluno, Parma, Lucca ed altri luoghi[1296].

Piena era la sua corte di grandi della Lombardia e Toscana, ricorrendo

ognuno a lui per protezione per grazie. Ma questa sua superbia,

la fede da lui non osservata ai collegati nella passata lega, e

la voce sparsa che egli si vantava di voler essere in breve re di

Lombardia, e che avesse anche preparata a questo oggetto una corona

d'oro, gli concitarono contra l'odio universale del Visconte, degli

Estensi e de' Gonzaghi. Ma specialmente si rodevano di rabbia i

Fiorentini, perchè troppo sconciamente delusi da lui nell'acquisto

di Lucca, città loro dovuta in vigore de' patti della lega[1297]. Gli

mandarono ambasciatori; mostrò egli di aver fatto di grandi spese per

ottener quella città dai Rossi. Giunsero i Fiorentini a cercarla per

mercato, esibendo fin trecento sessanta mila fiorini d'oro. Ne parve

contento Mastino, ma poco appresso li burlò per isperanza di stendere

maggiormente le fimbrie in Toscana. Erano già con lui gli Aretini. Ora

avvenne che Mastino cominciò ad imbrogliarsi col comune di Venezia, col

non voler osservare gli antichi lor patti coi Padovani. Irritati da ciò

i Veneziani, non lasciavano venire a Padova mercatanzie da Venezia,

e negavano il sale. Mastino, all'incontro, per far loro dispetto, si

diede a far delle saline al lido del mare, e fece quivi fabbricar una

torre per sicurezza di esse. Altre liti insorsero a cagion d'alcune

castella che erano sotto la protezione del doge. Cominciò dunque la

repubblica veneta un grande armamento. Fin qui _Marsilio da Carrara_,

potentissimo e ricchissimo cittadino di Padova, era stato il braccio

diritto de' signori dalla Scala, e coll'opere e coi consigli avea

cooperato sempre alla loro esaltazione. Fidati nel suo zelo e nella sua

sperimentata destrezza ed eloquenza, il mandarono a Venezia per trattar

di pace. Ch'egli tutto il contrario operasse sotto mano, siccome volpe

vecchia ch'era, si potrà argomentare da quanto vedremo andando innanzi.

Perciò a guerra si venne. Più bella apertura di questa non poteva

accadere ai Fiorentini per vendicarsi del disleale Mastino; perciò

pigri non furono a stringere una forte lega coi Veneziani ai danni

di lui. Nè qui si fermò la faccenda: studiaronsi gli unì e gli altri

di suscitar tutta la Lombardia contra di essi Scaligeri. I primi a

ribellarsi nel mese di giugno furono _Orlando_ e _Marsilio de' Rossi_,

che da Verona fuggirono a Venezia, e _Pietro_ lor fratello si ritirò a

Pontremoli, allegando d'essere maltrattati da Mastino, che esaltava i

Correggeschi lor nemici, e di non essere sicuri della vita in mano di

lui. Marsilio fu preso per lor capitano generale dal Veneziani, Pietro

dai Fiorentini; ma siccome questo ultimo era personaggio di maggior

valore e perizia militare, fu ceduto a' Veneziani, che gli diedero il

bastone del comando della loro armata. Sul fine d'ottobre entrò questa

sul Padovano, prese varii luoghi, e si postò a Bovolenta, ma senza

succedere alcun riguardevole fatto. Parve nondimeno più favorevole la

fortuna agli Scaligeri, che tolsero Pontremoli ai Rossi, e diedero

qualche percossa ai Veneziani. Per la gran copia di gente che era

in Padova, e massimamente di Tedeschi, i quali faceano rubamenti e

insolenze a furia, fu quella città in gravi affanni e pericoli. Intanto

l'esercito veneto prese le saline di Mastino, e disfece la torre o

bastia quivi fabbricata. Si credette imminente un gran fatto d'armi, e

nulla poi succedè.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 84 / 216 题